martedì 21 febbraio 2012

Maitre Philippe storie e testimonianze


M. Philippe si trovava un giorno in uno scompartimento ferroviario in compagnia di un vescovo e di un uomo di sua conoscenza che era amico del vescovo. La conversazione si portò su delle questioni teologiche.
«Secondo ciò che avete appena detto ‑ domandò l’amico del vescovo a M. Philippe ‑ la preghiera diventa inutile?». Egli rispose che al contrario la preghiera era necessaria, anzi indispensabile e gli diede delle prove evidenti. Il vescovo, comprendendo che si trovava in presenza di un uomo d’una intelligenza trascendente, gli disse allora: «Poiché potete predire i p avvenire, potreste ricordarmi un fatto personale che si sia prodotto anteriormente?». M. Philippe gli rispose allora che, quando si può predire l’avvenire si è naturalmente in grado di conoscere il passato e che, poiché egli desiderava che gli rammentasse un fatto della sua vita passata, l’avrebbe accontentato. «Molti anni fa ‑ disse ‑ un membro della vostra famiglia fu trovato appeso alla maniglia della finestra e si ebbe la certezza di un suicidio. Il vostro parente non si è suicidato, è stato prima assassinato, poi il suo cadavere è stato appeso per simulare il suicidio»,
Il vescovo molto sorpreso dichiarò che era l’esatta verità, ma che era tanto più meravigliato perché si credeva l’unico depositario di questo segreto di famiglia.
Alla seduta serale M. Philippe diceva spesso cose come: «Tuo cognato legge in questo momento tale giornale. ‑ L’imperatore di Germania ha appena detto questo ecc.». E, davanti al nostro stupore, diceva: «Sapete perché il mio spirito può espandersi così simultaneamente ovunque? Semplicemente perché sono il cane del Pastore e ho il diritto di passeggiare su tutte le terre del proprietario».
Una notte, tornando dal suo laboratorio, M. Philippe, dopo aver attraversato il ponte Morand, mi pregò di attenderlo qualche istante accese la sua pipa e discese sulla sponda del Rodano. Là si diresse verso tre uomini che deliberavano su un colpo che volevano fare. Vedendolo venire solo dalla loro parte si credettero scoperti dalla polizia e, quando egli li interpellò, cominciarono a negare. «Non negate, dunque ‑ disse loro, e ad uno d’essi ‑ sei tu che hai dato l’idea».
Risposero che erano senza lavoro e ridotti alla miseria. Allora M. Philippe promise di portar loro il giorno dopo, ad un appuntamento che fissarono insieme, la somma necessaria per iniziare un’attività. Non avendo la somma, dovette chiederla in prestito. Quegli uomini si sistemarono, in seguito, e M. Philippe disse che mai commercianti sono stati più onesti di loro.
Un giorno, M. Philippe s’accostò davanti a me ad un pover’uomo accovacciato che mendicava a un’estremità della passerella del Collegio. Le sue gambe, schiacciate da una vettura, erano paralizzate. Lo portavano là e lo riprendevano la sera con una carrozzella M. Philippe gli disse: «Conosco qualcuno che potrebbe guarirti. Bisogna solo chiedere a Dio e le tue gambe cammineranno di nuovo. Prometti di domandare a Dio?»‑ «Sì», rispose. Il Maestro mi disse mentre andavamo via: «Non chiederà proprio nulla è già la seconda esistenza che passa così storpio. Non vuole lavorare».
Alla riunione un uomo dal portamento arrogante faceva ad alta voce delle osservazioni malevole mentre M. Philippe parlava: «Bisogna essere idioti per credere a tutte queste sciocchezze», e altri commenti dello stesso genere M. Philippe passando accanto a lui nel suo giro, lo pregò di accompagnarlo nella stanza vicina. Là gli disse: «Perché quel tale giorno, a tale ora, hai strangolato quella donna? Ero vicino a te». L’uomo cadde in ginocchio, supplicando M. Philippe di non consegnarlo alla polizia. «A condizione ‑ gli fu risposto ‑ che tu cambi vita e segui la tua religione». «Se seguo la mia religione, dovrei confessarmi». «Tu ti sei confessato a me, questo basta». E l’uomo se ne andò piangendo.
