
Mia figlia Giulia tra qualche giorno dovrà sostenere
gli esami di terza media. E sin qui niente di eclatante oltre il fatto
che ci si accorge come il tempo, simile ad un fiume, scorre da un certo
punto in avanti, molto velocemente. In un’immagine fluviale si è portati
a vedere l’imminenza di rapide tortuose, di prossime cascate, nella
realtà quotidiana, ciascuno accontenta se stesso a raccontarsi
l’incedere dell’esistenza, esorcizzando frettolosamente il resto.
Tornando a Giulia, nel programma scolastico di questo anno, è inserito
pure il fascismo. Discutendone con un amico, mi sono procurato il film Anni Ruggenti
di Luigi Zampa, del 1962 con tra gli altri, Nino Manfredi, Gastone
Moschin e Gino Cervi. Senza dimenticare un grande Salvo Randone il
medico del paesino, dichiaratamente ed orgogliosamente antifascista. La
vicenda si sviluppa in un paesino della Puglia, in cui è atteso l’arrivo
da Roma di un misterioso personaggio, mandato pare personalmente dal
Duce per compiere un’indagine politico-amministrativa che la comunità
locale identifica con Omero Battifiori, NinoManfredi. In realtà, un
semplice assicuratore arrivato in effetti da Roma, ma nel paese solo per
tentare di procacciare nuovi clienti alla sua attività persona che,
seppur blandamente, crede nello spirito avanguardista proprio del
fascismo mussoliniano. La notizia mette in apprensione tutto il vertice
politico del paese, preoccupato di nascondere ruberie ed appropriazioni
illecite a quello che si crede un ispettore, a danno della comunità
locale, la quale vive in condizioni di povertà estrema. Tutta la storia
si fonda su questo equivoco, fornendo alle situazioni una velocità
comica e caotica, sino a divenire per molti aspetti, grottesca. Tornando
a mia figlia, si era pensato con il mio amico che il film di Zampa
poteva a ragione, essere una delle pellicole adatte a spiegare a
ragazzine ancora adolescenti, l’assurdità e il ridicolo proprio del
ventennio di quell’Italia. Mia figlia però, venendo meno alle mie
pressioni, si è ben guardata dal vederlo. La mia autorevolezza di
genitore attento alla crescita ha subito è chiaro, l’ennesimo avvilente
contraccolpo, mentre la parte autoritaria di me, relegata per
convinzione in un angusto e piccolo ripostiglio della mia anima, ne è
rimasta coscientemente esclusa e ben attenta al venire alla luce.
Risultato, io e mia moglie non avendo di meglio da fare nella prima
domenica di giugno, abbiamo ri-visto la pellicola in oggetto. Film
divertentissimo oltre tutto, ben fotografato in un ottimo bianco e nero,
aspetto acromatico per così dire, che mi affascina da sempre, fino ad
espormi incautamente nell’affermazione che il cinema andrebbe filmato
solo nella scala di grigi, senza utilizzare il colore. Affermazione
ardita, con la quale presumo, litigherò bonariamente con il mio amico
Gianni, certamente voce più attendibile e qualificata del sottoscritto.
Tutto questo per dire però di quanto nel film si percepisca in maniera
precisa, senza andare oltre le righe, la pochezza del ventennio, del suo
essere ridicolo e caricaturale, dell’apparente fede incrollabile nella
famiglia, nella patria, nel linguaggio del corpo. Corpi poi restituiti
agli spettatori in maniera anche questa intelligentemente e
delicatamente ironica. In tutto questo ho ripensato al periodo attuale
dove, su basi diverse abbiamo vissuto, ma dovrei dire stiamo vivendo, un
fascismo magari depotenziato nelle forme truci proprie di quello, ma
non meno pericoloso, nella sua attuazione. Il film termina con la presa
di coscienza di Omero di fronte alla disperazione della povera gente
mantenuta ai margini dal potere, a cui si vede costretto a ribadire la
sua verità. Il suo essere scambiato per un altro, la sua impossibilità
di interferire per loro presso il Duce, la tristezza che si tramuta in
euforia con il dottore che gli svela l’equivoco originario. Presa di
coscienza che provocherà la rottura con la figlia del podestà nel giorno
ufficiale del loro fidanzamento. Finale non scontato, ma addirittura
imprevedibile per certi versi. Ed in questo trovo sia la grandezza del
film di Zampa; l’affermazione che il fascismo di quel tempo, per quanto
fabulatorio e coinvolgente di fatto, non abbia prodotto in molte parti
della società italiana, una profonda mutazione, tanto che alla caduta
del regime molti di quelli soliti ad andare a Piazza Venezia si
riscoprirono, magari solo in alcuni casi sinceramente, antifascisti. Si
dirà che il popolo italiano risulta essere da sempre calcolatore ed
opportunista; questa però è probabilmente un’altra storia da
raccontare.
Guido,
che crede con il professor Palumbo che il cinema dovrebbe essere insegnato a scuola.
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