mercoledì 21 ottobre 2026

Ci mancava Big Bistecca

 


«Se lo conservano a −80 gradi, perché poi te lo iniettano a temperatura ambiente? Svegliaaaa!»


Un dubbio che ha tenuto impegnati per mesi i migliori ricercatori dell’Università della Vita.


Poi però arrivava l’ora di cena e la carne usciva dal freezer per essere scongelata e cotta. Lì nessuna domanda, nessun sospetto, nessuna diretta di tre ore per denunciare il complotto del forno.


Attendiamo un’inchiesta indipendente: chi riscalda le nostre bistecche? Perché vogliono servircele calde? E soprattutto… cosa ci nasconde Big Bistecca?


#complotto #complottista #vaccino #novax #covid

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Ritardo assoluto!

 È partita la campagna per la ricerca delle donne sane per farle ammalare!!! La sovradiagnosi serve solamente per cercare un qualcosa che molto probabilmente non creerà nessun problema per tutto l' arco della vita!!! Una volta che mettono le mani questi servi di BigPharma vi faranno ammalare sicuramente!!! Mai una volta che consigliassero come prevenzione una vita sana e naturale e lontani dagli OGM!!!

State lontane da questi criminali!!!

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Il picchiatore fascista

 


Loro non si limitano rompere le vetrine:  la violenza la esercitano direttamente sulle persone.

Ieri, durante un presidio organizzato contro le “violenze”, sono arrivati a picchiare un anziano e a schiaffeggiare un'altra persona.

Lui è Daniel Tarquinio.😡

Avete capito bene? Un presidio contro la violenza in cui si finisce per usare la violenza!

QUESTI SONO I FASCISTI: predicano ordine e sicurezza. 😡😡

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 27 OTTOBRE 1962. GIOVANNI ARDIZZONE: MORIRE A MILANO PER AVER CHIESTO LA PACE

di Rolando Dubini

Il 27 ottobre 1962 il mondo è sull’orlo della guerra nucleare. Gli Stati Uniti di Kennedy hanno imposto il blocco navale a Cuba dopo la scoperta dei missili sovietici installati sull’isola. L’Unione Sovietica di Chruščëv non intende cedere. Il rischio di una catastrofe atomica è reale. A Milano, quello stesso sabato, migliaia di persone manifestano per la pace e contro il rischio di un intervento militare statunitense a Cuba. Uno studente di Medicina di ventun anni, Giovanni Ardizzone, non tornerà a casa.


Nato nel 1941 a Castano Primo, figlio di farmacisti, Ardizzone frequenta l’Università degli Studi di Milano e il collegio universitario Fulvio Testi, vicino a Sesto San Giovanni. Milita nella Federazione giovanile comunista italiana (PCI). La Camera del Lavoro ha organizzato un comizio in piazza Santo Stefano, concordato con la Questura. Terminato il comizio, una parte dei presenti si dirige verso piazza Duomo. Il corteo non è stato consentito dalle autorità. I manifestanti portano cartelli e striscioni e scandiscono: «Indipendenza per Cuba», «Cuba sì, yankee no», «Pace, pace», «Disarmo», «Fuori le basi nordamericane».


In centro interviene la Celere, compreso il terzo battaglione fatto arrivare da Padova. Le jeep e le camionette eseguono i famigerati «caroselli»: manovre rapide e aggressive contro i gruppi di persone, costrette a disperdersi lungo le strade e sotto i portici. In via Mengoni, nei pressi di piazza Duomo, Giovanni Ardizzone viene travolto nel corso della carica secondo numerose testimonianze; riporta lesioni interne gravissime e muore quello stesso pomeriggio all’ospedale Fatebenefratelli. Rimangono feriti anche il muratore Nicola Giardino, 38 anni, e Luigi Scalmana, 57 anni, oltre ad altre persone secondo diverse ricostruzioni. La versione governativa riferirà anche di sei appartenenti alle forze dell’ordine feriti. 


La testimonianza di Nicola Giardino è particolarmente significativa. Non si trovava in quel punto per partecipare alla manifestazione: raccontò di essere stato sorpreso dalle cariche mentre si recava a fare acquisti. Descrisse due camionette lanciate a «fortissima velocità» e persone che cercavano disperatamente di fuggire. Dichiarò inoltre: «Ho visto la jeep che mi aveva evitato di un soffio, passare sopra ad un corpo. Ho saputo dopo che si trattava dello studente morto all’ospedale». Il deputato comunista Davide Lajolo, presente ai fatti, sostenne che Ardizzone fosse stato «buttato a terra da una camionetta e travolto da un’altra».


