Dottrina Trump Alla fine il presidente Trump ha chiarito perché mantiene il 20% della sua potente Marina per bloccare il Venezuela
Altro che messianismo politico e «diritto manifesto» degli Stati uniti di esportare democrazia a sud del Rio Bravo. Altro che sacra guerra al feltanil e ai narcos con missili lanciati sulle loro (supposte) narcolance venezuelane e sui sopravvissuti – questi in carne e ossa – di tali attacchi. Alla fine il presidente Trump ha chiarito perché mantiene il 20% della sua potente Marina per bloccare il Venezuela: «Lì avevamo un sacco di petrolio e ce lo hanno rubato. Andremo a riprendercelo». In precedenza solo la generalessa – ex comandante del South Command Usa – Laura Robertson si era spinta ad affermare – durante un Consiglio atlantico e poi lo ha ripetuto in una visita in Cile – che i beni naturali dell’America latina «devono essere considerati un asset degli Usa» e la loro difesa «è un problema di sicurezza interna».
I militari si sa, vanno per le spicce. Ma un presidente in carica, Trump, che dichiara ex cathedra (discorso in tv alla nazione) che il greggio venezuelano era ed è degli Usa ha una valenza politica ben diversa.
È vero che il capo di gabinetto di Trump, Susie Wiles, ha detto a Vanity Fair (16 dicembre) che The Donald «ha una personalità di alcolista», nel senso che «attua con la convinzione che non vi è nulla, assolutamente nulla, che non possa fare». Ma dichiarare che il greggio di un paese sovrano è suo (degli Usa) è una sparata forte.
Eppure il presidente anarco-capitalista Javier Milei si è detto d’accordo. Il capo di stato argentino – nel recente vertice del Mercosur a Itaipu – ha firmato un documento che approva l’assedio al Venezuela e le rivendicazioni di Trump sul petrolio «rubato» da Chávez and company. Per quanto riguarda il gas e il greggio dei grandi giacimenti argentini a Vaca Muerta non vi è bisogno dell’invio di marines. Milei li ha già impegnati per i prestiti del Tesoro Usa.
Altrettanto compiacente è stato il presidente Santiago Peña del Paraguay, – paese che Trump considera «alleato al 100%». Anche lui ha firmato, forse con la stessa penna con cui un paio di settimane prima aveva siglato l’Accordo sullo Statuto delle Forze (SOFA in inglese) che permette al Pentagono l’invio di truppe in Paraguay per presidiare il bacino del Guarani, una delle maggiori riserve di acqua dolce sotterranea (1.170.000 Km2, più di tre volte l’Italia) condivisa da Paraguay, Argentina e Brasile.
Nemmeno sir Keir Starmer ha mosso ciglia. Del resto il recente scoprimento di un bacino petrolifero nel nord delle isole Malvinas – sorry Falklands – valutato in 1,4 miliardi di barili dalla società israeliana Israel’s Navitas Petroleum, socia con gli inglesi per lo sfruttamento, hanno indotto il premier a inviare un paio di unità della Royal Navy a presidiare le coste delle lontane colonie. Che cosa farà il basettone della Casa Rosada si vedrà.
E chissà se il piano Mattei della premier nostrana potrà allargarsi al greggio della ex colonia libica che, in linea con le tesi di Trump, potrebbe diventare Made in Italy. Anche se l’erede dei sultani ottomani, Erdogan, ci ha già messo lo zampino.
22/12/2025, 18:20 articolo aggiornato
https://ilmanifesto.it/le-mani-degli-usa-su-tutto-il-petrolio-a-sud-del-rio-bravo
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