venerdì 27 marzo 2026

Abdullah Ahmed

 


Quando l’odio diventa normale. 


A volte non serve guardare i grandi dibattiti televisivi per capire in che direzione sta andando il clima di un Paese. Basta fermarsi sotto un post sui social.


In questi giorni a Torino è accaduta una cosa che dovrebbe farci riflettere seriamente. Il consigliere comunale Abdullahi Ahmed ha pubblicato un messaggio semplicissimo: un invito a partecipare al referendum. Un gesto normale, democratico, quasi banale. La risposta è stata una valanga di odio: insulti razzisti, disumanizzazione, perfino auguri di morte.


Il punto non è solo la violenza di quei commenti. Il punto è che non sorprendono più nessuno. Ed è proprio questo il segnale più grave.


Quando il razzismo diventa routine, significa che per anni qualcuno ha lavorato perché lo diventasse. Quando l’odio si sente legittimato a parlare così apertamente, significa che è stato normalizzato nel linguaggio pubblico, nella politica, nei media, nelle narrazioni quotidiane.


Non nasce dal nulla una società in cui un invito al voto scatena odio etnico. Nasce da anni di retorica costruita sulla paura, sull’idea del nemico permanente, sulla convinzione che ci sia sempre qualcuno da indicare come problema: chi arriva da fuori, chi è povero, chi vive nei quartieri popolari, chi ha la pelle diversa.


E mentre ci indigniamo per i commenti, dovremmo avere il coraggio di guardare la radice del problema: il clima che li rende possibili.


Perché la sicurezza non nasce dall’alzare la voce o dal mostrare i muscoli. Nasce dal lavoro sociale, dall’istruzione, dalle politiche per la casa, dai servizi, dalla presenza dello Stato nei territori. Nasce dal riconoscere le persone, non dal trasformarle in bersagli.


Se oggi vogliamo davvero indignarci, facciamolo fino in fondo. Non solo contro chi scrive quelle parole, ma contro il contesto che le ha rese normali. E ricordiamoci che la democrazia non è solo votare: è difendere ogni giorno l’umanità del dibattito pubblico.

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