martedì 1 aprile 2014

Omicidio Daniele nove anni dopo: tutto tace

danielepolimeni
di Angela Panzera -
 L’atto più crudele che l’essere umano possa compiere è quello di privare una madre del proprio figlio. Quando muore un figlio, non si spegne soltanto una vita, ma ne vengono spazzate via due, tre o forse più, tutte insieme, in solo colpo. Sono trascorsi nove anni dal primo aprile 2005. Sono trascorsi nove anni dal ritrovamento  del corpo carbonizzato di Daniele Polimeni, sono trascorsi nove anni e ancora gli inquirenti non hanno dato un nome e un volto ai suoi assassini. Daniele, 19 anni, cresciuto nel quartiere di Santa Caterina, la maglia della Reggina sempre nel cuore,  il 30 marzo viene bruciato mentre era ancora a vivo in una località nei pressi di Favazzina, a pochi chilometri da Reggio Calabria. Il metodo è quello che il codice vigliacco della 'ndrangheta impone, nessuna traccia deve essere trovata. Gli assassini gli rubano la macchina e poi bruciano anche questa poche ore dopo il delitto lasciandone la carcassa a San Gregorio. Tentano un depistaggio, ma i Carabinieri che prima ritrovano l’auto e poi dopo 36 ore il corpo del ragazzo, incrociano i fatti e associano gli elementi. Dal primo aprile del 2005 quelle stesse fiamme che hanno avvolto Daniele costituiscono da ben nove anni l’inferno di Anna Adavastro, sua madre. Chi ha cosretto Daniele ad andare a Favazzina? Chi lo ha ucciso ? Cosa avrà mai fatto questo ragazzo per meritarsi una morte così crudele? Dopo nove anni sono ancora in piedi le indagini della Procura della Repubblica di Reggio Calabria oppure il caso è stato archiviato? Procede la Direzione Distrettuale Antimafia oppure la Procura ordinaria? Queste sono le domande che da nove anni la Signora Adavastro si pone, ma nessuno ha mai risposto a questi interrogativi legittimi che una madre giustamente porta ogni giorno con sè. Ad oggi, 1 aprile 2014, nel giorno dell'anniversario del ritrovamento del corpo di Daniele, la madre del ragazzo non sa nè chi è il sostituto procuratore che indaga, o ha indagato, sull'omicidio del giovane nè sa se gli inquirenti hanno "imboccato" qualche pista. Anna vuole solo giustizia. Anna vuole solo sapere perchè suo figlio è morto e chi è stato a decidere la fine della sua esistenza. Tutte le sue domande le ha riposte ogni mese in alcuni manifesti apposti sia in centro che alla periferia di Reggio Calabria. Una scadenza fissa in cui Anna ripone la speranza che qualcuno, leggendo, possa aiutarla in questa dura battaglia il cui nemico non è solo la criminalità organizzata, ma è l'indifferenza, l'omertà. Nemici che le operazioni dell'autorità giudiziaria non sconfiggono, ma solo un'onesta coscienza civile potrebbe annientare. L'ultimo manifesto è di appena due giorni fa, il titolo sempre lo stesso: “DANIELE...”, l'unica cosa che cambia rispetto a quelli precedenti è il numero dei mesi. Ad oggi siamo a 108: ben 108 mesi da quando Daniele è stato ucciso, da quando è calato il silenzio. Abbiamo intervistato la Signora Adavastro e le abbiamo chiesto se dopo tutto questo tempo confida ancora nell'operato delle Forze dell'Ordine. “All'epoca, suppongo che i Carabinieri abbiano agito secondo procedura, vedevo i loro occhi scioccati dall'atrocità con la quale uccisero mio figlio, mentre io non avevo lacrime da mostrare, mi piovevano tutte dentro. I primi tempi mi recai spesso presso la 2° sezione omicidi, per mia volontà, per sapere come procedessero le indagini, o convocata dagli stessi inquirenti, ma, col passar del tempo, gli incontri si diradarono, anche perchè in breve tempo cambiò per tre volte il Tenente Colonnello che seguiva le indagini. Sento la lontananza da parte della Procura, all'epoca mi dissero che il caso non si sarebbe chiuso, ma ad oggi non so più nulla. Pensavo che negli ultimi anni ci potessero essere delle novità, aspettavo notizie, ma niente, non ho saputo più niente. Ho creduto mio preciso dovere scuotere le coscienze, o almeno tentare, con l'unico mezzo che mi è venuto in mente ossia i manifesti, che  non intendono ricordare anniversari, ma i mesi trascorsi nell'attesa. Questo il senso dei tre puntini sospensivi dopo il nome di Daniele. Ho rivolto le mie parole nei vari anni alle forze dell'ordine, ai cittadini, agli amici di Daniele, ai suoi assassini, a tutti, nessuno escluso, chiedendo loro un cenno, un minimo sforzo per iniziare a capire il perché. Basterebbe che, per una volta, costoro ascoltassero la loro coscienza, invece di ignorarla, basterebbe un messaggio anonimo. Sono arrivata a pensare che forse dovrei promettere una ricompensa. In tutti questi anni si è sempre più radicata in me, la convinzione che, purtroppo, esistono vittime di serie A e vittime di serie B, anche se tutti si affannano a dichiarare il contrario, e di conseguenza esistono anche madri, padri, figli, sorelle di serie B. In particolare mi riferisco all'assenza e al silenzio, su alcuni omicidi, dei politici, delle varie associazioni, della stampa, e anche dello stato che purtroppo io ormai non scrivo più con la lettera maiuscola. L'omicidio di mio figlio Daniele è una vicenda che deve far preoccupare non poco la nostra città. Daniele non proveniva da una famiglia mafiosa né malavitosa; per nove mesi io e mio marito ragionammo su quale nome dare a nostro figlio in modo da non dare adito ad omonimie, considerato il cognome che a Reggio è molto diffuso. Purtroppo Daniele è cresciuto in una città dove i sogni vengono deviati, dove è troppo facile farsi adescare e sedurre”. La mamma di Daniele attualmente  è impegnata nel ricordo delle vittime, di mafia e non, attraverso molteplici associazioni come “Libera-nomi e numeri contro le mafie” ed “Il pesce  rosso”; a breve infatti, partirà un progetto che avrà fra i suoi scenari anche Favazzina e precisamente il luogo in cui Daniele è stato ucciso. “ Io non ho molto tempo a causa di una brutta malattia- ha affermato la Signora Adavastro- ora devo agire”. 


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