Archeologia, contestato il concorso
L’esito della prova attaccato da dodici accademici. Rilievi sull’abilitazione nazionale
Dodici accademici dei Lincei, fra i quali Ermanno Arslan, Edda Bresciani e Salvatore Settis, Mario Torelli e Fausto Zevi, hanno sottoscritto una lettera, inviata al ministro dell’Istruzione, Stefania Giannini, per protestare contro gli esiti del concorso di abilitazione per professori universitari nel settore di Archeologia.

Secondo gli accademici, il numero di abilitati – 69 su 160 candidati per la prima fascia e 241 su 553 per la seconda – è da considerare «spropositato»: «se i bilanci delle università dovessero veramente assorbire anche solo una parte di questi abilitati», come, a loro dire, potrebbe accadere stando a taluni commi della legge Gelmini, «saremmo nella paradossale situazione che il nostro Paese verrebbe a disporre di un numero di professori universitari associati di archeologia oltre otto volte superiore a quello dei pari grado nelle università dell’intera Europa a 27, un dato che getta discredito non solo sulla categoria degli archeologi, ma su tutta l’accademia». Una situazione non dissimile registrano anche per la fascia degli ordinari. Critica la conclusione: «Quando, come qui è il caso, una commissione non contenga né studiosi di primo piano e con vasta esperienza internazionale né competenze essenziali, i commissari possono facilmente cedere alla tentazione di condizionare il futuro della disciplina».
http://www.corriere.it/cultura/14_aprile_04/archeologia-contestato-concorso-5bc8da16-bbd1-11e3-a4c0-ded3705759de.shtml
La lettera di protesta degli accademici

Al Ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca
ROMA
Noi sottoscritti, soci dell’Accademia Nazionale dei Lincei della categoria degli archeologi, all’indomani della pubblicazione dei risultati delle abilitazioni all’insegnamento universitario, riteniamo di dover esprimere a Lei, on.le Ministro, tutta la nostra profonda sorpresa per l’operato della Commissione per le abilitazioni della macroarea «Archeologia». Crediamo sia bene partire dai semplici aspetti quantitativi dell’operazione, per poi considerarne alcuni qualitativi.
Mentre per la prima fascia sono stati abilitati 69 candidati su 160, per la seconda fascia i candidati idonei sono stati 241 su 553. La scelta fatta dalla Commissione di abilitare un numero spropositato di candidati soprattutto per la seconda fascia appare per molti versi insultante: se i bilanci delle Università dovessero veramente assorbire anche solo una parte di questi abilitati, come potrebbe accadere stando a taluni commi della sciagurata legge Gelmini, saremmo nella paradossale situazione che il nostro Paese verrebbe a disporre di un numero di professori universitari «iuniores» di archeologia oltre otto volte superiore a quello dei pari grado nelle Università dell’intera Europa a 27, un dato che getta discredito non solo sulla categoria degli archeologi, ma su tutta l’accademia.
Affidando tutto allo strumento francamente mostruoso delle c.d «mediane», ridicolo artifizio bibliometrico, che rinunzia alla qualità e fa discendere i giudizi dalle «quantità», anche queste spesse volte opinabili, si è creata una situazione di estrema gravità: sono stati resi idonei candidati, la mediocrità o addirittura l’irrilevanza della cui produzione è visibile ictu oculi a chiunque. Come molti hanno detto o scritto, non si capisce veramente quale fosse la ratio in base alla quale è stata concessa l’idoneità: se era solo quantitativa, bastava da sola la macchina; se era invece qualitativa, come da taluni giudizi si evince, allora i commissari non hanno fatto il loro dovere, quale è lecito attendersi da un professore ordinario di esperienza.
