giovedì 1 gennaio 2026

2.6 Lo squadrismo degli anni ’60-’70

 

A Milano

Siamo nella Milano del 1975. Il ventiseienne Alberto Brasili sta passeggiando con la fidanzata Lucia Corna nelle vie del centro. Brasili, barba e capelli lunghi, indossa l’eskimo, l’indumento simbolo della contestazione giovanile, sintomo quasi certo di militanza attiva a sinistra. All’angolo tra piazza San Babila e via Mascagni stacca da un palo della luce un adesivo elettorale del Movimento Sociale Italiano. Il gesto è sufficiente ad attirare l’attenzione di cinque neofascisti che in quel momento stanno uscendo da un bar di corso Vittorio Emanuele.

Brasili viene ucciso con 5 pugnalate, mentre la fidanzata scampa la morte solo perché una delle coltellate inferte manca di pochi centimetri il cuore. “Li ho sentiti arrivare quando erano ormai alle nostre spalle  –  ha raccontato in seguito Lucia Corna  –  e ho visto luccicare le lame dei coltelli. Uno dei cinque mi ha afferrata e ha cominciato a colpirmi mentre gli altri si accanivano su Alberto”.

 Non è la prima morte violenta per mano dei “sanbabilini”  –  neologismo coniato dai cronisti di nera del tempo usato per indicare i giovani fascisti che popolano piazza San Babila, a pochi passi dal duomo di Milano . È però un omicidio dal peso particolare: colpisce per la futilità del pretesto. L’anno seguente il regista Carlo Lizzani ne trae un film, non senza tentativi di sabotaggio da parte dei fascisti, dal titolo San Babila ore 20: un delitto inutile.

Nel 1968 il senatore del MSI Gastone Nencioni affitta un locale in Corso Monforte, e ne fa la sede del movimento giovanile della destra radicale “Giovane Italia”, San Babila diventa il fortino dell’estrema destra milanese.

 L’estrazione sociale dei neofascisti che dalla loro roccaforte progettano attacchi violenti con modalità squadrista è perlopiù borghese, con una forte componente della “Milano bene”, anche se non mancano proletari. Pure dal punto di vista ideologico i sanbabilini sono un gruppo eterogeneo. Sotto l’etichetta generica di “estrema destra” coesistono posizioni distanti, quando non contraddittorie.

È rilevante la componente “evoliana ” –  che si ispira cioè a Julius Evola, filosofo che unisce l’antisemitismo e il razzismo ad una visione del mondo caratterizzata dalla magia e dall’occulto. C’è chi si dichiara tradizionalista cattolico e chi non ha remore nel definirsi nazional-socialista. Anche sull’influenza statunitense i giovani fascisti hanno opinioni diverse: la componente filo-atlantista si contrappone a quella che vede negli Stati Uniti il più grande nemico del popolo italiano, sostenitore di un materialismo nocivo al bene della nazione e dell’individuo.

 Ciò che permette a un coacervo di individui con uno spettro ideologico così ampio di non implodere e mantenersi unito in un solo fronte è il comune ripudio del comunismo e il ricorso sistematico alla violenza come modus operandi.

Il rifiuto della cultura sessantottina si manifesta anche esteticamente. Al fenomeno dei “capelloni” e dell’eskimo, “divisa” classica del militante di sinistra, si contrappone quella del sanbabilino: occhiali a goccia, stivaletti a punta, jeans, giubbotto militare o giacca in pelle. L’abbigliamento non è solo un fatto esteriore, ma determina l’appartenenza a uno schieramento politico e l’aderenza ai valori di cui quello schieramento si fa portatore.

Gli inizi degli scontri violenti risalgono però a qualche anno prima. Uno dei primi episodi riguarda un comizio tenuto in piazza San Babila il 16 marzo del 1969 dal MSI, in nome di un ritorno alla normalità negli atenei occupati dalla sinistra studentesca. Il clima si scalda quando la componente giovanile della militanza missina decide di dare il via a un corteo non autorizzato al grido di “All’armi siam fascisti!” che culmina in uno scontro violento con le forze dell’ordine.

 Solo un anno dopo, in seguito agli ennesimi scontri tra fascisti e forze dell’ordine, la sede di Corso Monforte della Giovane Italia si vede costretta e chiudere i battenti. Ciò non determina però la fine della San Babila nera, e anzi proprio nel biennio 1972-1973 gli scontri si fanno sempre più frequenti.

Nel febbraio 1972 hanno luogo una serie di attentati dinamitardi che colpiscono vari punti simbolici della sinistra milanese, tra cui la sezione del PCI “Aldo Sala” e la sede del quotidiano “L’Unità”. Gli atti terroristici vengono rivendicati dalle SAM  – Squadre d’Azione Mussolini  –  in cui militano i camerati di San Babila. 

