Quando nel 1971 Almirante portò l’Unità in Tribunale e sette anni dopo la giustizia ci diede ragione: il capo del Msi fu “servo dei nazisti”
Quando nel 1971 Almirante portò l’Unità in Tribunale e sette anni dopo la giustizia ci diede ragione: il capo del Msi fu “servo dei nazisti”
20 MARZO 2024|IN L'UNITÀ CENTO ANNI|DI CARLO RICCHINI
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Ricordo ancora la faccia di Giorgio Almirante quando, in un’aula del tribunale di Roma, si sentì messo con le spalle al muro. Cercò di difendersi, tentò di cambiare le date, si proclamò estraneo ai fatti. Ma fu inutile. I fatti erano più ostinati della sua spavalderia. Barcollò quasi e si lamentò difronte ai giudici: “Non posso più parlare nelle piazze, mi chiamano boia, assassino, torturatore, seviziatore, proprio per quel manifesto pubblicato dall’Unità e dal Manifesto”.
Nella mia lunga storia nel quotidiano comunista, da semplice cronista a Spezia fino al ruolo di redattore capo a Roma, ne ho viste e ne ho scritte tante. Ho attraversato tutti i periodi difficili e bui della storia della Repubblica e tutte le fasi della vita del Partito comunista italiano. Ho fatto centinaia di titoli, e quelli durante l’agonia di Enrico Berlinguer mi sono rimasti attaccati come una seconda pelle. Ma questa vicenda del processo per diffamazione che Almirante intentò contro il nostro giornale rimane una delle pagine di cui vado più orgoglioso. Anche perché, come racconterò, l’allora segretario del neofascista Movimento sociale italiano ne uscì con le ossa rotte. Da quel momento fu del tutto legittimo scrivere che Giorgio Almirante era stato un “fucilatore di partigiani”. Per me, per noi dell’Unità, una bella vittoria.

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