C’era a L’Arbresle un uomo che guariva le bruciature. Ebbe qualche insuccesso accusò M. Philippe di esserne la causa e sparse sul suo conto dei pettegolezzi calunniosi. M. Philippe lo fece chiamare. Immergendo allora due dita della mano destra nell’acido solforico pregò il suo ospite di guarire la bruciatura. Per più di due ore questi fece tutti i suoi sforzi, mentre l’acido corrodeva la pelle intaccando la carne. Quando riconobbe umilmente la sua impotenza: «Bene ‑ gli disse M. Philippe ‑ in avvenire avrai più facilità a guarire le bruciature».
Un malato non otteneva alcun miglioramento. M. Philippe gli domandò: «Ti penti dei tuoi errori?». Il malato sorpreso rispose: «Ma io non ho mai fatto del male ad alcuno, ho sempre dato ai poveri», e così di seguito. Allora M. Philippe replicò. «In queste condizioni il Cielo non può nulla per te».
Alla riunione vidi arrivare un giorno un uomo che veniva per la prima volta. Aveva un aspetto terribile che mi fece paura. Quando M. Philippe entrò, mandò a prendere un rotolo di corda e disse: «Oggi voglio impiccarvi». Scelse una dozzina di persone e le allineò una dietro l’altra, l’uomo dal viso ripugnante per primo ed io per ultimo. Poi circondò con la corda il collo del primo, la passò sulle spalle delle altre persone, le due estremità pendenti sulle mie spalle, dietro. Domandò: «Chi vuol essere il giustiziere?». «Io» gridò una signora. «Allora, adesso annoderai le estremità della corda che pendono sulle spalle di questo signore (indicando me) e stringerai bene il nodo». In quel momento il primo uomo del gruppo cadde. Era spaventoso a vedersi, il volto rattrappito e la lingua penzolante, una lingua di una lunghezza smisurata. L’uomo non si era reso conto di nulla. Ed io ebbi l’impressione, se non la certezza, che M. Philippe gli avesse evitato il patibolo.
Tornavamo, M. Philippe ed io, da Sathonay a Lione in una carrozza a cavalli completamente scoperta. Il vento era così forte che ero obbligato a tenere con la mano il mio cappello sulla testa perché non volasse via. Il Maestro aveva caricato la sua pipa. Perché potesse accenderla al riparo dal vento, stavo preparando il mio cappello, ma lui mi pregò di rimettermelo in testa, senza aggiungere che non ne aveva bisogno. Poi, prendendo un fiammifero dalla scatola, l’accese e, mentre discorreva d’altro, lasciò che la fiamma consumasse in pieno vento la metà del fiammifero, poi, come se fosse stato in una stanza, accese tranquillamente la pipa. Non credevo ai miei occhi. La fiamma aveva resistito al vento come se questo non fosse esistito. Compresi allora che il Maestro non aveva bisogno del mio cappello per proteggere quella fiamma, ma che il mio cappello aveva bisogno della mia mano per non volar via dalla mia testa, tanto violento era il vento.
Un giorno faceva un caldo torrido nella sala delle riunioni. Qualcuno disse che la sala avrebbe dovuto essere trasportata a Bellecour. «In effetti ‑ rispose M. Philippe ‑ la stanza potrebbe essere trasportata a Bellecour solo che questo richiederebbe molti fastidi. Ma si può far venire qui l’aria di Bellecour». E, nello stesso istante, un turbine d’aria leggera impregnata di Sole passò nella sala.
Un giorno che c’era folla e che molte persone erano in piedi, M. Philippe ascoltava le lamentele di un poveretto in fondo alla sala, quando bruscamente un contadino si alzò e si precipitò verso la porta che era stata chiusa a chiave da M. Philippe. Non potendo aprirla, egli la scuoteva vigorosamente, a tal punto che M. Philippe l’interpellò: «Ehi! Non vorrai mica demolirmi la casa!». «No, rispose l’altro, ma bisogna ch’io vada di corsa al gabinetto». «In questo caso non hai che da dire alla porta: Apriti! ed essa si aprirà». ‑ «Porta, apriti!» gridò il contadino. All’istante i due battenti della porta si spalancarono. 1 più vicini guardarono chi avesse potuto aprire il vestibolo e le scale erano vuoti. Lo stupore era generale e una buona risata scuoteva i presenti. Ma tutti erano altresì presi d’ammirazione per i poteri del Maestro, che comandava alla materia inerte, e anche per la fede del contadino nella sua parola.
