L’unica personalità militare di un certo peso arrestata nel 1974 ed in seguito assolta, fu l’ex Capo del Sid (Servizio Informazioni Difesa) Generale Vito Miceli, da Aldo Moro definito «leale servitore dello Stato»

Per quanto la magistratura italiana a suo tempo ebbe a sentenziare definitivamente la inesistenza del Golpe Borghese del 7-8 dicembre 1970, il Partito del Golpe, ossia coloro che credono che in quella notte il paese fosse ad un passo dalla dittatura, veicolano da decenni un messaggio dove è d’obbligo prestare fede ad una ipotetica verità storica che ritiene esserci stato il tentativo di Colpo di Stato, e non a quella giudiziaria che, invece, ne ha certificato la inesistenza. Riflettiamo sul Golpe Borghese ponendo alcuni quesiti corredati da talune analisi.
Gli antefatti. Chi era Borghese
Partiamo dal Comandante della X^ Mas, Junio Valerio Borghese, personaggio carismatico in virtù del suo eroismo nell’ultimo Conflitto Mondiale. Quando l’8 settembre 1943 venne reso noto l’armistizio, Borghese comandava a La Spezia un Reparto di grande prestigio, ben armato ed in piena efficienza logistica. Mentre tutto crollava, nonostante i tedeschi intimassero la resa, Borghese respinse i diktat. Nell’assoluta mancanza di ordini, sottoscrisse con il Capitano di Vascello tedesco Berlinghaus un patto di alleanza fra la Xa Flottiglia Mas ed il Reich. La successiva nascita della Repubblica Sociale Italiana, pose la Xa nell’ambito delle Forze Armate della RSI. Borghese servì pertanto la RSI non in quanto fascista – non lo era mai stato – ma da militare che non aveva accettato l’armistizio. Inviso da più parti, nel secondo dopoguerra problematica fu la sua permanenza nel Msi – che lo volle presidente onorario – di cui stigmatizzò una politica dedita alla sopravvivenza.
Nel 1968, oltre a promuovere la campagna per la “scheda bianca” alle elezioni politiche di maggio, Borghese dette vita al Fronte Nazionale, associazione aperta ai combattenti ed a tutti quegli italiani che, credendo nella rifondazione dello Stato e nella difesa dei minacciati valori patriottici, auspicavano una rinascita morale, civile ed economica della Nazione.
Golpe sì-golpe no?
Volendo dare credito alla tesi del Golpe tentato ma non realizzatosi – perché? – gli indiziati principali furono il Comandante Borghese con il suo Fronte Nazionale, spalleggiati da alcuni elementi, non di vertice, delle Forze Armate. L’unica personalità militare di un certo peso arrestata nel 1974 ed in seguito assolta, fu l’ex Capo del Sid (Servizio Informazioni Difesa) Generale Vito Miceli, da Aldo Moro definito «leale servitore dello Stato» (http://old.radicali.it/search_view.php?id=48905).
Quando si discute di golpe o colpi di stato, la Storia insegna che solo le Forze Armate posso portare a termine tale atto o per sospendere la democrazia, o per ripristinarla. In ambedue i casi occorre che, le Forze Armate, di comune accordo, individuino la persona – nella maggior parte dei casi un militare – che risulti gradita ad Esercito, Marina, Aeronautica quale Capo della giunta militare.
Fatta tale doverosa precisazione, riguardo le nostre Forze Armate va evidenziato:
- l’Italia, fin dalla nascita del suo Stato Unitario – 1861 – ha sempre avuto delle Forze Armate fedeli agli Istituti che si sono alternati nei vari periodi storici;
- all’epoca del Golpe Borghese, i responsabili di Vertice delle Forze Armate erano:
- Capo di Stato Maggiore della Difesa, Generale Enzo Marchesi, già Capo di Stato Maggiore dell’Esercito;
- Capo di Stato Maggiore della Marina, Ammiraglio Giuseppe Roselli Lorenzini;
- Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica, Generale Duilio Fanali.
Tenuto conto che le citate Autorità militari avevano partecipato alla Guerra di Liberazione, riesce al quanto difficile ipotizzare un coinvolgimento nel Golpe Borghese delle Forze Armate, cosa peraltro esclusa dalla magistratura. Ed allora, quale altra scelta aveva Borghese per attuare il Golpe?