Né è difendibile un criterio meramente quantitativo, per cui vale «uno» sia una prefazione di una pagina sia un lavoro enormemente più impegnativo. In ultima analisi, la conseguenza di valutazioni così fatte appare prodotta da una grave stortura: da un lato ci si è voluti mostrare generosi a spese della scienza, una scelta palesemente fatta con l’obiettivo di compiacere singoli professori e cordate vecchie e nuove, e finanche intere regioni (una sola scorsa della lista degli abilitati permette di dire a quali regioni ci si riferisce), dall’altro si è seguito il cinico ragionamento, secondo il quale l’assalto alla diligenza provocato dalla straordinaria «liberalità» renderà di fatto non operante l’intero processo abilitativo, vanificando un’attività costata non poco all’Erario, ivi compresi i lauti compensi ai commissari ”stranieri”, di alcuni dei quali si dice fossero addirittura digiuni della lingua italiana. Anche per la prima fascia si rilevano analoghe storture, ma in questo caso le preferenze di scuola sono ancor più evidenti: il buon gusto ci esime dal fare una casistica precisa, ma il semplice confronto delle esclusioni con le inclusioni fornisce un quadro del tutto evidente delle scelte «di scuola», che hanno privilegiato alcuni candidati, non sempre di evidente alta qualità, e danneggiato altri, con scelte valutative a dir poco opinabili, e talvolta basate su una concezione miope e ristretta della disciplina, che di fatto ne esclude parti considerate essenziali in tutto il mondo.
Un fattore essenziale di queste storture va menzionato: secondo la legge Gelmini, ai docenti di prima fascia è riservato per intero l’onere di giudicare in abilitazioni e concorsi, e cioè di decidere del futuro della disciplina (in prima come in seconda fascia). Quando, come qui è il caso, una commissione non contenga né studiosi di primo piano e con vasta esperienza internazionale né competenze essenziali (per esempio, di storia dell’arte greca e romana), i commissari possono facilmente cedere alla tentazione di condizionare il futuro della disciplina limitando le scelte di prima fascia ai candidati ad essi affini per ambito di studi (anche ristrettissimo) o per appartenenze e colleganze che nulla hanno a che fare con la scienza. Scelte come queste risulteranno incomprensibili «in the profession» a livello dell’opinione pubblica internazionale. Per queste considerazioni, che potrà estendere ad altre categorie, per le quali abbiamo raccolto analoghe doglianze da molti nostri colleghi, la preghiamo di voler sospendere l’operatività di questa abilitazioni e tornare sull’intera materia delle abilitazioni e dei concorsi con un nuovo provvedimento legislativo, che ripristini il criterio assolutamente prevalente della qualità (e non della quantità) della ricerca.
Ermanno Arslan
Luigi Beschi
Nicola Bonacasa
Edda Bresciani
Giovannagelo Camporeale
Filippo Coarelli
Antonio Giuliano
Eugenio La Rocca
Vincenzo La Rosa
Salvatore Settis
Mario Torelli
Fausto Zevi
ROMA
Noi sottoscritti, soci dell’Accademia Nazionale dei Lincei della categoria degli archeologi, all’indomani della pubblicazione dei risultati delle abilitazioni all’insegnamento universitario, riteniamo di dover esprimere a Lei, on.le Ministro, tutta la nostra profonda sorpresa per l’operato della Commissione per le abilitazioni della macroarea «Archeologia». Crediamo sia bene partire dai semplici aspetti quantitativi dell’operazione, per poi considerarne alcuni qualitativi.
Mentre per la prima fascia sono stati abilitati 69 candidati su 160, per la seconda fascia i candidati idonei sono stati 241 su 553. La scelta fatta dalla Commissione di abilitare un numero spropositato di candidati soprattutto per la seconda fascia appare per molti versi insultante: se i bilanci delle Università dovessero veramente assorbire anche solo una parte di questi abilitati, come potrebbe accadere stando a taluni commi della sciagurata legge Gelmini, saremmo nella paradossale situazione che il nostro Paese verrebbe a disporre di un numero di professori universitari «iuniores» di archeologia oltre otto volte superiore a quello dei pari grado nelle Università dell’intera Europa a 27, un dato che getta discredito non solo sulla categoria degli archeologi, ma su tutta l’accademia.