Tempo addietro un vecchio accompagnava spesso il Maestro nelle sue faccende. Lo chiamavano papà Galland. Una notte il Maestro e papà Galland furono costretti ad attraversare un bosco molto scuro lo attraversarono senza difficoltà, benché il sentiero che seguivano fosse mal tracciato. Il giorno dopo il papà Galland raccontava ad una persona di sua conoscenza le impressioni del suo viaggio, senza dimenticare il passaggio nel bosco. Questa persona si mostrò molto meravigliata che essi avessero potuto attraversare il bosco in una notte così scura. Papà Galland le disse: «Con Philippe si attraversano senza difficoltà le foreste più scure nelle notti più nere. Così ieri, quando siamo stati nel bosco, un raggio di luce ci ha accompagnato in modo da facilitarci la traversata».
Bou Amama era l’indovino del villaggio arabo all’Esposizione universale del 1900 a Parigi. Papus gli aveva parlato di M. Philippe ed egli aveva espresso il desiderio di recarsi a Lione per vederlo. Aveva, diceva, molte cose da dirgli. Fui incaricato di ricevere e di guidare quel vecchio Arabo, poi di condurlo alla riunione nel giorno che M. Philippe aveva fissato. Là egli restò un momento davanti al Maestro e fui meravigliato nel vedere che egli non gli parlava. Finita la riunione, scendemmo le scale, lui ed io, e ci andammo a sedere su una panchina nel cortile dove M. Philippe doveva raggiungerci. Là avemmo per venti minuti una conversazione generale, poi M. Philippe ci lasciò. E, quando espressi a Bou Amama il mio stupore che egli non avesse posto a M. Philippe le numerose domande su cui desiderava intrattenerlo, mi rispose: «Gli ho detto tutto, ed egli mi ha risposto». Gli chiesi allora: «Che pensate di Maltre Philippe?». Disse, alzando l’indice della mano destra: «È grande, è molto grande, è il più grande».
Un giorno che nella sala d’attesa della stazione di Saint-Paul mi congedavo da M. Philippe, un amico del Maestro mi avvicinò e mi chiese se l’avessi visto. Aveva, mi disse, bisogno urgente di parlargli. Imbarazzato, perché M. Philippe era là, in piedi al mio fianco, risposi a quell’amico: «Normalmente prende il treno a quest’ora, può darsi che potrete vederlo».
Il Dottor Lalande, quando tornò dalla Russia dove aveva accompagnato M. Philippe, mi disse: «Un giorno il Maestro era seduto in una carrozza al fianco della zarina, durante una rivista. Uno dei granduchi, avendo scorto un uomo in abiti civili nel calesse imperiale, si precipitò al gran galoppo col suo cavallo. Ma, accostatosi, fu stupefatto nel vedere la zarina sola nella vettura. Dovette fare a due riprese quest’andata e ritorno per convincersi che M. Philippe poteva rendersi invisibile».
Un abitante di Tarare che con una bacchetta ritrovava gli oggetti perduti, venne un giorno dal Maestro a L’Arbresle. Il Maestro prese una pietra, vi tracciò un segno con una matita e domandò all’uomo se voleva che gli si bendassero gli occhi. Questi rispose che acconsentiva. Il Maestro, dopo avergli bendato gli occhi, lanciò la pietra con forza e quando gli stava per levare la benda l’uomo gli disse che pensava di ritrovare la pietra con gli occhi bendati. Prendendo la sua bacchetta, camminò nella direzione della pietra e la trovò. Il Maestro disse allora: «Vedete che nessuna nuvola c’è nel firmamento e che nulla fa presagire cattivo tempo è mio desiderio che tra un quarto d’ora una pioggia torrenziale cada su tutta L’Arbresle ed anche su questa tenuta, e che neanche una goccia d’acqua cada sulla terrazza dove ci troviamo». Trascorso il quarto d’ora, il desiderio del Maestro fu realizzato in ogni punto e, mentre la pioggia cadeva con più abbondanza, il Maestro aggiunse: «Ora, se lo desiderate, un raggio di Sole verrà ad illuminare la casa». Ma l’uomo dalla bacchetta non chiese di più, appena la pioggia passò prese congedo dal Maestro e non tornò più a vederlo. Il fattore della signora Landar era presente, così come la famiglia del Maestro.