Sin dall’inizio, tuttavia, la dinamica viene rappresentata in modi incompatibili. Secondo una ricostruzione pubblicata da «La Stampa» due giorni dopo, il giovane sarebbe stato inizialmente colpito da un sasso e quindi calpestato dalla folla in fuga. Il 29 ottobre 1962 il ministro dell’Interno Paolo Emilio Taviani riferisce alla Camera che i dimostranti avrebbero ignorato gli ordini di scioglimento, collocato ostacoli ricavati da un cantiere sulla strada e provocato ripetuti interventi della polizia. Lajolo contesta immediatamente quella ricostruzione: nega che vi siano state le intimazioni descritte dal ministro e che, nella fase cui aveva assistito, i manifestanti avessero eretto barricate o impiegato armi improvvisate. È un contrasto pubblico, documentato dagli atti parlamentari, non una polemica inventata a posteriori. 


Il 3 aprile 1964 il giudice istruttore di Milano pronuncia sentenza di non doversi procedere, perché gli autori del fatto delittuoso sono rimasti ignoti. Secondo la ricostruzione giudiziaria comunicata dal Governo, Ardizzone sarebbe stato sospinto dalla folla che arretrava davanti alle camionette contro pilastri e catene di ferro, quindi calpestato. La perizia necroscopica, richiamata nella risposta governativa, avrebbe escluso lo schiacciamento diretto da parte di un automezzo. È una conclusione fortemente contestata dalle testimonianze che indicavano le jeep della polizia come causa dell’investimento. Non vi fu alcuna condanna penale; ma neppure una sentenza che rendesse storicamente irrilevante la carica della Celere. 


Il 15 maggio 1964, ancora alla Camera, Lajolo denuncia una contraddizione ulteriore. Riferisce che l’ispettore ministeriale Arturo Musco, incaricato di un’inchiesta dopo la morte, aveva riconosciuto davanti a lui e al senatore Francesco Scotti che Ardizzone era stato travolto da una camionetta. Il Governo richiama invece la conclusione dell’istruttoria. E resta la domanda decisiva: anche volendo accettare la versione della folla che avrebbe schiacciato il giovane, perché quella folla arretrava e fuggiva? Perché davanti a essa avanzavano i mezzi della polizia. La mancanza di un colpevole penalmente identificato non cancella la responsabilità politica di una gestione dell’ordine pubblico che aveva trasformato una manifestazione per la pace in una tragedia. 


Milano reagisce. Il luogo della morte si riempie di fiori; il 29 ottobre scioperano i lavoratori e protestano gli studenti; ai funerali a Castano Primo partecipano migliaia di persone. Ivan Della Mea dedica al giovane la «Ballata dell’Ardizzone». A Castano Primo una piazza porta il suo nome e una sagoma dipinta a terra ne richiama il corpo e il sangue; l’opera, deturpata e poi ripristinata, reca la scritta «La memoria non si cancella». A Cuba il suo nome viene ricordato anche in una facoltà di Medicina dell’Isola della Gioventù. 


Nel 2012 il Comune di Milano colloca una lapide in via Mengoni: «Giovanni Ardizzone caduto il 27 ottobre 1962 a difesa della pace e del popolo cubano». Nel 2022, ricordando il sessantesimo anniversario, lo stesso Comune ricostruisce pubblicamente la sua morte come conseguenza dell’investimento da parte di un mezzo delle forze dell’ordine. La memoria cittadina non ha fatto propria la comoda riduzione di quella morte a una fatalità senza contesto. 


Il principio è semplice: la libertà di manifestare pacificamente, tutelata dall’articolo 17 della Costituzione, non può essere trattata come un problema da risolvere a colpi di camionette. E il mancato assenso delle autorità allo svolgimento di un corteo non giustifica modalità di intervento capaci di mettere in pericolo la vita delle persone. 

Giovanni Ardizzone aveva ventun anni, studiava per diventare medico ed era sceso in piazza per chiedere la pace. Il giorno dopo, il 28 ottobre, la crisi dei missili cominciò a risolversi. Lui non visse abbastanza per conoscere la fine di quella gravissima crisi internazionale.


#GiovanniArdizzone #27Ottobre1962 #Milano #Cuba #CrisiDeiMissili #Pace #MemoriaStorica #StoriaItaliana #DirittiCivili #StoriaDelNovecento

Alessandro Barbero 

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VERONA, 2026: LA TORTURA NON APPARTIENE AL MEDIOEVO. APPARTIENE A CHI LA PRATICA.

 


Si dice spesso che la tortura sia una barbarie medievale. È un modo assai comodo di scaricare sul passato le vergogne del presente. Nel 1764 Cesare Beccaria, nel suo Dei delitti e delle pene, denunciava la tortura come una crudeltà incompatibile con una giustizia razionale. Due secoli e mezzo dopo, nella Questura di Verona, qualcuno sembra aver dimenticato la lezione. E non si trattava di ottenere confessioni: si trattava, secondo la ricostruzione accolta dai giudici in primo grado, di infliggere sofferenza e umiliazione a persone già sottoposte al controllo della polizia.


Il 13 ottobre 2026 il Tribunale di Verona ha condannato in primo grado per tortura due agenti della Polizia  di Stato: Alessandro Migliore a sei anni e sei mesi di reclusione e Loris Colpini a quattro anni e tre mesi. 

