Il ragazzo nella foto si chiama Alen Halilovic, ha 21 anni, nato e cresciuto in Italia da una famiglia bosniaca.
Ma è anche, e soprattutto, colui che ieri a Guastalla (Reggio Emilia) ha letteralmente salvato la vita a una donna altrimenti vittima di femminicidio.
Alen passava di lì per una consegna col suo furgone quando, intorno alle 11, ha notato un’auto ferma con le portiere aperte e poco più in là un uomo armato di coltello mentre affondava i colpi su una donna con un taglio profondo tra l’orecchio e la gola che urlava disperata sopra una pozza di sangue.
Sarebbe finita così, con la vittima numero 100 di femminicidio in Italia per mano di un uomo che non si rassegna alla fine della relazione.
Invece Alen non ci ha pensato su un attimo. È sceso dal furgone e lo ha affrontato, nel tentativo di scoraggiarlo, di farlo scappare.
L’uomo allora ha preso la donna per le gambe e ha cercato di caricarla in macchina per portarla via. È stato allora che Alen Halilovic si è frapposto tra di loro, rischiando la sua vita per salvare quella della donna.
Quel gesto di straordinario coraggio si rivelerà decisivo.
La donna, con la gola sanguinante, è stata soccorsa in tempo da un’ambulanza miracolosamente di passaggio, mentre il suo carnefice si è dato alla fuga, ma è stato fermato dopo poche ore.
Raccontiamo quotidianamente storie di violenza, di orrore, di femminicidio.
Per una volta Alen ha scritto un’altra storia, con un altro finale. Una storia che non troverete sulle pagine di Salvini perché si chiama Halilovic di cognome, perché non porta voti e non crea divisioni, nemici, odio su altro odio.
“Io un eroe?” Ha detto. “No, semplicemente i miei genitori mi hanno insegnato a non voltarmi dall’altra parte.
Ho pensato a Giulia Cecchettin e sono intervenuto. In troppi non si sono fermati.”
Il minimo che possiamo fare come Paese, come comunità, è riconoscergli una medaglia al valore massimo della Repubblica.
E dirgli GRAZIE.
Lorenzo Tosa

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