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Nato nel 1932 a Caslav, un paesino boemo, Forman vide i genitori morire nei campi di concentramento nazisti. Sopravvisse alla guerra vivendo con gli zii poi già da adolescente coltivò e mise in pratica la sua passione per i classici del cinema soprattutto la vena comica e dolente di Chaplin e Keaton
Addio Milos Forman. Il regista cecoslovacco premio Oscar per Qualcuno volò sul nido del cuculo e Amadeus è morto nella sua casa del Connecticut
a 86 anni. Cineasta esteticamente raffinato, politicamente impegnato, e
spesso incline ad una sintesi spettacolare nel ricostruire atmosfere
storiche in costume, Forman è stato il tipico rappresentante della cultura cinematografica europea che migrò a Hollywood tra gli anni sessanta/settanta. Nato nel 1932 a Caslav, un paesino boemo, Forman
vide i genitori morire nei campi di concentramento nazisti. Sopravvisse
alla guerra vivendo con gli zii poi già da adolescente coltivò e mise
in pratica la sua passione per i classici del cinema soprattutto la vena
comica e dolente di Chaplin e Keaton, componente poetica essenziale dei suoi futuri lavori che non fu mai assente, perfino nell’intenso successo da Oscar di Qualcuno volò sul nido del cuculo, anche solo per stemperare e screziare i momenti più tragici dei propri racconti. Inarrivabile è infatti la sintesi tra risata e commozione attorno al corpo comico cinematografico di Andy Kaufman/Jim Carrey in Man on the moon (1999).
Il vero “capolavoro” del regista ceco è però stato un altro. Quello di farsi assegnare la regia di Qualcuno volò sul nido del cuculo (1975). Tratto dal romanzo di Ken Kesey (che poi non volle mai vedere il film), lo script di Bo Goldman e Lawrence Hauben era stato opzionato dalla famiglia Douglas in veste di produttrice. Scartate decine di attori, tra cui lo stesso Kirk nella parte del protagonista, arrivarono poi Jack Nicholson e Louise Fletcher negli indimenticabili panni di Randle Patrick McMurphy e dell’infermiera Ratched per un successo di critica e ancor di più commerciale (92esimo incasso di tutti i tempi) lanciando Forman nell’olimpo dei “director” di Hollywood quando appunto gli studios stavano traballando e ricevevano i duri colpi di autonomia creativa e finanziaria dei Coppola, Lucas, Spielberg e compagnia.
Nel 1979 Forman ritornò dietro la macchina da presa, a dire il vero arrivando un po’ lungo, con il musical Hair che aveva già fatto il suo a Broadway e che soprattutto metteva in scena un mondo hippie quando quell’universo giovanile era già sul viale del tramonto. Forman rese comunque Hair
un musical naturalistico e febbrile, per certi versi quasi decadente,
davvero fuori dal tempo. Tempo quattro anni, e un altro discreto flop in
mezzo come Ragtime (tratto dall’immenso Doctorow, e prodotto da Dino De Laurentiis), Forman si riprese subito dalla scoppola del box office con Amadeus. Tornato nella sua nativa Cecoslovacchia
per tutti gli esterni e tantissimi interni, l’autore ceco utilizzò
perlopiù attori teatrali e ancora poco conosciuti per interpretare Wolfgang Amadeus Mozart (Thomas Hulce) e il suo rivale Antonio Salieri (F. Murray Abraham). Assieme a Peter Shaffer,
Forman creò un adattamento estremamente convincente dello spettacolo
teatrale e mostrò smaccatamente la spettacolarità autentica delle
partiture mozartiane a risuonare in una storia dinamica e sulfurea di
rivalità e follia fino allo sfinimento. Otto gli Oscar, tra cui miglior film, regia, suono, attore protagonista (Abraham) e maggior suo successo al botteghino dopo il Cuculo.
Del 2006 l’ultima vera ed intrigante traccia di Forman. L’ultimo inquisitore, sceneggiato dal bunueliano Jean Claude Carriere,
è l’ultimo capitolo del discorso libertario dell’artista ceco fuggito
dall’oscurantismo comunista negli anni sessanta. Attraverso la figura
storica di Francisco Goya (un inatteso Stellan Skarsgard) Forman
amplifica il discorso dell’arte come dardo eversivo lanciato nel cuore
delle insensate e illogiche forme istituzionali del potere, qui con un
mirabile blocco narrativo in cui è un prete (Javier Bardem)
fervente sostenitore dei metodi di tortura dell’Inquisizione ad essere
sottoposto lui stesso agli stessi metodi tanto esaltati. Film
sottovalutato all’epoca assolutamente da recuperare in queste ore di
triste dipartita. Forman stava preparando da tempo uno script su Il fantasma di Monaco, scritto dall’amico ed ex presidente della repubblica Vaclav Havel sulla conferenza e l’accordo di Monaco che nel 1938 decise l’annessione dei Sudeti, regione cecoslovacca a maggioranza tedesca, alla Germania nazista. I personaggi da interpretare sarebbero dovuti essere Hitler, Mussolin, Daladier e Chamberlain. Un motivo ulteriore, quello del film che non ci sarà mai, per dire che Forman ci mancherà ancora di più.
https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/04/14/addio-milos-forman-il-regista-premio-oscar-con-amadeus-e-qualcuno-volo-sul-nido-del-cuculo/4292318/
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