Nel 1814, a 54 anni, Hokusai pubblicò un libro di corpi. Trentasei pagine, inchiostro e colore su carta.
Amanti, cortigiane, samurai, monaci.
Donne che si guardano allo specchio mentre altre donne le toccano.
In Giappone si chiamano shunga — 春画, "quadri di primavera".
La parola shun è anche eufemismo per ciò che fiorisce e non si nomina.
Hokusai ne fece dozzine. Forse centinaia.
Li firmò con pseudonimi o non li firmò.
Non per vergogna — per strategia.
Erano illegali sotto i Tokugawa.
Eppure tutti li compravano.
La pagina più famosa mostra una donna e un polpo. I tentacoli le stringono i seni, le aprono le cosce, le toccano la bocca. Lei non resiste. Gli occhi sono chiusi, ma non in dolore. Il polpo ha un volto — quasi umano. Guarda lei, non lo spettatore.
Gli occidentali la scoprirono nel XIX secolo e la chiamarono "perversione giapponese".
La usarono per dimostrare che l'Oriente era decadente, da colonizzare. Hokusai non sapeva di essere un caso clinico. Stava dipingendo ciò che il mercante gli chiedeva: il corpo senza vergogna.
Ma Hokusai non era voyeur. Era anatomista.
I suoi nudi hanno muscoli, pieghe, grasso, peli.
Le donne hanno ventri che cadono, seni che pendono, cosce che si aprono senza grazia.
Non sono Venere.
Sono corpi che mangiano, sudano, si toccano, invecchiano.
In un paese dove il nudo era tabù, lui lo disegnava con la stessa precisione del Fuji. Il corpo era paesaggio.
La vulva era onda.
Il pene era albero.
Non metafora — osservazione.
Vedeva tutto come natura morta, anche quando si muoveva.
Gli shunga erano anche manuali. Nella società Edo, dove i matrimoni erano combinati e il piacere femminile era mitologia, queste stampe insegnavano: come toccare, dove guardare, cosa chiedere.
Le donne le compravano.
Le nascondevano nei forzieri.
Le mostravano alle amiche. Non era consumo solitario — era cultura condivisa, silenziosa, ribelle.
I Tokugawa proibirono gli shunga nel 1722. Poi nel 1790. Poi nel 1804. Ogni proibizione aumentava la produzione.
Hokusai fu denunciato almeno due volte.
Continuò a disegnare. Cambiava nome, cambiava bottega, cambiava città. Non per sfida politica — perché il corpo gli interessava più della legge.
Nel 1842, a 82 anni, una nuova ondata repressiva colpì. Bruciò le lastre, nascose le stampe, sparì per mesi. Poi tornò, sotto un altro nome, con altri corpi. Non imparò mai l'obbedienza. Non imparò mai la paura.
A 70 anni, quasi cieco, dipinse ancora nudi. A 80 anni, con le mani che tremavano, tracciò linee di schiena, di natiche, di pieghe del grembo. Non erotismo da vecchiaia — curiosità che non muore.
L'ultimo shunga noto è del 1848, un anno prima della morte. Una coppia in un bagno pubblico. L'acqua è tre linee. I corpi sono due macchie di inchiostro. Non c'è volto. Solo contatto. Solo calore.
Morì dicendo che non era ancora un vero pittore. Forse pensava a quella coppia nell'acqua. Forse pensava che non aveva ancora capito il corpo. Forse aveva ragione.
Buonanotte a chi si tocca senza chiedere permesso.
A chi guarda il proprio corpo nello specchio e non vede difetti.
A chi ha imparato che il piacere non ha orario, né età, né nome giusto.
— Yukisogna
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