La
vicenda è nota: qualche giorno fa prima della finale di Coppa Italia
fra la Juve e il Napoli, allo stadio partenopeo una parte del pubblico
ha fischiato l’esecuzione dell’Inno di Mameli. Poco importa che la contestazione fosse diretta alla patriottica marcetta o che fosse invece un segno di scarso apprezzamento per
le doti di gorgheggiatrice di tale Rosalba Pippa, in arte Arisa, una
giovane cantante lucana di Pignola: il giudice sportivo ha rifilato una
multa di 20mila Euro al Napoli.Edifica riportare i commenti di alcuni illustri emuli di De Amicis presenti al fattaccio.
Giovanni Petrucci, presidente del CONI dal 1999: «Lo ripeto è becerume. Si dovrebbero vergognare. Ora si fa l’analisi di quando siano partiti i fischi, ma non c’entra niente: l’inno non si fischia mai». Renato Schifani, presidente del Senato: «I fischi all’inno di Mameli sono incivili, inaccettabili e mi hanno sconvolto: credevo che in una giornata come questa il Paese potesse dimostrare di unirsi sotto un inno che è sinonimo di solidarietà, e non che si potesse dar luogo a gesti del genere». Valentina Vezzali, prescelta a portare l’amato tricolore all’inaugurazione delle prossime Olimpiadi: «La condanna è severissima, non si deve mai contestare il proprio Paese. Anzi dobbiamo identificarci nella Nazione. Noi dobbiamo essere orgogliosi di essere italiani: il senso di appartenenza non ci deve far perdere di vista l’obiettivo comune. L’Italia è un paese stupendo che va onorato». Eja, eja, Alala!
L’intera vicenda è sintomatica dello stato di confusione e di terrore in cui vivono quelli che ricevono uno stipendio dall’Italia: l’inno non è (per il momento) protetto da alcun articolo del Codice Rocco, ed è per questo che è intervenuta la magistratura sportiva e non quella ordinaria. Ma la sostanza cambia poco. Viene meno l’elementare diritto di esprimere dissenso (non importa se politico o musicale): una soprano che stecca alla Scala può essere presa a male parole e a lanci di ortaggi; la signorina Pippa che intona il brano di Mameli, Cannata e Novaro – magari rendendolo ancora più cacofonico del solito – va ascoltata in rispettoso silenzio. Altrimenti arrivano le multe e forse domani anche i carabinieri.
Ma che Paese (mettiamolo pure al maiuscolo, come fanno loro) è quello che obbliga i suoi sudditi a commuoversi per una musichetta, a inorgoglirsi per una storia fatta di violenze, sopraffazioni e miseria? Ognuno ha il diritto di sentirsi parte della sua comunità, non di quella che gli hanno confezionato i Cavour, i Crispi o i Mussolini perché faceva comodo a loro, ai loro sodali e padroni.
Ha scritto Walker Connor che una comunità nazionale è quello che crede di essere e che vuole essere. Il resto è solo Mameli, Bava Beccaris e Agazio Loiero. E Pippa.
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