Poco dopo la sede del partito comunista marxista-leninista di via Farsaglia viene data alle fiamme. A fine gennaio, dopo il funerale di uno studente di sinistra ucciso da un agente, le strade della città si infiammano di cortei e manifestazioni.

Al tentativo di un gruppo di manifestanti di attaccare la roccaforte sanbabilina, i giovani fascisti rispondono con le armi da fuoco. Il clima è ormai quello di una città sull’orlo della guerra civile e piazza San Babila è sempre più simile a una trincea.

Il “giovedì nero” di Milano

L’episodio più significativo è però quello ricordato come “il giovedì nero di Milano”. È il 12 aprile 1973, e i principali esponenti del MSI hanno organizzato un corteo contro la sinistra. Il giorno stesso, tuttavia, il prefetto Libero Mazza proibisce ogni genere di manifestazione pubblica fino al 25 aprile.

I neofascisti non accettano il divieto. Alle 17.30 piazza San Babila è invasa di bandiere tricolori e vessilli fascisti. La tensione sale improvvisamente. Un agente, colpito da un oggetto, chiude istintivamente lo scudo verso di sé. Ciò che il poliziotto preme contro il suo petto non è però un semplice corpo contundente, ma una bomba a mano Srcm-35 che esplode uccidendolo.

L’anno seguente, a pochi giorni dal verdetto del processo contro i colpevoli del giovedì nero, Brasili perde la vita per aver staccato un manifesto fascista da un palo della luce. La morte del giovane di sinistra (da cui siamo partiti) non è quindi un episodio isolato: è piuttosto il risultato a cui ha condotto un clima di terrore e violenza covato per anni in un ambiente pericoloso.

Il giovedì nero di Milano segna un punto di non ritorno per i sanbabilini. Il fortino perde lentamente la sua valenza simbolica e una parte dei fascisti che lo popolavano va ad ingrossare le file del terrorismo.

A Roma

Nella Capitale, i fascisti avevano sempre goduto di una solida base di consenso, genericamente anticomunista, ma pronta a fornire su richiesta i voti alla destra, quei voti che avevano contribuito a rendere il MSI il terzo partito della Capitale.

Il ricordo degli scioperi studenteschi degli anni Cinquanta in favore di “Trieste, Istria e Dalmazia italiane” o contro l’invasione sovietica dell’Ungheria, erano negli anni ’70 ancora vivi nella testa dei caporioni missini che avevano mal digerito lo spostamento a sinistra dei giovani romani, iniziato a metà anni sessanta e uscito sempre più rafforzato dall’esperienza del ’68.

L’avanzata del PCI, l’impegno di migliaia di giovani nelle scuole e nei quartieri, mai coinvolti prima nella politica, aveva infatti profondamente mutato gli equilibri nella città. Questo per i vertici del partito di Almirante non era tollerabile, l’indicazione lanciata ai propri militanti era quella di contendere fisicamente alla sinistra il terreno politico, agendo sistematicamente e militarmente nei quartieri e nelle scuole, ovunque esistessero situazioni di intervento politico dei compagni.

Questa strategia si rifletteva nella presenza dei fascisti sul territorio di Roma, città composita per connotazione sociale e orientamento politico.

Se nelle città del Nord, circondate da un hinterland tradizionalmente schierato a sinistra, c’erano gli operai pronti a scendere in città per bilanciare il peso politico di un centro cittadino borghese e tendenzialmente conservatore, Roma si presentava con una connotazione geopolitica a “macchia di leopardo”, con zone popolari schierate a sinistra confinanti con altre di opposto segno politico, in centro città come verso i quartieri più periferici.

Esistevano zone interdette per la sinistra, dove la lunghezza dei capelli poteva costarti se andava bene una sprangata, con una contrapposizione fisica ad alta intensità, che per reazione indirizzava il sentimento antifascista verso una pratica militante quotidiana. Oltre che nelle zone tradizionalmente “nere” (Parioli, Balduina, Trieste, Vigna Clara, Eur, Piazza Bologna) il MSI teneva aperte sezioni anche nei quartieri popolari, usandole come avamposti militari per spedizioni punitive.

Con gli stessi fini tenevano aperte le sedi del Fronte della Gioventù e del FUAN poste strategicamente in prossimità dei Licei politicamente più attivi e dell’università La Sapienza. Ad agire i professionisti del pestaggio, picchiatori sperimentati, uomini fatti e non solo pischelli esaltati, spesso armati di pistola, ex-repubblichini di Salò, a volte mercenari reclutati tra i disoccupati.