I fatti risalgono al 2022 e si svolsero nella cosiddetta «sala Acquario», dove venivano trattenute persone fermate per accertamenti. Le vittime riconosciute nella sentenza sono Nicolae Daju e Mattia Tacchi. 

È una condanna non definitiva, naturalmente: ma precisarlo non attenua di un millimetro la gravità dei fatti che il Tribunale ha ritenuto provati.


Nicolae Daju, cittadino romeno senza fissa dimora, fu portato in Questura il 14 ottobre 2022. Le immagini acquisite dagli investigatori mostrano un agente che lo conduce fuori dall'inquadratura e lo riporta trascinandolo per un piede, poi gli spruzza spray urticante sul volto mentre è a terra. In seguito, dopo che Daju aveva urinato nella stanza, un altro agente lo trascina sull'urina, usando il suo corpo come uno straccio. 

Ecco a che cosa può ridursi la pretesa superiorità di chi indossa una divisa quando dimentica che quella divisa non conferisce un diritto di umiliare.


Per le violenze del 22 agosto 2022 contro Mattia Tacchi, nell'inchiesta figurano anche le intercettazioni di un agente che raccontava compiaciuto alla fidanzata di aver sferrato un colpo e mandato un uomo a terra, privo di sensi. 

La brutalità è terribile; la soddisfazione con cui viene raccontata lo è, se possibile, ancora di più.


La storia della nostra Repubblica offre un criterio inequivocabile. Dal 1° gennaio 1948 l'articolo 13 della Costituzione prescrive: «È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà». 

L'Italia ha ratificato nel 1988 la Convenzione ONU contro la tortura, eppure ha introdotto il delitto autonomo di tortura nel codice penale soltanto nel 2017, con la legge n. 110 e l'articolo 613-bis.

Nel frattempo, nel 2015, la Corte europea dei diritti dell'uomo aveva condannato l'Italia per i fatti della scuola Diaz durante il G8 di Genova del 2001. I principi erano chiarissimi; assai meno sollecita era stata la loro traduzione in strumenti penali adeguati.


L'inchiesta veronese ha altri dodici agenti rinviati a giudizio in un procedimento distinto; quattro devono rispondere anche dell'accusa di tortura. Per tutti costoro le responsabilità restano da accertare. Ed è significativo che siano stati proprio investigatori della Squadra mobile a indagare sui colleghi: le istituzioni si difendono facendo emergere gli abusi, non coprendoli. Quanto alla situazione di servizio, occorre essere precisi: Migliore si era già dimesso dalla Polizia di Stato, mentre Colpini risultava ancora in servizio al momento della condanna.


Non è un attacco indiscriminato alla polizia. È la riaffermazione di una distinzione che le democrazie hanno conquistato faticosamente: la forza pubblica è legittima soltanto se resta subordinata alla legge. Quando un uomo in custodia viene maltrattato da chi dovrebbe garantirne l'incolumità, non siamo davanti a una semplice «sbavatura» dell'ordine pubblico. È lo Stato che, attraverso l'abuso del suo potere, tradisce la ragione stessa per cui esiste.


Nella «sala Acquario» non è stata infranta nessuna vetrina. È stata calpestata la dignità di esseri umani. E una Repubblica che si indigna più facilmente per il vetro infranto che per un uomo trattato come uno straccio ha un problema assai più serio del costo di una vetrina.


Rolando Dubini


FONTI 

ANSA, 13 ottobre 2026: https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/10/13/violenze-in-questura-a-verona-due-agenti-condannati-per-tortura_a10a3a64-a345-465e-9973-7e3ea690b243.html


RaiNews TGR Veneto, 13 ottobre 2026: https://www.rainews.it/tgr/veneto/video/2026/10/fu-tortura-condannati-in-primo-grado-i-due-agenti-per-le-violenze-in-questura-a-verona-ec460bfc-2d2a-4ad7-8417-7b9b324f2b45.html


Corriere del Veneto, 12 giugno 2024: https://corrieredelveneto.corriere.it/notizie/verona/cronaca/24_giugno_12/verona-le-torture-in-questura-a-processo-le-violenze-dei-due-poliziotti-sui-fermati-ecco-video-e-audio-7caf1ae6-6645-4020-a55c-3e2becfb5xlk.shtml


Costituzione, articolo 13: https://www.senato.it/istituzione/la-costituzione/parte-i/titolo-i/articolo-13


Legge 14 luglio 2017, n. 110: https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2017/07/18/17G00126/sg


Corte EDU, Cestaro c. Italia, 7 aprile 2015: https://www.giustizia.it/giustizia/en/mg_1_20_1.page?contentId=SDU1158721

Alessandro Barbero

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Lo scettro del potere

 


Nel luglio 1945, il presidente americano Harry Truman si ritrovò tra le mani un oggetto appartenuto a uno degli uomini più potenti della Germania nazista. Era lungo appena 41 centimetri, pesava oltre due chili ed era decorato con 640 diamanti. Cinque anni prima, Adolf Hitler lo aveva fatto realizzare in onore di Hermann Göring.