Ho visto per lungo tempo un arancio, posto in una grande cassa di legno, che ornava la terrazza della fattoria Landar. Questo albero un tempo era morto e il fattore l’aveva gettato in un angolo su un mucchio di calcinacci e immondizie. Era restato lì tre anni. Un giorno M. Philippe l’ha richiamato in vita ed esso ha ricominciato a germogliare e a fiorire. Ha ripreso il suo posto sulla terrazza, dove tutti l’ammiravano. M. Philippe mi ha dato alcune delle sue foglie per farne delle infusioni che facilitano il sonno.
Un malato, sofferente d’una affezione allo stomaco e considerato incurabile dai medici, si presentò per la prima volta alla riunione. Il Maestro domandò ad un farmacista presente quale pianta gli si poteva dare come medicamento. Non sapendo questi cosa rispondere, gli disse di nominare una pianta qualsiasi. Allora fu pronunciato il nome di menta. Il Maestro fece notare che vi sono tre tipi di menta e scelse la menta detta piperita. «Ma siccome non abbiamo di questo tonico sottomano ‑ disse ‑ ne fabbricheremo col permesso di Dio». Pregò un presente di arrotolare un foglio di carta in forma di cartoccio come recipiente e di fare il gesto di versarne il contenuto sulla testa del malato. «In questo istante ‑ disse indirizzandosi a tutti ‑ dovreste sentire un benessere allo stomaco». L’uditorio rispose affermativamente. «Ormai ‑ aggiunse il Maestro ‑ è data alla menta piperita una nuova proprietà in più di quelle che già possiede. Non ne abusate, ma ogni volta che prenderete di questa pianta, proverete un benessere dalla testa ai piedi».
I tre aneddoti seguenti sono stati raccontati da M. Philippe.
Un giorno è venuto alla riunione un grosso agente biondo in borghese. Al momento in cui ho pregato le persone di alzarsi come al solito, è rimasto seduto, col cappello in testa. S’è arrotolato una sigaretta e s’è messo a fumare. In quel momento ho visto un angelo che attraversava il soffitto della sala ed è venuto a lui e l’ha segnato sul Libro di Morte. Tre giorni dopo era morto. È ben diverso non essere segnati sul Libro di Vita dall’essere segnati sul Libro di Morte.
Un giorno il commissario speciale alle delegazioni giudiziarie, che io conoscevo, venne a chiedermi di dare per uno dei suoi amici di passaggio una seduta speciale alla quale, mi disse, mi pregava di invitare solo delle persone di un certo livello perché il suo amico era un personaggio importante. Il giorno fissato venne con il suo segretario e due altri signori che erano degli agenti. Davanti alla porta c’era una schiera di agenti. Tenni la riunione e fui avvertito di non fare esperimenti. Quando ebbi finito, dissi a quel signore: «È finito». «Non fate altro?». «No, signore». «Allora vogliate chiudere la porta e noi prenderemo i nomi di tutte le persone presenti. Voi rimarrete di lato, sorvegliato da questi due uomini. Ho ordine di perquisire la casa». Prese col suo segretario i nomi delle persone presenti e sequestrò alcune carte. Nello stesso tempo una perquisizione veniva fatta alla medesima ora a L’Arbresle, dove furono sfondate le persiane, e una da mio padre in Savoia. La sera ‑ diceva M. Philippe a Encausse ‑ ero deciso a punire quell’uomo. Mi fu quindi posto innanzi in corpo e spirito, e mi fu messa una spada in mano. Ma io gettai la spada. Malgrado tutto, non ne valeva la pena. Poi mi misi in ginocchio e pregai Iddio di perdonargli. Ma non so se è stato perdonato. Di tutti quelli che l’hanno aiutato in quell’occasione egli è il solo sopravvissuto, con il suo segretario. Quest’ultimo ha tentato in seguito, dietro mio consiglio, di riparare il crimine di cui era stato testimone, aiutando tutti quelli che gli inviavo. Ma lui, è rimesso alla Giustizia di Dio.
