È una vittoria morale, questa. Prima che politica, è proprio morale, etica, culturale.
Perché quel “No”, oltre che a una riforma pericolosa, è stato detto alla barbarie, al cinismo, alla volgarità istituzionale e ai modi truffaldini di una destra che ormai sembra non saper fare politica se non così.
Una destra che prima ha cercato di far passare un’esigenza personale, di gente come Delmastro e Santanchè, in nazionale, e che negli ultimi mesi si è quindi avventata, famelica, su ogni tragedia del Paese, pur di fare propaganda per il “Sì”. Suoi esponenti hanno usato vicende di cronaca su violenze sessuali, teppismo, crimini vari e persino bambini per alimentare una retorica falsa e fomentare la Nazione contro la magistratura. Poi le bugie, clamorose, abnormi, gigantesche e sfacciate su come separare due carriere avrebbe “rivoluzionato” la giustizia e trasformato l’Italia in un paradiso. Neanche nelle parodie a basso budget di film comici su dittature sudamericane si sono viste menzogne così spudorate e dette con così tanta leggerezza. E tutto bombardando a tappeto l’opinione pubblica per mesi e mesi e mesi su ogni canale disponibile e precedentemente lottizzato: tv, radio, stampa, social.
Infine le scorrettezze, le furberie da quattro soldi, fatte fino all’ultimo, con rappresentanti di lista mandati in massa nei seggi con le spille con scritto “Sì”, l’esclusione dei fuorisede dal voto e la ripetuta violazione del silenzio elettorale.
Questo ha perso, oltre che la riforma stessa.
Ha perso un modo di fare. Ha perso chi fa politica con l’idea che non debba vincere il migliore, ma chi gioca più sporco e si fa meno scrupoli.
E c’è davvero da gioirne, sinceramente.

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