Ora il suo proprietario era prigioniero degli americani.

E quel simbolo di potere era diventato un trofeo di guerra.

La fotografia venne scattata alla Casa Bianca, nell'estate del 1945.

Accanto a Truman si trovava il generale Alexander Patch, comandante della Settima Armata statunitense, che aveva partecipato alla cattura di Göring.

Fu proprio Patch a mostrare al presidente lo straordinario bastone cerimoniale.

Il generale Lucian Truscott osservava la scena.

Per comprendere il significato di quell'oggetto bisogna tornare al 19 luglio 1940.

La Germania nazista aveva appena sconfitto la Francia.

Hitler era all'apice dei suoi successi militari e aveva organizzato una cerimonia a Berlino per premiare gli ufficiali che avevano contribuito alle vittorie tedesche.

Tra loro c'era Hermann Göring.

Veterano della Prima guerra mondiale, stretto collaboratore di Hitler e comandante della Luftwaffe, Göring occupava una posizione eccezionale all'interno del regime.

Non era soltanto un alto ufficiale.

Ricopriva incarichi di enorme responsabilità politica, militare ed economica.

Hitler decise di concedergli un grado che nessun altro comandante tedesco avrebbe ricevuto durante la guerra.

Reichsmarschall.

Maresciallo del Reich.

Era un titolo creato appositamente per collocarlo al di sopra degli altri marescialli delle forze armate.

E un grado tanto esclusivo doveva avere un simbolo altrettanto straordinario.

Nella tradizione militare tedesca, i marescialli ricevevano bastoni cerimoniali che rappresentavano visivamente la loro autorità.

Generalmente erano oggetti preziosi, ornati con velluto, metalli lavorati e simboli militari.

Ma quello destinato a Göring doveva distinguersi da tutti gli altri.

Il risultato fu un oggetto di lusso straordinario.

Il corpo centrale venne realizzato in avorio.

Lungo la superficie erano disposte quattro file di decorazioni, con venti aquile d'oro e venti croci di platino.

Alle estremità furono applicati elaborati elementi in oro, ornati con foglie di quercia, filigrane e dettagli in platino.

Tra le decorazioni erano incastonati 640 piccoli diamanti.

Anche l'aquila della Luftwaffe, presente su una delle estremità, era realizzata in platino e impreziosita da pietre preziose.

Due fasce recavano iscrizioni commemorative.

Una indicava che il bastone era un dono del Führer al maresciallo del Grande Reich tedesco.

L'altra riportava il nome di Hermann Göring e la data del conferimento del nuovo grado.

19 luglio 1940.

L'intero oggetto misurava circa 41 centimetri e pesava approssimativamente 2,3 chilogrammi.

Non era stato concepito per l'uso quotidiano.

Era un simbolo da mostrare durante le occasioni ufficiali.

Göring disponeva infatti anche di un bastone di servizio più adatto all'uso quotidiano, secondo una consuetudine diffusa tra gli alti comandanti tedeschi.

Ma il bastone tempestato di diamanti raccontava qualcosa di più del suo rango militare.

Raccontava il rapporto tra il potere nazista e l'ostentazione della ricchezza.

Mentre la Germania conduceva una guerra destinata a devastare interi Paesi, uno dei principali dirigenti del regime accumulava oggetti preziosi, opere d'arte e proprietà di enorme valore.

Göring fu anche uno dei protagonisti del saccheggio sistematico dei territori occupati.

Attraverso il proprio potere contribuì alla confisca di beni appartenenti soprattutto a famiglie ebree perseguitate dal nazismo.

Nella sua residenza di Carinhall riunì una vasta collezione di dipinti, sculture e oggetti d'arte, molti dei quali provenivano da requisizioni e spoliazioni.

Il lusso che lo circondava non può quindi essere separato dalle responsabilità che esercitava nel regime.

Poi la guerra cambiò direzione.

Le vittorie tedesche del 1940 lasciarono il posto a sconfitte sempre più gravi.

Le città della Germania vennero bombardate.

Gli eserciti alleati avanzarono da occidente, mentre le forze sovietiche si avvicinavano da oriente.

Nell'aprile 1945 Hitler morì nel suo bunker di Berlino.

Pochi giorni dopo, la Germania nazista si arrese.

Anche Hermann Göring venne catturato dalle forze americane.

Il 9 maggio 1945 venne preso in custodia dalla Settima Armata statunitense.

Tra gli oggetti che passarono in possesso dei vincitori c'era il suo prezioso bastone di maresciallo.

Lo stesso bastone che cinque anni prima aveva rappresentato l'apice della sua carriera.

Nell'estate del 1945 venne portato alla Casa Bianca.

E qui avvenne l'episodio immortalato dalla fotografia conservata oggi nelle collezioni del National WWII Museum.

Il generale Alexander Patch mostrò l'oggetto al presidente Harry Truman.

Il presidente lo esaminò da vicino.