Il medico deve agire senza contare sulla riconoscenza della gente. Un giorno un malato venne a trovarmi per dei dolori terribili al viso di cui soffriva, e mi offri, da sé, 1.000 franchi per guarirlo. Gliene domandai 500, poi 250, poi 100, e infine gli dissi che, se fosse guarito, mantenesse la promessa e mi desse 50 franchi. Gli feci una “operazione ” ed egli fu guarito all’istante. Otto giorni, quindici giorni, sei mesi passarono. Lo incontrai un giorno. Non mi riconobbe. Quando gli ricordai il suo male e la sua promessa, mi disse: «Oh, non avete poi fatto granché, detto fra noi; e in seguito sono andato dal dentista, che mi ha curato bene». Gli annunciai allora che avrei disfatto ciò che avevo fatto, e che sarebbe venuto di lì a due giorni a portarmi i 50 franchi. Venne, in effetti, con un enorme ascesso ai denti, ma io rifiutai i soldi e lo guarii ugualmente, dicendogli che era una lezione.
 
M. Philippe raggruppava ogni giorno alle riunioni i malati che venivano a trovarlo e i suoi fedeli uditori.
Nella mia introduzione ho dato uno scorcio di quelle riunioni, ma è molto difficile descrivere l’atmosfera di fiducia e di fede che creava la presenza del Maestro. Ci invitava tutti all’inizio a raccoglierci, a pregare, a unirci a lui per chiedere al Cielo il sollievo e la guarigione dei malati. Il silenzio, l’attesa grave che seguiva, ci elevava per un istante al di sopra delle contingenze materiali della vita quotidiana. L’animazione provocata in seguito per le guarigioni ottenute, le domande poste e le risposte del Maestro non attenuavano l’ambiente di vera spiritualità e di simpatia benevola regnante nella sala.
Cito qui di seguito le parole del Maestro esprimenti l’importanza capitale e la gravità che egli attribuiva a queste riunioni poi, per cercare di far rivivere il loro carattere spirituale, riporto inoltre qualche aneddoto che vi si riferisce in maniera particolare.
Per poter tenere delle riunioni, bisogna vivere nello stesso tempo sull’altro piano (12.5.1901).
Un partecipante domandò un giorno a M. Philippe perché si desse la pena di dire e di fare cose tanto belle per un uditorio così mediocre.
Gli rispose all’orecchio: «Tutto ciò che si dice e si fa qui si ripercuote in tutto l’universo».
Voi non siete tenuti a credere alle cose di cui vi parlo, ma ciò che voi siete tenuti a credere e a fare, è di amare i vostri simili. Queste parole sono state scritte prima dell’inizio del mondo. Spesso voi dite: «Andiamo là, ci diranno delle belle cose». Non so se sono belle, ma ciò che affermo è che, pena l’essere nelle tenebre, siete tenuti a metterle in pratica, altrimenti è inutile venire a sentirle (2.11.1894).
Ecco ciò che dobbiamo credere per essere nella via della Luce: tutto ciò che è scritto nel Vangelo. Poi, qualunque cosa ci viene detta qui e che possa sembrarci straordinaria, non dobbiamo dubitare, neppure avere un sorriso ironico, perché tutto può avvenire non vi è nulla d’impossibile a Dio. Dobbiamo anche credere che siamo tutti fratelli, che abbiamo tutti lo stesso Padre e lo stesso Maestro (10.10.1895).
Pochi di quelli che sono venuti qui non sono segnati sul Libro di Vita. Dalla prima volta che voi venite, sentite dopo una riunione che siete più forti. Ebbene, la vostra anima, a vostra insaputa, ha ricevuto un raggio di Luce che essa cerca sempre di seguire. E i vostri ascendenti come i vostri discendenti sono anch’essi iscritti sul Libro di Vita, ve lo prometto (2.5.1895).
