Nessuna delega ai politici
“Troppe scelte vengono fatte sopra le nostre teste senza consultarci. Scelte gravi che lasciano segni indelebili sui nostri corpi individuali e sociali. Loro decidono, noi paghiamo – scrive Francesco Gesualdi – Benché nessuno ricordi di avere mai chiesto niente a nessuno, succede che governo, parlamento, Ue ci urlino in coro che il nostro unico dovere è pagare”. E tutti dicono che non ci sono alternative. “Ma davvero non abbiamo altra scelta se non pagare impoverendoci? L’unico modo per stabilirlo è smettere di considerare il debito pubblico come un tema da tecnici. Smettere di assegnare deleghe in bianco a politici che vediamo solo in tv o a professori che spuntano fuori dal niente. Smettere di subire le loro decisioni e pretendere di dire la nostra. Dobbiamo uscire dalla logica del popolo amministrato, per recuperare quella di popolo sovrano come prevede la Costituzione”.
di Francesco Gesualdi*
Troppe scelte vengono fatte sopra le nostre teste senza consultarci. Scelte gravi che lasciano segni indelebili sui nostri corpi individuali e sociali. Loro decidono, noi paghiamo.
Nel 2008 il mondo è entrato nella tormenta di una crisi finanziaria globale, che puntualmente si è abbattuta sull’economia reale. Non un colpevole, non un responsabile. Il sistema l’ha derubricata a crisi ciclica, una delle tante avversità che colpiscono il capitalismo, quasi fosse un vecchio asmatico che prima o poi una bronchite la prende. Non è così. Il cataclisma è stato provocato da banchieri senza scrupoli, di qua e di là dell’Atlantico. Nella bramosia di guadagno si sono lanciati in operazioni avventate e truffaldine che hanno trascinato l’intero sistema bancario sull’orlo della bancarotta.
Nessuno di loro è stato punito. A nessuno è stato chiesto di restituire le somme intascate indebitamente giocando d’azzardo con i soldi degli altri. A terremoto avvenuto, loro si sono messi in salvo più ricchi di prima. Noi siamo rimasti sotto le macerie. E mentre cercavamo di riaffiorare facendoci spazio fra i travi crollati, è sopraggiunta un’altra scossa, collegata alla prima, che ci ha fatto sprofondare ancora più giù.
Si tratta del debito pubblico che a quanto ci dicono pesa sulle spalle di ognuno di noi, neonati compresi, per 33 mila euro. E benché nessuno ricordi di avere mai chiesto niente a nessuno, succede che governo, parlamento e Unione europea ci urlino in coro che il nostro unico dovere è pagare. Ma l’unico effetto sicuro è che l’economia andrà sempre più a fondo. Tant’è neanche i custodi del sistema sono più così sicuri di ciò che propongono.
Continuano a svendere
Come medici scrupolosi, consultano i loro calepini alla ricerca di una pozione magica capace di tenere insieme gli opposti. Sono certi che prima o poi troveranno il modo per ridurre il debito, garantire soldi ai creditori e fare ripartire la crescita. Ma nell’attesa continuano a purgarci con nuovi balzelli e tagli ai servizi. Continuano a svendere le proprietà dello stato smantellando i nostri beni comuni. Con conseguenze drammatiche. Una famiglia su quattro è a rischio povertà. I nostri bimbi sono costretti a condividere un’unica maestra in venticinque per classe. Attendiamo mesi per un’ecografia. Viaggiamo su treni sgangherati in perenne ritardo. Spingiamo l’età pensionabile sempre più su fino a costringerci al lavoro col pannolone.
Qualche ministro piange, altri politici fanno atto di contrizione. Ma poi tutti tirano dritto affermando che non ci sono alternative. E noi ci crediamo. Senza fare neanche una verifica. Semplicemente accettiamo che in nome del debito vengano distrutti i nostri diritti. Non regalati, ma conquistati al prezzo di dure lotte. Ogni giorno arretriamo di qualche passo forse perché non abbiamo ancora capito che la vera posta in gioco del debito pubblico è la nostra civiltà. Non abbiamo ancora capito che cedendo oggi, comprometteremo la tenuta sociale e la solidità della nostra casa comune per i prossimi cento anni.