Tentare un’azione armata con i soli i militanti del Fronte Nazionale? Ciò avrebbe presupposto l’impiego di centinaia di migliaia di elementi, ben armati ed addestrati, logisticamente attrezzati, in grado di occupare e presidiare, in tutta Italia, i centri vitali del potere. Tale ipotesi appare alquanto fantasiosa perché il Fronte annoverava – come ebbe modo di affermare Borghese in una famosa intervista a Giampaolo Pansa per il quotidiano «La Stampa» – «varie migliaia» di militanti, un numero insufficiente – ed armati di che cosa? – per tentare il Golpe che, se attuato, avrebbe trovato l’opposizione delle Forze Armate. Anche tale ipotesi non è da prendere in considerazione perché mai il Fronte Nazionale avrebbe osato prendere le armi contro le Forze Armate italiane.
Quindi, come e con chi Borghese avrebbe potuto effettuare il Golpe?
Altra ipotesi emersa è il coinvolgimento della mafia, che avrebbe visto in combutta Cosa Nostra, golpisti e logge massoniche.
Tale tesi appare infondata per un ordine generali di fattori:
- è noto e risaputo che la mafia si è sempre battuta per ampliare i propri affari criminali e non per mutare gli assetti istituzionali dello Stato;
- per quanto combattuta dalle Forze dell’Ordine a dalla magistratura, la mafia, nell’ambito delle istituzioni vigenti si è ritagliata un considerevole spazio politico, sociale ed economico grazie a taluni referenti politici che le hanno garantito coperture, protezioni, agibilità, impunità.
Riguardo i mafiosi, nel 1993, Luciano Violante, magistrato, esponente comunista e della Sinistra, ha affermato:
«Impunità, ferocia, relazioni politiche sono i presupposti essenziali della loro forza» (L. Violante, «I corleonesi. Mafia e sistema eversivo». Intervista di G. Caldarola, Supplemento al n. 216 de «l’Unità» dell’11 settembre 1993).
Nel recensire un libro dello storico esponente comunista Emanuele Macaluso, «La mafia e lo Stato», uscito per gli Editori Riuniti di Roma nel 1971 – anno in cui si venne a sapere del Golpe – sul quotidiano del PCI, «l’Unità», Maurizio Ferrara sottolineava:
«La DC di oggi […] è piombata dentro la mafia fino al collo» (M. Ferrara, «La mafia e lo Stato», «l’Unità», 18 febbraio 1972).
Da quanto sopra evidenziato, è necessario chiedersi:
- agendo loscamente in un sistema congeniale, che le garantiva agibilità, ricchezza e protezioni, perché la mafia avrebbe dovuto imbarcarsi in un’avventura autoritaria. dagli esiti incerti, appoggiando un colpo di stato ordito da un fascista – tale era etichettato Borghese – erede tra l’altro di quel Fascismo che durante il Ventennio aveva reso vita difficile proprio alla mafia?
- e le logge massoniche che interesse avevano ad agevolare un colpo di stato ordito da un fascista, visto che proprio il Fascismo aveva messo al bando la Massoneria?
La diffusione della notizia e la replica di Borghese
Il 17 marzo 1971 si diffondeva la notizia delle indagini condotte dalla magistratura su un “complotto neofascista” che la notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970 sarebbe dovuto sfociare in un “golpe” organizzato dal Comandante Borghese. Immediatamente si scatenava una campagna politico-giornalistica il cui bersaglio principale era Borghese nel frattempo riparato all’estero. La notizia venne diffusa all’indomani di due grandi manifestazioni anticomuniste tenutesi rispettivamente a Milano il giorno 13, dalla Maggioranza Silenziosa il cui animatore era il partigiano Adamo degli Occhi, ed a Roma il giorno successivo, dall’Associazione Amici delle Forze Armate.
In risposta all’articolo «The Pasta Putsch», pubblicato il 5 aprile 1971 sul «Time», Borghese inviò una missiva al direttore della testata americana sostenendo di non aver «mai organizzato colpi di Stato» (E. Cavaterra, «L’Italia muore di antifascismo», «Il Conciliatore», n. 2 febbraio 1972).
Nei giorni del golpe, Pansa intervista Borghese
Torniamo al dicembre 1970 perché, ad una manciata di ore dal golpe, accadde un qualcosa di incredibile: il giornalista di sinistra Gianpaolo Pansa del quotidiano «La Stampa», si trovò a cospetto del Comandante Borghese per intervistarlo. Non si trattò di un’intervista di qualche minuto, ma di un qualcosa di più, come raccontò lo stesso Pansa:
«Ho parlato con Valerio Borghese, a Roma, il 4 e il 5 dicembre 1970, appena due giorni prima dell’“adunata” nelle tre palestre per il presunto complotto contro lo Stato. […] Il 3 dicembre, per telefono, parlai con uno dei più stretti collaboratori di Borghese, il costruttore edile Guadagni, già segretario nazionale del movimento. Dopo qualche trattativa, il mio incontro col principe venne fissato per le 11 del giorno successivo, venerdì 4 dicembre, in via Giovanni Lanza. Ci andai con il fotoreporter Mimmo Frassineti, dell’Agenzia Team. […] Quella non era la sede del Fronte, precisò, ma la sua stanza privata di lavoro. […] Quindi mi chiese:
“Lei scriverà su di me un articolo obiettivo?”.