Coloro che sono stati alle riunioni partecipano ai loro effetti pure quando ne sono lontani. La morte non sarà per essi che una formalità: un angelo verrà a coprir loro il viso e li condurrà. Ci si prenderà cura di loro nella tomba.
Voi domandate la mia protezione ma io non posso proteggere nessuno più di quanto possiate voi. Venite qui e siete confortati. Gli uni vengono per malattie, gli altri per pene morali, ma tutti voi chiedete conforto. Restate per qualche ora con dei buoni sentimenti, con lo Spirito volto al bene (26.5.1903).
Qualche volta vi dite: «Non andiamo là» e malgrado tutto siete spinti a venirvi. Sono i vostri angeli custodi che vi spingono. E non trovate che uscendo di qui siete sollevati, che vi sentite più forti? (27.11.1894).
Voi sarete tutti un po’ riconfortati, ma dovete promettermi di essere buoni. Sapete cosa bisogna fare per questo? Semplicemente non dire male del prossimo. Sì, vi permetto di dirlo, ma solo in sua presenza! (12.7.1897).
Tutto ciò che vi ho detto e che vi dico, io l’ho provato, perché Colui che mi ha mandato mi ha dato il potere di presentarvi delle prove. Vi è forse qualcuno che possa dire che non ho provato tutto ciò che ho detto? Gli risposero: «Maestro, avete provato tutto ciò che avete detto» (2.12.1902).
Il male che è guarito senza che i peccati siano perdonati, non è che rimandato. Qui noi guariamo perdonando i peccati e il male conta come se fosse stato sofferto.
È per vostra soddisfazione personale che vi lasciamo dire ciò che avete, perché lo sappiamo. È esattamente come quando dite lo stato della vostra mano: non avete bisogno di guardarla, è vostra e voi la conoscete. Ma, lo ripeto, per vostra soddisfazione ascoltiamo ciò che ci dite, perché un malato è sempre riconfortato nel parlare al suo medico, ma a casa vostra sareste ugualmente consolati se lo chiedeste a Dio con fiducia. E quando vi facciamo alzare, è perché vi raccogliate e domandiate un po’ di conforto se il fardello è troppo pesante. Ricevete allora un po’ di quel pane dell’anima che vi aiuta a sopportare quelle pene (12.7.1897).
Non faccio nulla da me solo per guarirvi, mi rivolgo al Maestro che è Dio. Non siete sempre stati consolati? C’è qualche persona che non lo sia stata? Voi avete visto qui delle cose soprannaturali, dei miracoli. Per le esperienze che si faranno da oggi in poi, vi farò pagar caro. Oh, so bene che siete sempre disposti! Ma non è quello il pagamento di cui ho bisogno. Per le persone che vengono per la prima volta, io domando loro di fare degli sforzi per amare il loro prossimo come se stessi. Per quelli che sono già venuti, io domando loro di amare il loro prossimo come se stessi, e quelli che non potranno farmi questa promessa non potranno restare in questa sala (in caso di esperienze). Occorre anche che tutte le persone che hanno un processo in corso mi promettano di sospendere ogni procedimento perché, ve lo dico, se non siete d’accordo in questo mondo, sarà molto difficile mettervici nell’altro (7.1.1894).
Io non posso nulla, non faccio che domandare a Dio, e voi non potete provare sollievo in questa sala, sia per le malattie, sia per alleggerire il fardello che grava pesantemente su questo triste mondo, che se avete fatto qualcosa per il Cielo. Colui che non ha fatto opere meritorie non ha niente da attendere, così come non può essere ascoltato (19.2.1894).
Dal fondo del cuore domando al Cielo di inviarvi tante avversità per quante potete sopportarne, e a me quarantamila volte più che a voi.
A uno degli astanti: «Tu hai negato Dio. Ti perdono». A un altro: «Tu hai detto: Se io fossi Dio, avrei fatto le cose diversamente». Il Cielo ti perdona.
Ecco una signora che era molto malata. Le ho chiesto di calmare uno dei suoi parenti che aveva un processo in corso, perché il processo non avesse luogo bisogna essere pacifici. Ella ha fatto tutti i suoi sforzi e può chiedere una grazia che le sarà accordata. Se mi permetto di parlare così, è per mostrare che una buona azione non è mai perduta (26.2.1894).