In questo clima di contrapposizione, la garanzia dell’agibilità politica a scuola come nel quartiere era per tutti i compagni stimolo all’organizzazione, la pratica antifascista da reazione spontanea necessaria si trasformava in iniziativa militante, portando nell’intervento politico quotidiano la parola d’ordine della “Messa Fuori Legge del MSI”.

Le Università, e in particolare quella di Roma, erano teatro di ricorrenti azioni squadristiche, sempre tollerate da PS e Rettore[1].

Il 27 aprile 1966, mentre si svolgevano le elezioni per gli organismi rappresentativi, una squadraccia (composta da personaggi tutti ben noti alla polizia) assalì per l’ennesima volta gli studenti sulla scalinata della Facoltà di Lettere. Un giovane di 19 anni, colpito duramente, svenne e precipitò nel vuoto trovando la morte.

Era Paolo Rossi, studente di Architettura, dell’UGI[2], già socialista e boy scout. I fascisti e la stampa di destra (sostenuti dal Rettore del tempo) cercarono di presentare Paolo come un malato di epilessia che sarebbe caduto da solo, ma per loro sfortuna la famiglia di Paolo (il padre era stato partigiano nei cattolici-comunisti) poté dimostrare, certificati e foto alla mano, che Paolo non solo era sanissimo ma era anche alpinista e impegnato come studente di Architettura nel fare foto arrampicandosi sui campanili.

Ai funerali di Paolo Rossi, il prof. Walter Binni, antifascista e già membro dell’Assemblea Costituente, tenne un memorabile discorso, a cui seguì l’occupazione dell’Università, che ebbe fine solo dopo aver ottenuto le dimissioni del Rettore Papi e la rimozione del Commissario di PS.

Fu il vero inizio del movimento studentesco a Roma, due anni prima del ’68. L’istruttoria per quell’assassinio si concluse solo il 30 luglio 1968 con una sentenza di “omicidio preterintenzionale contro ignoti”: si riconosceva che era stato commesso un “delitto” anche se restavano sconosciuti gli autori, benché l’intero pestaggio fosse stato fotografato, e fossero riconoscibilissimi i responsabili.

Immagine in bianco e nero di un momento del pestaggio che portò all'uccisione di Paolo Rossi. Vi è una folla e in primo piano sono inquadrate tre persone di profilo. Tra queste vi è un poliziotto indifferente verso ciò che sta accadendo.

Un momento del pestaggio che portò all’uccisione di Paolo Rossi (1). Si noti l’indifferenza del poliziotto in primo piano.
Immagine in bianco e nero di un ulteriore momento del pestaggio che portò all'uccisione di Paolo Rossi. Sono chiaramente visibili e riconoscibili i volti di molte persone della folla che stanno partecipando attivamente al delitto.
Un momento del pestaggio che portò all’uccisione di Paolo Rossi (2). Riconoscibilissimi i picchiatori.

Almirante con la pennetta sul cappello all’assalto del Movimento studentesco

Il 16 marzo 1968, due settimane dopo la “battaglia di Valle Giulia”, nelle prime ore del mattino, un nutrito gruppo di militanti del MSI, guidati dall’allora deputato Giorgio Almirante, tentano un assalto alla Facoltà di Lettere della Sapienza, con l’intenzione di bloccare l’occupazione portata avanti dagli studenti.

Immagine in bianco e nero che ritrae i mazzieri neo-fascisti sulla scalinata della Facoltà di Giurisprudenza durante l'assalto del1968. In primo piano è riconoscibile la figura di Giorgio Almirante.
Giorgio Almirante alla testa dei mazzieri neo-fascisti sulla scalinata della Facoltà di Giurisprudenza durante l’assalto del 16 marzo 1968.

All’assalto seguirono violenti scontri. Particolarmente intensi furono quelli sotto la Facoltà di Giurisprudenza, all’interno della quale si erano asserragliati i missini. Gli studenti che cercavano di entrare per cacciare i fascisti forzando gli ingressi ostruiti da mobili e suppellettili vari, vennero fatti bersaglio di un fitto lancio di banchi, cattedre e sedie.

Proprio a causa del lancio di un pesante banco venne ferito uno degli esponenti di spicco del movimento, Oreste Scalzone, che riportò una frattura alla colonna vertebrale.

Anche in anni più recenti numerosi compagni hanno perso la vita a Roma per mano dei fascisti o della polizia. Il 27  febbraio 1969 si svolgono grandi manifestazioni contro la presenza di Nixon a Roma. Mentre la PS interviene con grande violenza contro il corteo, i fascisti tentano un assalto contro la Facoltà di Magistero occupata, incendiando fra l’altro il portone dell’edificio. Nel tentativo di sfuggire, lo studente di Lingue Domenico Congedo precipita da un cornicione e muore; era nato a Monteroni (Le) e aveva 23 anni.

https://www.rifondazionecomunista.org/disposizione-xii/1241/

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