domenica 3 giugno 2012

Anni Ruggenti

di

La locandina degli Anni Ruggenti Anni Ruggenti

Mia figlia Giulia tra qualche giorno dovrà sostenere gli esami di terza media. E sin qui niente di eclatante oltre il fatto che ci si accorge come il tempo, simile ad un fiume, scorre da un certo punto in avanti, molto velocemente. In un’immagine fluviale si è portati a vedere l’imminenza di rapide tortuose, di prossime cascate, nella realtà quotidiana, ciascuno accontenta se stesso a raccontarsi l’incedere dell’esistenza, esorcizzando frettolosamente il resto. Tornando a Giulia, nel programma scolastico di questo anno, è inserito pure il fascismo. Discutendone con un amico, mi sono procurato il film Anni Ruggenti di Luigi Zampa, del 1962 con tra gli altri, Nino Manfredi, Gastone Moschin e Gino Cervi. Senza dimenticare un grande Salvo Randone il medico del paesino, dichiaratamente ed orgogliosamente antifascista. La vicenda si sviluppa in un paesino della Puglia, in cui è atteso l’arrivo da Roma di un misterioso personaggio, mandato pare personalmente dal Duce per compiere un’indagine politico-amministrativa che la comunità locale identifica con Omero Battifiori, NinoManfredi. In realtà, un semplice assicuratore arrivato in effetti da Roma, ma nel paese solo per tentare di procacciare nuovi clienti alla sua attività persona che, seppur blandamente, crede nello spirito avanguardista proprio del fascismo mussoliniano. La notizia mette in apprensione tutto il vertice politico del paese, preoccupato di nascondere ruberie ed appropriazioni illecite a quello che si crede un ispettore, a danno della comunità locale, la quale vive in condizioni di povertà estrema. Tutta la storia si fonda su questo equivoco, fornendo alle situazioni una velocità comica e caotica, sino a divenire per molti aspetti, grottesca. Tornando a mia figlia, si era pensato con il mio amico che il film di Zampa poteva a ragione, essere una delle pellicole adatte a spiegare a ragazzine ancora adolescenti, l’assurdità e il ridicolo proprio del ventennio di quell’Italia. Mia figlia però, venendo meno alle mie pressioni, si è ben guardata dal vederlo. La mia autorevolezza di genitore attento alla crescita ha subito è chiaro, l’ennesimo avvilente contraccolpo, mentre la parte autoritaria di me, relegata per convinzione in un angusto e piccolo ripostiglio della mia anima, ne è rimasta coscientemente esclusa e ben attenta al venire alla luce. Risultato, io e mia moglie non avendo di meglio da fare nella prima domenica di giugno, abbiamo ri-visto la pellicola in oggetto. Film divertentissimo oltre tutto, ben fotografato in un ottimo bianco e nero, aspetto acromatico per così dire, che mi affascina da sempre, fino ad espormi incautamente nell’affermazione che il cinema andrebbe filmato solo nella scala di grigi, senza utilizzare il colore. Affermazione ardita, con la quale presumo, litigherò bonariamente con il mio amico Gianni, certamente voce più attendibile e qualificata del sottoscritto. Tutto questo per dire però di quanto nel film si percepisca in maniera precisa, senza andare oltre le righe, la pochezza del ventennio, del suo essere ridicolo e caricaturale, dell’apparente fede incrollabile nella famiglia, nella patria, nel linguaggio del corpo. Corpi poi restituiti agli spettatori in maniera anche questa intelligentemente e delicatamente ironica. In tutto questo ho ripensato al periodo attuale dove, su basi diverse abbiamo vissuto, ma dovrei dire stiamo vivendo, un fascismo magari depotenziato nelle forme truci proprie di quello, ma non meno pericoloso, nella sua attuazione. Il film termina con la presa di coscienza di Omero di fronte alla disperazione della povera gente mantenuta ai margini dal potere, a cui si vede costretto a ribadire la sua verità. Il suo essere scambiato per un altro, la sua impossibilità di interferire per loro presso il Duce, la tristezza che si tramuta in euforia con il dottore che gli svela l’equivoco originario. Presa di coscienza che provocherà la rottura con la figlia del podestà nel giorno ufficiale del loro fidanzamento. Finale non scontato, ma addirittura imprevedibile per certi versi. Ed in questo trovo sia la grandezza del film di Zampa; l’affermazione che il fascismo di quel tempo, per quanto fabulatorio e coinvolgente di fatto, non abbia prodotto in molte parti della società italiana, una profonda mutazione, tanto che alla caduta del regime molti di quelli soliti ad andare a Piazza Venezia si riscoprirono, magari solo in alcuni casi sinceramente, antifascisti. Si dirà che il popolo italiano risulta essere  da sempre calcolatore ed opportunista;  questa però è probabilmente un’altra storia da raccontare.
Guido,
che crede con il professor Palumbo che il cinema dovrebbe essere insegnato a scuola.

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