Quando avrete dei dolori, che il vostro pensiero si diriga verso di me, chiederò a Dio per Voi (3.7.1894).
D. «La preghiera che si può fare qui, quando siamo in piedi, può essere esaudita?»
R. « C’è una persona che, soffrendo molto o avendo molti problemi, entrando nella sala, possa dire di esserne uscita senza essere riconfortata?»
Tutti dissero: «Oh, no!».
Diciannove secoli fa, Gesù guariva i malati dicendo loro: «Andate, e non peccate più!». E qualcuno tornava alcuni giorni dopo, più malato ancora. Oggi, quando accordiamo sollievo, domandiamo solo di fare il bene. C’è qualcuno che abbia mantenuto la sua promessa? Neanche una persona di questa sala ha evitato di dire male del suo prossimo, pensando: “Mah, è così poca cosa!”. Ciò può fare molto male (16.11.1893).
Oggi bisogna che mi facciate la promessa di fare tutti i vostri sforzi per il bene e non dir male di alcuno. Ed ora, visto che tutti lo avete promesso, a mia volta chiederò per tutti la pace del cuore, la calma e la forza nei dolori, e voi l’avrete (10.9.1893).
A partire da venerdì sarà chiesto molto alle persone che vengono qui. Da più tempo vengono, più sarà loro domandato. Perché bisogna essere ricchi di spirito per andare in Cielo, e non idioti o grandi sapienti (15.1.1895).
Fino ad oggi vi ho chiesto tutti i vostri sforzi per non dire male di nessuno, per amare il vostro prossimo come voi stessi. Ora vi domando non soltanto di fare degli sforzi, ma di amare il vostro prossimo come voi stessi e di non dirne male. Allora molte cose vi saranno svelate e per le esperienze che il Cielo ha permesso di vedere qui, si può ben fare qualcosa. Quelli che sono qui, ne sono lieto, hanno l’intelligenza, ma quelli fra voi che potessero mancarne, l’avranno a partire da oggi (21.9.1893).
Ricordatevi bene la data del 30 agosto 1900, perché il mio amico vi arruola tutti da oggi per essere suoi soldati, e nessuno entrerà in paradiso senza aver vinto il nemico. Sapete dov’è il nemico? In noi.
Oh, so bene, quando chiedete a Dio la guarigione di qualcuno, avete abbastanza fiducia al momento. Ma ottenuta la guarigione, dite: «Oh, doveva accadere così». E un’altra volta, quando domandate, non ottenete nulla, il Cielo non vi ascolta. Non siate orgogliosi, non siate pieni di voi stessi, osservate i comandamenti di Dio, non facendo che ciò che vorreste fosse fatto a voi, e otterrete sempre l’aiuto. Ricordatevi ciò che vi ho appena detto e, quand’anche non aveste fatto nulla di ciò, ma ve ne ricordate, io sarò là all’ora della vostra morte (3.12. 1896).
Alla riunione del lunedì 27 novembre 1893, un signore che soffriva agli occhi ringraziò M. Philippe per il miglioramento del suo stato. Questi rispose: «Non bisogna ringraziare me, io non ho fatto nulla». «Allora, chi bisogna ringraziare?» «Il Cielo». « Ma siete voi che lo rappresentate per me!». M. Philippe ripeté: «Io non ho fatto altro che chiedere per voi». E aggiunse per l’uditorio: «Sapete perché quest’uomo non diventerà cieco? Ci fu un tempo in cui, senza essere molto generoso, pure egli fece qualcosa di buono, e questo qualcosa gli attira la protezione di Dio. Ecco perché vi dico: «Fate tutto quello che potete, perché se nella vostra contabilità non avete molto dalla parte dell’avere, non troverete nulla della parte del dare, perché sarà preso a colui che non ha nulla per rimettere a colui che ha già. A chi ha molto sarà dato ancor più. È molto semplice. Non so se comprendete. Ecco là una bimba (si trattava di una fanciulla) che era molto malata e che sta assai meglio per questo mi ha fatto una promessa».
