martedì 4 marzo 2014

Il valore della democrazia La lezione di Robert Dahl

Mattia BaglieriPubblicato da  




Era riuscito a precisare le sfide principali dei regimi democratici contemporanei e ad anticipare la tendenza tecnocratica in gran voga in tempi di crisi, Robert Dahl, professore emerito di scienze politiche dell’Università di Yale, morto il 5 febbraio scorso all’età di 98 anni. Generazioni di studenti di scienze politiche in tutto il mondo hanno studiato i caratteri dei sistemi politici democratici a partire dalle pagine dei suoi libri, molti ne hanno potuto approfondire una rara chiarezza espositiva nelle loro tesi di laurea, interrogandosi sulle questioni teoriche sollevate dall’accademico statunitense, tra i fondatori della scienza politica del Dopoguerra e senz’altro uno tra i più importanti scienziati politici contemporanei.
Il professor Dahl era nato ad Inwood nell’Iowa nel 1915, non lontano da Chicago e dai grandi Laghi, ma a soli undici anni si trasferì con la famiglia in un’Alaska di nuovo spopolata dopo i decenni della Corsa all’oro, un periodo di cui racconta le avventure nella sua autobiografia After the Goldrush. Nel 1940 si addottora a Yale, dove diventerà professore. Del 1961 la sua prima monografia importante Who Governs?, in cui assume la città di New Haven (la città dell’East Coast in cui ha sede l’Università di Yale) quale caso di studio per raccontare l’esercizio del potere politico in seno ad una realtà politico-sociale pluralistica (o poliarchica) come quella statunitense. Innumerevoli le altre pubblicazioni fondamentali per la disciplina: dalla voce sul “potere” politico nell’International Encyclopaedia of Social Sciences del 1968, a Poliarchia (ed. it. Angeli, 1981), passando per La democrazia e i suoi critici (ed. it. Roma, 1990), sino al capitale Sulla democrazia (ed. it. Roma-Bari, 2000), vera e propria summa dei suoi studi sui caratteri dei regimi politici democratici e guida divulgativa per comprendere, della democrazia, procedure e sostanza. Critico nei confronti della linea teorica schumpeteriana più interessata a preservare le “prassi” del governo democratico piuttosto che la rispondenza ai criteri della “rappresentanza politica” nata nella modernità occidentale, Dahl è assorbito dal medesimo milieu intellettuale statunitense che tanto aveva affascinato Tocqueville sin dalla prima metà dell’Ottocento: anche a Dahl interessa l’eguaglianza delle condizioni tra i cittadini e conta il proliferare dell’associazionismo politico e sociale considerato come un baluardo del controllo del potere, conta, poi, – su tutto – la “capacità dei governi di soddisfare in maniera continuativa, le preferenze dei cittadini”. Già all’alba degli anni Novanta, si pensi a La democrazia e i suoi critici, Dahl intravvide il pericolo della storpiatura tecnocratica, quando la realtà (economica, sociale, internazionale…) in cui i sistemi democratici sono calati si fa più complessa e l’ideologia che passa è quella sulla base della quale solo un’oligarchia può occuparsi dei pubblici destini, all’insegna di una “delega in bianco” da parte del popolo nei confronti di chi governa: qualcosa di simile alla “democrazia dei filosofi” di Platone. All’inizio del Terzo Millennio, nell’Intervista sul pluralismo raccolta da Giancarlo Bosetti per Laterza, manifesta un’altra preoccupazione di cui forse solo oggi capiamo appieno il portato: nei momenti di crisi il lessico della democrazia si erode. La paura collettiva, l’emergenza nazionale, le guerre globali tanto economiche quanto militari, il terrorismo “erodono la separazione dei poteri”, legittimano lo strapotere dell’esecutivo, tolgono controllo alle corti di giustizia, sottraggono quote progressive di potere ai cittadini.
Al fianco dei rischi, le sfide. Su cui Dahl si concentra specificamente in Sulla democrazia, un libro che rappresenta, insieme, quasi un testamento ed un’esortazione. Sfide che le sempre più numerose democrazie del terzo millennio (dopo la terza ondata di democratizzazione conseguente alla fine della Guerra Fredda) hanno il dovere di non sprecare: accompagnare l’ordine economico capitalista all’espansione dei valori democratici; comprendere che i benefici del sistema democratico sono ancora maggiori rispetto ai suoi costi; prendere finalmente coscienza della porosità dei confini umani ed assicurare a tutti la tutela fattiva dei diritti, salvaguardare quel patrimonio di differenze etniche; linguistiche, religiose e culturali che contraddistinguono le popolazioni degli Stati democratici tutti; e, soprattutto, educare i cittadini a diventare “buoni cittadini” attraverso la diffusione di un complesso di credenze che non può prescindere da un sistema di istruzione maturo ed inclusivo.
Ce n’è anche per quelli che Dahl definisce i “sistemi politici transnazionali”, tra cui l’esperimento senz’altro più avanzato è l’Unione Europea: strutture istituzionali caratterizzate solo “in apparenza” da un processo democratico, ma che ancora troppo spesso demandano ai tecnici di condurre l’iter decisionale e non a figure politiche dipendenti dalle scelte elettive. Associazioni e confederazioni tra gli Stati che dimostrano come oggi “non ci troviamo in una condizione hobbesiana di disordine totale ma siamo da qualche parte a metà tra il disordine hobbesiano e qualcosa come uno Stato mondiale”. Sulla possibilità di pervenire alla meta di uno Stato mondiale, dopotutto, ancora in tarda età, Dahl sosteneva di essere “molto scettico”.

http://www.glialtrionline.it/2014/02/16/chi-governa-leredita-del-politologo-robert-dahl/

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