Ma davvero non abbiamo altra scelta se non pagare impoverendoci? L’unico modo per stabilirlo è smettere di considerare il debito pubblico come un tema da tecnici. Smettere di assegnare deleghe in bianco a politici che vediamo solo in televisione o a professori che spuntano fuori dal niente. Smettere di subire le loro decisioni e pretendere di dire la nostra su temi che hanno conseguenze così gravi sulle nostre vite.
La soluzione è cominciare ad occuparci tutti di debito pubblico. Pretendere di aprire un grande dibattito su cause, soluzioni e prospettive. Con occhi nuovi. Col coraggio di rimettere tutto in discussione a partire dalla legittimità del debito. Dovremo discutere chi, come e quanto deve pagare, come stare in Europa, come recuperare sovranità monetaria. Discutendo potremmo giungere a conclusioni di tutt’altro genere, anche se considerate eresie. Come quella di disarmare i mercati, di fare pagare anche i creditori, di usare i titoli del debito pubblico come forma parallela di pagamento. Idee eretiche che però possono rompere le nostre catene, ridandoci fiducia e speranza.
L’economia non può essere loro riserva di caccia
Che nessuno si lasci intimidire dal fatto di non avere in tasca la laurea in economia. Nella sua essenza l’economia è fatta di pochi elementi di estrema semplicità. Non sono i concetti difficili, ma le parole coniate per rappresentarli. Una muraglia che sembra costruita apposta per tenere la gente lontana da ciò che più la riguarda. Ma il lessico non può e non deve essere di ostacolo alla partecipazione. Capiti i concetti dovremmo essere noi ad imporre il linguaggio agli economisti. Non il contrario, perché l’economia non può essere loro riserva di caccia. L’economia è il cuore della politica, se un popolo non si occupa di questa materia è come se rinunciasse alla democrazia. Lasciare l’economia agli economisti è come salire su un treno e lasciare che sia il macchinista a stabilire dove portarci. Senza molta varietà di destinazioni perché gli economisti provengono tutti dalla medesima scuola: individualista, classista, mercantilista, monetarista, materialista, produttivista, gigantista. Una scuola chiusa nel credo unico del dio mercato.
Dobbiamo uscire dalla logica del popolo amministrato, per recuperare quella di popolo sovrano come prevede la Costituzione. L’articolo uno parla chiaro: la sovranità appartiene al popolo. Ma saremo davvero sovrani solo se torniamo a partecipare per trovare tutti insieme le soluzioni ai nostri problemi. A partire dai nostri valori, i nostri obiettivi sociali, le nostre sensibilità ambientali, le nostre valutazioni politiche. Basta essere cagnolini che scodinzolano quando il padrone mostra l’osso e si accucciano quando alza la voce. Tiriamo fuori la nostra dignità di cittadini sovrani, decisi a dire la nostra e a farla valere.
Lo scopo di questo libro (Le catene del debito) è fornire gli strumenti per la partecipazione e prospettare soluzioni alternative al problema del debito pubblico. Sapendo che il futuro non si costruisce rimanendo nel solco delle vecchie idee, ma avventurandoci per cieli inesplorati allaricerca di nuove rotte.
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*Prologo a Le catene del debito, Feltrinelli
La campagna sul debito
Il Centro Nuovo Modello di sviluppo ha lanciato la campagna “Debito pubblico decido anch’io” per favorire l’attività dei gruppi locali decisi a promuovere sul proprio territorio l’informazione e l’attenzione sul debito pubblico attraverso le iniziative più varie: dalle rappresentazioni teatrali ai giochi di strada, dai momenti informativi ai dibattiti in consiglio comunale, dal controllo popolare sui bilanci comunali, alle verifiche sulle gare d’appalto. Il primo obiettivo della campagna è la nascita dei gruppi locali. Informazioni su cnms.it
http://comune-info.net/2013/11/nessuna-delega/

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