La scena aveva un evidente significato storico.

Nel 1940 quel bastone era stato creato per celebrare la superiorità gerarchica di Göring all'interno della Germania nazista.

Nel 1945 si trovava nelle mani del presidente della nazione che aveva contribuito a sconfiggere quel regime.

I diamanti erano ancora al loro posto.

Le aquile d'oro non erano cambiate.

Le iscrizioni continuavano a ricordare il nome di Hitler e la data del conferimento.

Ma l'autorità che quell'oggetto rappresentava non esisteva più.

Göring, intanto, era detenuto e attendeva di essere processato.

Nel novembre 1945 cominciarono i processi di Norimberga, destinati a giudicare i principali dirigenti del nazismo per i crimini commessi durante la guerra.

Göring fu uno degli imputati più importanti.

Il 1° ottobre 1946, il tribunale lo riconobbe colpevole e lo condannò a morte.

Ma la sentenza non venne eseguita.

Il 15 ottobre, poche ore prima dell'esecuzione prevista, Göring morì suicida ingerendo cianuro nella propria cella.

Aveva 53 anni.

Il bastone, invece, rimase negli Stati Uniti.

Nel 1946, secondo la documentazione storica conservata a West Point, il valore intrinseco dei suoi materiali fu stimato in circa 30.000 dollari dell'epoca.

Una cifra considerevole, riferita soltanto al valore dei materiali preziosi utilizzati.

Oggi l'oggetto fa parte delle collezioni del West Point Museum, nello Stato di New York.

È conservato come testimonianza materiale della storia militare del Novecento.

E il suo significato è profondamente cambiato.

Non rappresenta più l'autorità di un maresciallo del Reich.

È diventato un reperto che permette di studiare il nazismo, la simbologia militare e il rapporto tra potere politico e propaganda.

C'è qualcosa di particolarmente significativo in questa vicenda.

Nel luglio 1940 Hitler aveva fatto realizzare un oggetto destinato a distinguere Göring da ogni altro ufficiale tedesco.

Per costruirlo erano stati utilizzati avorio, oro, platino e centinaia di diamanti.

Tutto era stato progettato per comunicare prestigio, superiorità e autorità.

Cinque anni dopo, quello stesso oggetto veniva esaminato dal presidente degli Stati Uniti, mentre il suo proprietario attendeva di essere processato per crimini di guerra e crimini contro l'umanità.

La fotografia del 1945 racconta quindi molto più della curiosità di un presidente davanti a un manufatto prezioso.

Mostra quanto rapidamente possa cambiare il significato di un simbolo.

Il bastone è rimasto praticamente lo stesso.

Il regime che lo aveva creato è scomparso.

E oggi, a distanza di oltre ottant'anni, quei 640 diamanti non raccontano più la grandezza che Hitler voleva attribuire a Göring.

Raccontano il lusso di un uomo che apparteneva ai vertici di un sistema responsabile di persecuzioni, saccheggi e milioni di morti.

Forse è proprio questa la lezione più importante custodita da quell'oggetto.

Il potere può commissionare simboli destinati a impressionare il mondo.

Ma non può decidere per sempre il significato che la storia attribuirà loro.

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Ringriaziassero Berlusconi e Tremomti che non vigilarono sul cambio lira/euro

 Questi quattro ragazzi, che hanno appena lasciato la Questura dopo essere stati fermati e denunciati per i disordini milanesi dello scorso fine settimana, hanno dichiarato che torneranno a manifestare contro il carovita alzando il livello dello scontro.


Quando dei giovani che protestano ti dicono che non ce la fanno ad andare avanti, perché hanno fame, anche uno come me, che ha sempre avversato ogni forma di violenza da qualunque parte provenisse, è messo con le spalle al muro e costretto a schierarsi. 


O noi comprendiamo, ma dobbiamo farlo ora, che con chi manifesta un disagio che ha evidentemente superato il livello di guardia dobbiamo dialogare, per evitare di imboccare una strada che sarà di non ritorno, oppure dobbiamo prepararci al peggio. Perché, di questo passo, andremo dritti verso una guerra civile.


Io sono un privilegiato cui non manca niente. Sono stato fin troppo fortunato, ed è anche per questo che mi batto da anni per chi fortuntato non lo è invece stato. Quando ne ho preso coscienza ho capito che, avendo avuto tanto dalla vita, era arrivato per me il momento della restituzione. Anche fossero solo giorni e giorni sottratti al mio tempo, al mio lavoro, ai miei impegni, ho capito che avrei dovuto fare qualcosa.


Quelli di cui sentirete le voci sono ragazzi di una generazione cui abbiamo rubato il futuro e spento ogni speranza di farcela.  La violenza non porta da nessuna parte, va condannata e finisce solo per esacerbare gli animi, e per fornire un formidabile alibi alla repressione del dissenso, ma se resteremo sordi, se, come comunità civile, non faremo un passo indietro per cercare di capire cosa davvero sta avvenendo, per comprendere a fondo le ragioni di un disagio toccato in sorte a un'intera generazione,  abbiamo perso tutti e non ce ne sarà più per nessuno. 


