𝗜𝗹 𝗺𝗼𝗻𝗮𝗰𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝘁𝗿𝗮𝘀𝗳𝗼𝗿𝗺ò 𝗶𝗹 𝗚𝗶𝗮𝗽𝗽𝗼𝗻𝗲 𝘀𝗽𝗶𝗿𝗶𝘁𝘂𝗮𝗹𝗲: 𝘁𝗿𝗮 𝘀𝘁𝗼𝗿𝗶𝗮, 𝗺𝗶𝘁𝗼 𝗲 𝗶𝗹 𝗴𝗿𝗮𝗻𝗱𝗲 𝗽𝗲𝗹𝗹𝗲𝗴𝗿𝗶𝗻𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗼 𝗦𝗵𝗶𝗸𝗼𝗸𝘂
Ci sono figure della storia giapponese che, pur appartenendo a un passato lontanissimo, sembrano non essersene mai davvero andate. Una di queste è certamente Kūkai, conosciuto postumo con il nome di Kōbō Daishi (弘法大師), “Il Grande Maestro che diffuse la Legge”. Monaco, calligrafo, poeta, ingegnere, mistico e uomo di straordinaria cultura, Kūkai è ancora oggi venerato non soltanto come figura religiosa, ma quasi come presenza viva nella spiritualità del Giappone.
Nato nel 774 nella provincia di Sanuki, nell’attuale prefettura di Kagawa, sull’isola di Shikoku, Kūkai apparteneva probabilmente a una famiglia aristocratica minore. Il suo nome infantile era Mao. Fin da giovane mostrò una grande intelligenza e venne inviato a studiare a Nara, allora centro culturale e religioso del Giappone. Tuttavia, invece di intraprendere una carriera amministrativa alla corte imperiale, rimase profondamente colpito dalla ricerca spirituale e dalla pratica ascetica dei monaci itineranti.
Secondo la tradizione, il giovane Kūkai trascorse lunghi periodi tra montagne e foreste, meditando in grotte isolate e recitando il mantra di Ākāśagarbha (conosciuto in Giappone come Kokūzō Bosatsu), il bodhisattva della saggezza infinita. Numerose leggende raccontano che durante questi anni egli abbia avuto visioni mistiche e incontri soprannaturali. Una delle storie più celebri narra che, mentre meditava presso Capo Muroto, vide una stella cadere direttamente nella sua bocca, simbolo dell’illuminazione e della conoscenza divina ricevuta dagli dèi e dai Buddha.
Nel 804 Kūkai partì per la Cina Tang come membro di una missione diplomatica giapponese. Quel viaggio cambiò per sempre la storia religiosa del Giappone. In Cina incontrò il maestro Huiguo, erede della tradizione esoterica buddhista Zhenyan. La leggenda racconta che il maestro, vedendolo entrare nel tempio, avrebbe esclamato: “Ti aspettavo da molto tempo”. Huiguo trasmise rapidamente a Kūkai gli insegnamenti segreti dell’esoterismo buddhista, riconoscendo in lui un discepolo eccezionale.
Al ritorno in Giappone, Kūkai fondò la scuola buddhista Shingon, una forma di buddhismo esoterico basata su mantra, mudra e meditazioni simboliche. Diversamente da altre correnti più filosofiche o monastiche, lo Shingon proponeva la possibilità di raggiungere l’illuminazione già in questa vita, attraverso pratiche rituali profonde e segrete.
Ma Kūkai non fu soltanto un religioso. La sua figura attraversa ogni ambito della cultura giapponese. È ricordato come uno dei più grandi calligrafi del Giappone, tanto da essere inserito tra i celebri “Tre Pennelli” dell’epoca Heian. A lui vengono attribuiti anche progetti idraulici e opere pubbliche. In molte regioni del Giappone esistono ancora racconti popolari che lo descrivono mentre fa sgorgare sorgenti d’acqua colpendo il terreno con il bastone, salva villaggi dalla siccità o aiuta poveri e viandanti sotto mentite spoglie.
La sua presenza è particolarmente forte sul monte Kōya, centro spirituale dello Shingon. Qui Kūkai fondò il complesso monastico di Kōyasan, oggi patrimonio UNESCO e uno dei luoghi più sacri del Giappone. Secondo la tradizione, egli non sarebbe realmente morto nel 835. I fedeli credono infatti che sia entrato in uno stato di meditazione eterna chiamato nyūjō, continuando ancora oggi a vegliare spiritualmente sul mondo dal suo mausoleo nell’Okunoin.
Ed è proprio il legame con la sua terra natale, Shikoku, che ha dato origine a uno dei pellegrinaggi più celebri dell’Asia: il pellegrinaggio degli 88 templi, noto come Shikoku Henro.
Questo straordinario cammino percorre oltre 1200 chilometri attorno all’isola di Shikoku, toccando 88 templi associati alla vita e alla memoria di Kūkai. Ancora oggi migliaia di pellegrini affrontano il viaggio a piedi, vestiti di bianco, con cappello di paglia e bastone rituale. Sul bastone compare spesso la scritta “Dōgyō Ninin” (同行二人), ovvero “in due lungo il cammino”: il pellegrino non viaggia mai da solo, ma insieme allo spirito di Kōbō Daishi.
Lo Shikoku Henro non è soltanto un pellegrinaggio religioso. È un viaggio interiore, fatto di fatica, silenzio, pioggia, incontri umani e meditazione. Lungo il percorso sopravvive ancora la tradizione dell’osettai, l’antica usanza con cui gli abitanti offrono cibo, acqua o ospitalità ai pellegrini, considerandoli ospiti sacri di Kūkai stesso.
Tra storia documentata e leggenda, la figura di Kūkai continua ancora oggi a esercitare un fascino immenso. Per alcuni fu un grande riformatore religioso, per altri un taumaturgo, un mago santo o addirittura un essere illuminato capace di trascendere la morte. Ma forse il vero segreto della sua eredità risiede nella capacità di unire spiritualità, cultura, compassione e contatto umano in un’unica figura.
E così, ancora oggi, tra le montagne nebbiose di Shikoku o nei silenzi dei cedri millenari del Kōyasan, molti giapponesi credono che Kōbō Daishi continui a camminare accanto ai viandanti. Non como un ricordo del passato, ma come una presenza viva lungo la strada.
— 𝗛𝗶𝘀𝗮𝗼
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