Affidando tutto allo strumento francamente mostruoso delle c.d «mediane», ridicolo artifizio bibliometrico, che rinunzia alla qualità e fa discendere i giudizi dalle «quantità», anche queste spesse volte opinabili, si è creata una situazione di estrema gravità: sono stati resi idonei candidati, la mediocrità o addirittura l’irrilevanza della cui produzione è visibile ictu oculi a chiunque. Come molti hanno detto o scritto, non si capisce veramente quale fosse la ratio in base alla quale è stata concessa l’idoneità: se era solo quantitativa, bastava da sola la macchina; se era invece qualitativa, come da taluni giudizi si evince, allora i commissari non hanno fatto il loro dovere, quale è lecito attendersi da un professore ordinario di esperienza.
Né è difendibile un criterio meramente quantitativo, per cui vale «uno» sia una prefazione di una pagina sia un lavoro enormemente più impegnativo. In ultima analisi, la conseguenza di valutazioni così fatte appare prodotta da una grave stortura: da un lato ci si è voluti mostrare generosi a spese della scienza, una scelta palesemente fatta con l’obiettivo di compiacere singoli professori e cordate vecchie e nuove, e finanche intere regioni (una sola scorsa della lista degli abilitati permette di dire a quali regioni ci si riferisce), dall’altro si è seguito il cinico ragionamento, secondo il quale l’assalto alla diligenza provocato dalla straordinaria «liberalità» renderà di fatto non operante l’intero processo abilitativo, vanificando un’attività costata non poco all’Erario, ivi compresi i lauti compensi ai commissari ”stranieri”, di alcuni dei quali si dice fossero addirittura digiuni della lingua italiana. Anche per la prima fascia si rilevano analoghe storture, ma in questo caso le preferenze di scuola sono ancor più evidenti: il buon gusto ci esime dal fare una casistica precisa, ma il semplice confronto delle esclusioni con le inclusioni fornisce un quadro del tutto evidente delle scelte «di scuola», che hanno privilegiato alcuni candidati, non sempre di evidente alta qualità, e danneggiato altri, con scelte valutative a dir poco opinabili, e talvolta basate su una concezione miope e ristretta della disciplina, che di fatto ne esclude parti considerate essenziali in tutto il mondo.
Un fattore essenziale di queste storture va menzionato: secondo la legge Gelmini, ai docenti di prima fascia è riservato per intero l’onere di giudicare in abilitazioni e concorsi, e cioè di decidere del futuro della disciplina (in prima come in seconda fascia). Quando, come qui è il caso, una commissione non contenga né studiosi di primo piano e con vasta esperienza internazionale né competenze essenziali (per esempio, di storia dell’arte greca e romana), i commissari possono facilmente cedere alla tentazione di condizionare il futuro della disciplina limitando le scelte di prima fascia ai candidati ad essi affini per ambito di studi (anche ristrettissimo) o per appartenenze e colleganze che nulla hanno a che fare con la scienza. Scelte come queste risulteranno incomprensibili «in the profession» a livello dell’opinione pubblica internazionale. Per queste considerazioni, che potrà estendere ad altre categorie, per le quali abbiamo raccolto analoghe doglianze da molti nostri colleghi, la preghiamo di voler sospendere l’operatività di questa abilitazioni e tornare sull’intera materia delle abilitazioni e dei concorsi con un nuovo provvedimento legislativo, che ripristini il criterio assolutamente prevalente della qualità (e non della quantità) della ricerca.
Ermanno Arslan
Luigi Beschi
Nicola Bonacasa
Edda Bresciani
Giovannagelo Camporeale
Filippo Coarelli
Antonio Giuliano
Eugenio La Rocca
Vincenzo La Rosa
Salvatore Settis
Mario Torelli
Fausto Zevi
http://www.corriere.it/cultura/14_aprile_04/lettera-protesta-accademici-0f662c7e-bbd0-11e3-a4c0-ded3705759de.shtml
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