"Voi tornerete in piazza?".


[...]  


"Assolutamente sì. Non importano le conseguenze. Noi andiamo per fare del bene e per farci sentire".


"Perché dopo come siamo stati trattati noi stasera ancora di più, con la rabbia che [...]".


"[...] Secondo voi si alzerà lo scontro adesso?".


"Assolutamente sì".


[...]


"Finché le cose non cambiano saranno così o peggio [...]".


"Siamo stati trattati col pesce in faccia qua dentro [...] per una roba che... No, no. [...] Succederà il casino".


"Noi abbiamo fame, vogliamo svoltare la nostra vita e non riusciamo con le carte che abbiamo".


"Esatto".


"Lo Stato dovrebbe agevolarci, darci una mano, ma così non è, ed è per questo che scendiamo in piazza a fare casino". 


[...]


"Quindi questa è la stessa protesta della Francia, [...] la stessa [...] che avviene in Albania, la stessa che avviene in tutta Europa?


"[...] Succederà più o meno in tutti gli Stati d'Europa perché la situazione [...] è in crisi".

Massimo Arcangeli 

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NOF4: IL MUTO DI VOLTERRA

 






Fernando “Oreste” Nannetti fu internato nel manicomio di Volterra dal 1958, nel corso della sua lunga permanenza scrisse con una fibbia di metallo sul muro del suo padiglione, il Ferri, una ‘storia’ in caratteri cuneiformi i dettatagli delle sue voci interiori. 

Una storia lunga 180 metri e alta 2. 

I testi di Nannetti raccontano di conquiste di nazioni immaginarie,di voli spaziali, di collegamenti telepatici, di personaggi fantastici, poeticamente descritti come alti, "spinacei", naso ad Y, di armi ipertecnologiche, di misteriose combinazioni alchemiche e virtù magiche. Nannetti morì a Volterra il 24 novembre 1994. 

Il graffito è ormai in totale disfacimento, i suoi lavori cartacei furono bruciati.

Erano effetti personali e non c'erano parenti a cui inviarli. fortunatamente erano stati in precedenza fotocopiati.

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La brigata Wagner

 


L'inchiesta del «Wall Street Journal»: il figlio di Evgenij Prigozhin, morto dopo aver tentato un presunto golpe ai danni di Putin, spadroneggia in Repubblica Centrafricana e si arricchisce con traffici, droghe e denaro


/di Irene Soave/


Ad agosto 2023 Evgenij Prigozhin morì nel misterioso schianto del suo aereo privato. Circostanze mai chiarite - precedute, fatalmente, da un gesto che in molti pensarono gli sarebbe costato la vita: a giugno, poche settimane prima, Evgenij Prigozhin aveva guidato una rivolta contro i vertici militari russi, occupando Rostov sul Don e marciando verso Mosca. Prigozhin, detto «il cuoco di Putin» per i suoi affari nel settore della ristorazione pubblica (mense, esercito), si era poi ritirato in buon ordine. Due mesi dopo non c'era più. Il suo impero di mercenari - le brigate Wagner, composte da mercenari ed ex militari e attive a sostegno dei regimi di tutto il mondo, oltre che decisive nella presa di Bakhmut - è stato assorbito e riorganizzato dal Cremlino. 


Quasi del tutto. In Africa, da sempre territorio molto battuto da Wagner, la milizia di Prigozhin non è scomparsa del tutto. In Mali è stata sostituita nel 2025 dall'Africa Corps, controllato dal ministero della Difesa russo; nella Repubblica Centrafricana conserva invece una propria struttura, secondo un'inchiesta pubblicata domenica sul Wall Street Journal. E a guidarla c'è Pavel Prigozhin, orfano 28 enne di Evgenji, suo unico figlio maschio e da sempre suo erede designato. 


Un giovane che aveva fama di playboy è oggi alla guida del più grande esercito mercenario del mondo: un esercito, ma anche - scrive il WSJ - un «impero di trafficanti, ricettatori d'oro, venditori di oppio, distillatori» da 400 milioni di dollari l'anno secondo l'osservatorio svizzero Global Initiative Against Transnational Organized Crime. E per questo incarico è «molto portato». 


Oggi Pavel Prigozhin vive tra San Pietroburgo e Bangui, la capitale della dilaniata Repubblica Centrafricana. Dove non solo, scrive il WSJ, ha «salvato le operazioni nel principale avamposto africano del gruppo Wagner, ma le ha anche ampliate». Stando a quanto riferito dalla Global Initiative, da una base situata a Bangui, Pavel Prigozhin e i circa 500 mercenari sotto il suo comando hanno assunto il controllo di alcune miniere d'oro, si occupano della sicurezza personale del presidente Faustin-Archange Touadéra e combattono contro i gruppi ribelli. Sono cioè indispensabili al funzionamento dello Stato. 


