Era appena finito il main event di Wrestlemania VI. I tifosi dello Skydome di Toronto cominciavano a svuotare le fila di sedie del gigantesco stadio che era stato testimone di un match memorabile. Il campione intercontinentale e nuovo beniamo del pubblico, The Ultimate Warrior, aveva sconfitto il pluricampione del mondo Hulk Hogan, all'ultimo secondo, ed aveva conquistato il titolo assoluto mentre ancora deteneva quello intercontinentale, per la prima volta nella storia della Federazione.
Le luci si spengono una ad una, il chiacchiericcio della gente si fa via via più silenzioso, fino quasi a scomparire.
Pat Patterson, il primo campione intercontinentale della WWF e adesso uno dei più fidati collaboratori di Vince McMahon, sta controllando le ultime cose, quando sente un leggero pianto, in fondo al corridoio.
È The Ultimate Warrior.
Il campione, con il volto colmo di sudore ed il trucco ormai completamente rovinato, guarda la cintura tra le mani. È stanco, stremato, forse sta male?
Patterson si avvicina e gli chiede "Jim, tutto bene?"
Lui lo guarda, spaesato, e con gli occhi pieni di lacrime dice "grazie. Grazie per aver creduto in me... io... ancora non posso crederci"
Questo breve racconto è stato narrato da Pat Patterson in una "shoot interview", una intervista-verità che andavano tanto di moda agli inizi del 2000 e che fecero la fortuna della casa editrice RF Video. Patterson ha sempre speso parole positive per il guerriero.
Troppo spesso ho letto di Jim Hellwig, l'uomo che stava dietro la pittura di Ultimate Warrior, come di una persona sgradevole, odiata dai colleghi, non amata. Ma la realtà è sempre ben diversa da come la si dipinge.
Che Warrior non sia stato un santo, questo possiamo darlo per certo, ma che non amasse il wrestling e che non fosse ben visto da tutti, è un argomento su cui nutro fortissimi dubbi.
Kerry Von Erich, ad esempio, Texas Tornado, ma anche "Macho Man" Randy Savage erano soliti essere compagni di viaggio del guerriero. Durante uno show della 2PW (Pure Pro Wrestling) di cui feci parte in qualità di manager, un suo storico avversario "jobber", Dusty Wolfe, mi disse che Warrior non era molto amato perché a differenza del resto del locker room, abituati a scherzi, risate, goliardia, alcol e qualche altra sostanza poco lecita, lui era solito stare in disparte, concentrarsi e pensare alla prossima mossa.
Del resto per i suoi tempi Warrior fu una sorta di innovatore. I "vecchi ragazzi" non vedevano di buon occhio la sua entrata di corsa, lo scuotere di corde, le urla e quei promo così strani. "Non si fa così nel business", ma lui aveva capito il suo potenziale e non era disposto a scendere a nessun compromesso. La stessa presa di posizione che, con molta probabilità, lo metterà contro il patron della WWE, un uomo che vedeva come il padre che praticamente non aveva mai avuto.
Certo, molti hanno parlato male di lui; Ted DiBiase "The Million Dollar Man", per esempio. Ma anche l'attuale boss della WWE Triple H, salvo poi riabbracciarlo nel mondo WWE quando lo introdussero nella Hall of Fame.
Una cosa è più che certa: a 10 anni di distanza dalla sua ultima apparizione in WWE e ben 28 dal suo ultimo incontro contro Owen Hart nella Federazione, Warrior è ancora quel nome che suscita domande, ricordi, sensazioni. E nonostante i suoi poco più di 4 anni al vertice, rimane una icona di cui è impossibile dimenticarsi.
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