Risposi di no, che non sarebbe stato possibile, che io non ero un giornalista obiettivo e non credevo al mito dell’obiettività.
Borghese parve soddisfatto della risposta:
“Lei ha il coraggio della verità. Va bene, dunque, le dò l’intervista. Ma venga domani pomeriggio, perché adesso non ho tempo”.
L’indomani era sabato 5 dicembre. Cominciammo a parlare poco dopo le 16 e finimmo verso le 19. A tutto il colloquio assistette Guadagni e, in parte, anche Frassineti che fece altre foto. Debbo dire che Borghese non solo fu cordiale e gentile, ma si rivelò pazientissimo: sopportò decine di domande, e rispose parlando a torrente, senza risparmiare parole o fiato. La sua voce era robusta, a tratti imperiosa, e lui spesso serrava il pugno, in un gesto duro che doveva essergli abituale. Mi lasciò registrare tutto. […]». Dal detto colloquio, oltre ad un’intervista pubblicata a puntate su «La Stampa», Pansa poté ricavarne addirittura un libro, «Borghese mi ha detto», di oltre 180 pagine – di cui abbiamo riportato sopra stralci dell’introduzione – pubblicato dall’editore di Milano Aldo Palazzi. Il libro uscì nel 1971 e, per quanto la vulgata di quel periodo aveva già sentenziato che la notte fra il 7 ed 8 dicembre del 1970 si fosse verificato un “complotto neofascista”, nella citata prefazione Pansa scriveva di «presunto complotto contro lo Stato».
In proposito sorge una domanda:
Borghese, nelle ore cruciali che precedono il golpe, trova il tempo per rilasciare una lunga intervista dalla quale ne nascerà addirittura un libro. Almeno che il Principe nero non abbia avuto il dono della bilocazione tale da potersi dedicare, contemporaneamente, al colpo di stato ed all’intervista a Pansa, nel caso tale fenomeno fosse da escludersi, proprio la presenza di Pansa dinanzi al Comandante Borghese nelle giornate del 4 e 5 dicembre farebbe crollare l’ipotesi suggestiva del golpe.
Un’altra ipotesi
Non è da escludere che, in quelle giornate del 7 ed 8 dicembre 1970, Borghese stesse mettendo a punto la macchina organizzativa del Fronte Nazionale al fine di scendere in piazza per una grande manifestazione contro la imminente visita in Italia del Presidente jugoslavo Tito, noto infoibatore di italiani. Era inoltre pendente, fra Italia e Jugoslavia, il nodo del confine orientale. Nel merito nutriamo dei dubbi che Borghese, nell’organizzare la manifestazione anti-Tito, sia stato sollecitato da personaggi di area governativa (https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/DF/284294.pdf).
Infatti, vista la reciproca ostilità fra Borghese e la classe politica, sorgono due quesiti:
- perché Borghese avrebbe dovuto fidarsi di una sollecitazione proveniente da parte ostile?
- perché la classe politica che malvedeva Borghese avrebbe sollecitato l’ex Comandante della X MasS a scendere in piazza contro Tito? Per tendergli una trappola in modo da far passare la manifestazione anti-Tito per un golpe?
Borghese, nell’organizzare la manifestazione contro Tito agì autonomamente perché era nella sua personalità muoversi in tal modo. Che poi in quella notte della Madonna lunga e misteriosa andò in onda anche un’esercitazione delle Forze Armate denominata “Operazione Triangolo” è cosa nota, ma che relazione poteva avere con la mobilitazione anti Tito del Fronte Nazionale? Ma quando sarebbe dovuto giungere in Italia il Presidente della Jugoslavia? La risposta ci viene data dall’organo ufficiale del PCI, «l’Unità», il 10 dicembre 1970, giorno dell’arrivo a Roma del leader comunista, che titolava in prima pagina un articolo di Giuseppe Boffa: «Rinviata la visita di Tito in Italia».
Revocato il mandato di cattura nel 1973, Borghese sarebbe potuto rientrare in Italia per raccontare quanto avvenuto ma, improvvisamente, morì a Cadice, in Spagna, nell’agosto 1974.
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