Inoltre Prigozhin ha rilevato l’attività di commercio di armi del padre, vendendo armamenti a gruppi ribelli in Sudan e in Libia. 

Attività collaterali: Wagner produce e commercializza una vodka chiamata «Wa Wa Wa», ovvero «Fuoco e fuoco», e una birra denominata «Africa Ti L’Or»; e controlla gran parte del mercato locale del tramadolo (un oppiaceo medico). 


Secondo quanto ricostruisce il Wall Street Journal, Pavel Prigozhin quando è a Bangui vive all'hotel Ledger Plaza, che ha trasformato in un quartier generale di Wagner circondato da guardie armate. Anche i funzionari del governo e i diplomatici da tutto il mondo, se vogliono incontrarlo, devono farsi perquisire. 


https://www.corriere.it/esteri/26_ottobre_19/pavel-prigozhin-c7a54611-5cab-4538-bd91-5f4cff5b2xlk.shtml?intcmp=telegram_nd_100926_corriere_nd_nd

I poliziotti che piacciono a Ignazio e a Robertina

 

Ormai non si parla più di accuse generiche. Il Tribunale di Verona ha condannato in primo grado due agenti per tortura: Alessandro Migliore, a sei anni e sei mesi di reclusione, e Loris Colpini, a quattro anni e tre mesi.

Le violenze si sono consumate nella cosiddetta «sala Acquario», la stanza della Questura di Verona in cui venivano trattenute le persone fermate. 

Tra i casi esaminati nel procedimento giudiziario c’è quello di Nicolae Daju, un uomo rumeno senza fissa dimora, che nell’ottobre del 2022 fu portato in Questura. Qui un agente lo trascinò fuori dalla visuale della telecamera e poi lo riportò nella stanza trascinandolo per un piede. Una volta a terra, gli spruzzò spray urticante sul volto, mentre l'uomo si dimenava per il dolore. Poi quando Daju gli chiese di poter andare in bagno, un agente gli avrebbe detto di farla lì, per poi “strofinare” il suo corpo sull’urina che aveva appena fatto. 

Un altro episodio riconosciuto nella sentenza riguarda il pestaggio Mattia Tacchi, avvenuto il 22 agosto 2022. Uno degli agenti intercettato raccontava la vicenda in questo modo alla fidanzata: «Amò, mi guarda, mi ero messo il guanto, ho caricato una stecca, amò, bam, lui chiude gli occhi, di sasso per terra è andato a finire, è rimasto là… È svenuto… Minchia che pigna che gli ho dato». 

Queste condanne arrivano al termine di una maxi-inchiesta che vede altri dodici agenti rinviati a giudizio in un procedimento distinto, quattro dei quali devono rispondere anche dell'accusa di tortura. Le loro responsabilità dovranno essere accertate nel processo.

Ma quanto già accertato in primo grado nel procedimento contro Migliore e Colpini, che fino ad ora sono stati tranquillamente in servizio, dovrebbe già bastare per farci capire molte cose.

Almeno, nessun vetrina è stata rotta nel corso dei reati compiuti dai due agenti.

Probabilmente è per questo che la notizia praticamente è passata in sordina, tanto che anche noi, molto attenti a questi temi, l’abbiamo vista sei giorni dopo.

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Per te Morona 364

 


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martedì 20 ottobre 2026

Michael Caine

 


Michael Caine ha detto che beveva una bottiglia di vodka al giorno, fumava costantemente e stava imboccando una strada che in seguito avrebbe creduto lo avrebbe ucciso. Poi, una sera del 1971, una donna apparve sul suo schermo televisivo in uno spot pubblicitario del caffè, e la sua vita cambiò silenziosamente direzione.


Caine aveva 38 anni, era già famoso, di successo, e viveva il tipo di vita che accompagnava una celebrità improvvisa. Una notte, mentre guardava la televisione a Londra, vide uno spot del caffè Maxwell House con una giovane modella guyanese di nome Shakira Baksh.


Non riusciva a staccarle gli occhi di dosso.


Caine si convinse che lo spot fosse stato girato in Brasile. Disse agli amici che sarebbe volato lì per trovare la donna che aveva appena visto in televisione.


Poi qualcuno nel mondo della pubblicità gli diede un'informazione inaspettata.


Shakira non era in Brasile.


Viveva a Londra, a circa un miglio e mezzo da lui.


Un amico riuscì a procurargli il suo numero di telefono, e Caine chiamò.


Shakira non era particolarmente interessata.


Così chiamò di nuovo.


E ancora.


Per giorni continuò a provare. Poi, dopo circa dieci giorni, lei finalmente accettò di vederlo.


Quel sì cambiò tutto.


Si innamorarono e si sposarono a Las Vegas l'8 gennaio 1973. Più tardi quell'anno nacque la loro figlia Natasha.


Ma Caine alla fine avrebbe detto che Shakira gli aveva dato qualcosa di molto più grande del romanticismo.


Gli aveva dato una ragione per cambiare.