«E se queste promesse non si mantengono?»
«Colui che riceve si addossa una responsabilità, e se la vedrà in seguito con il Cielo».
Un contadino aveva la moglie malata e assisteva alla riunione. Quando il Maestro fu di fronte a lui gli disse: «È la prima volta che vieni qui?». «Sì, signore». «È per tua moglie che vieni qui?». «Sì, signore». «È molto malata, tua moglie, e ti costerà caro, sai, ottenere la sua guarigione!». «Signore, pagherò quello che ci vorrà». «Non sono i soldi che voglio, è molto di più. Vuoi che tua moglie guarisca?». «Sì, signore». «Tu hai un vicino contro il quale hai una causa in questo momento». «Sì signore», rispose il contadino sempre più sorpreso. «Perché tua moglie guarisca, bisogna che, arrivando, tu vada verso il tuo vicino e gli dica: “Se tu hai bisogno di un pezzo del mio terreno, te lo cedo. Non voglio essere in causa contro di te. Siamo amici!”». «Ma se io gli dico così, lui ricomincerà a darmi fastidio da un’altra parte». «Non importa. Vuoi che tua moglie guarisca?». Dopo qualche istante di esitazione, il contadino rispose, con voce ferma: «Sì, signore». «Mi prometti di fare la pace col tuo vicino e di dirgli come ti ho detto?». «Sì, signore». Il Maestro aggiunse: «Quando arriverai a casa, tua moglie sarà alzata, perché è guarita in questo stesso istante. Se quello che ti dico non è vero, tornerai qui e dirai davanti a tutti che tua moglie non è guarita (24.3.1903).
Una donna portò un giorno la figlia di un vedovo che si comportava male, e di cui doveva occuparsi. Dichiarò che era un peso e che non poteva tenerla. M. Philippe domandò chi avrebbe voluto prendersi cura di quella bimba. Una donna malata e senza lavoro si offrì. Il Maestro, commosso da tanta abnegazione, disse: «Voi ne sarete la madre ed io il padre, e la felicità sarà nella vostra casa» (27.12.1894).
Una persona che s’era volontariamente allontanata dal Maestro, era tornata malata d’una erisipela interna. Questa avrebbe potuto diventare molto grave e arrivare alla faringe e al petto.
«Abbiamo domandato – disse M. Philippe – che questa erisipela sia cambiata in un leggero mal di denti e che si trasformi in seguito interamente in bene. Allora la persona sarà guarita». «Ecco come fate con quelli che si comportano male con voi!» disse qualcuno. «Se voi foste un pastore e aveste una pecora che si perde, non fareste tutto il possibile per farla tornare?». «No, se è rognosa!». «Oh, ma spesso in un gregge tutti i montoni sono più o meno malati. Allora bisognerebbe lasciarli tutti!».
Un giorno, alla fine di una riunione in cui c’erano tante persone, M. Philippe disse: «Vi farò adesso un dono d’un valore inestimabile. Dio vi perdona tutto il male che avete fatto nel vostro passato, fino ad ora». A queste parole si sentirono i singhiozzi soffocati d’un signore seduto proprio vicino a M. Philippe, mentre il Maestro proseguiva: «Spero che a partire da adesso farete tutti molti sforzi per divenire migliori». Si udì un «Sì» generale. All’uscita, che fu più silenziosa del normale, mi trovai a fianco del signore che aveva singhiozzato. Mi confidò: «Ciò che mi è accaduto, nessuno lo sa. Abito molto lontano da qui e da mesi preparavo il mio viaggio a Lione per chiedere a M. Philippe il perdono di tutto il mio passato. Ma, arrivato in questa sala, mi è stato impossibile fare la mia richiesta. Non ho potuto alzarmi quando il Maestro è passato davanti a me. Ero disperato all’idea di ripartire senza aver potuto confessargli il mio desiderio ardente di essere lavato di tutto il mio passato. Ma quando l’ho sentito, proprio vicino a me, cancellare il passato di tutti e accordarmi così quello che è stata la ragione e lo scopo del mio viaggio, il mio cuore s’è spezzato per la gratitudine e l’amore».
 
 

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