Una volta lo costrinsero a percorrere a piedi dodici chilometri sul ghiaccio, con temperature sotto zero, mentre era febbricitante e denutrito. Finì nell’infermeria del lager tedesco e, quando uscì, gli chiesero di nuovo se volesse tornare in Italia e aderire alla Repubblica di Salò. Filippo Palieri, commissario di polizia, rifiutò anche quella volta.
Nel lager era finito perché i nazifascisti lo avevano arrestato più di un anno prima, a Rieti. Dalla Questura, Palieri aiutava la Resistenza partigiana e aveva avvisato circa 300 artigiani e operai della città che i tedeschi volevano deportarli in Germania, aiutandoli così a evitare il rastrellamento. I nazifascisti non avevano le prove del suo sabotaggio, così pochi giorni dopo gli ordinarono una rappresaglia sui civili. Palieri si rifiutò e quella divenne l’occasione per arrestarlo. Non fuggì: li aspettò, per evitare ritorsioni sui civili e sulla sua famiglia.
Nelle poche lettere che dal lager riusciva a spedire a casa, mentiva alla moglie e ai figli sulle sue reali condizioni. Non raccontò le torture, le privazioni, le marce forzate al freddo, alternate alle richieste di diventare repubblichino. Richieste che Palieri, affamato, febbricitante, ridotto allo stremo, non accettò mai, anche se accettarle avrebbe potuto salvarlo. Non a caso il prefetto fascista Ermanno Di Marsciano, un macellaio che a Rieti aveva aiutato a deportare persino dei bambini, su di lui aveva annotato con disprezzo: “non ha dimostrato attaccamento al fascismo”.
L’ultimo rifiuto di collaborare con i nazifascisti lo diede nel marzo del 1945, quando era ormai in condizioni pietose. Poche settimane dopo, il 13 aprile, moriva per gli stenti e le torture subite. Tre giorni dopo, il campo veniva liberato dagli inglesi.
Nasceva oggi, 22 maggio, Filippo Palieri, commissario di polizia, Medaglia d’oro al merito civile, uno dei molti eroi italiani che vale la pena ricordare e di cui occorre tenere viva la memoria.
Leonardo Cecchi

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