A quel punto, il bere di Caine era diventato pericoloso. In seguito descrisse di consumare una bottiglia di vodka al giorno. Fumava anche molto, e le abitudini stavano prendendo il sopravvento su una vita che dall'esterno sembrava glamour.


Shakira non arrivò con discorsi o ultimatum.


La sua presenza semplicemente cambiò ciò che lui voleva dalla sua vita.


Caine iniziò a ridurre. Il bere si attenuò. Le sue abitudini cambiarono. L'uomo che un tempo correva attraverso la fama come se nulla potesse toccarlo iniziò a pensare al futuro.


Anni dopo, lo disse chiaramente.


Credeva che lei gli avesse salvato la vita.


Senza di lei, disse, probabilmente sarebbe morto molto tempo prima.


Il loro matrimonio resistette attraverso decenni di film, fama, vita familiare, invecchiamento e malattia. Molto tempo dopo che le anteprime e i flash delle fotocamere erano diventati meno importanti, Shakira era ancora al suo fianco.


Qualche anno fa, dopo un importante intervento chirurgico alla schiena per la stenosi spinale, Caine fu fotografato mentre arrivava a cena all'Harry's Bar di Londra. Camminava con l'aiuto di un deambulatore.


Shakira camminava al suo fianco.


Era una piccola immagine rispetto all'enorme carriera alle sue spalle, ma forse raccontava la loro storia meglio di qualsiasi tappeto rosso.


Michael Caine alla fine si ritirò dalla recitazione dopo una carriera durata più di sette decenni.


Nel 2026, a 93 anni, lui e Shakira sono sposati da più di mezzo secolo.


E l'inizio suona ancora quasi impossibile.


Una televisione.


Uno spot pubblicitario del caffè.


Una donna che viveva a un miglio e mezzo di distanza che lui quasi attraversò un oceano per trovare.


Passò giorni a cercare di persuaderla a dargli una possibilità.


Lei finalmente disse sì.


Più di cinquant'anni dopo, Michael Caine descrive ancora quella decisione come una delle ragioni per cui è vivo.

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Liv Tyler



Nel 1988, una bambina di undici anni si trovava nel backstage di un concerto degli Aerosmith quando notò qualcosa che le cambiò la vita per sempre. Dall'altra parte della stanza c'era un'altra ragazza che le somigliava quasi esattamente. Gli stessi occhi. Lo stesso sorriso. Gli stessi tratti inconfondibili. Non si erano mai incontrate, ma la somiglianza era impossibile da ignorare. Pochi istanti dopo, Liv Tyler scoprì che la rockstar che aveva ammirato per anni era in realtà suo padre biologico.


E l'uomo che l'aveva cresciuta non era legato a lei da vincoli di sangue.


Ma aveva scelto di essere suo padre comunque.


Liv Tyler è nata il 1° luglio 1977 a New York City.


Sua madre era Bebe Buell, una modella e cantante che frequentava alcuni dei più grandi nomi della musica rock.


Il suo certificato di nascita identificava il musicista Todd Rundgren come suo padre.


E per tutta la sua infanzia, Todd fu esattamente questo.


La amava.


La sosteneva.


E le offriva stabilità in un momento in cui la sua vita avrebbe potuto facilmente essere piena di incertezze.


Ma dietro quella storia familiare apparentemente ordinaria c'era un segreto.


Il padre biologico di Liv era Steven Tyler, il carismatico frontman degli Aerosmith.


Nel 1976, Bebe aveva avuto una breve relazione con Steven.


All'epoca, gli Aerosmith stavano diventando una delle più grandi band rock d'America.


Il loro album Rocks aveva contribuito a consolidare la loro reputazione.


Steven era famoso, talentuoso e circondato dagli eccessi della vita rock-and-roll.


Ma dietro le esibizioni, stava lottando contro la dipendenza.


Bebe temeva che il suo stile di vita imprevedibile avrebbe reso impossibile per lui offrire l'infanzia stabile che sua figlia meritava.


Così prese una decisione difficile.


Si rivolse a Todd Rundgren, il suo partner dell'epoca.


Gli chiese di crescere Liv come se fosse sua figlia.


Todd accettò.


Capì la responsabilità.


E anche dopo la fine della sua relazione con Bebe, rimase impegnato nei confronti di Liv.


Contribuì a pagare la sua educazione.


Celebrò i momenti importanti.


Trascorse del tempo con lei durante le vacanze e le estati.


Le diede qualcosa che nessuna quantità di fama avrebbe potuto sostituire.


La costanza.


Per anni, Liv credette che Todd fosse suo padre biologico.


Trascorreva le estati con lui a Woodstock, circondata da musica, creatività e affetto.


Ma crescendo, iniziò a percepire che qualcosa della sua identità rimaneva inspiegato.


Intorno agli otto o nove anni, incontrò Steven Tyler a uno dei concerti di Todd.


Non conosceva il loro legame.


Eppure qualcosa in lui le sembrava stranamente familiare.


Divenne affascinata dal cantante degli Aerosmith.


Comprò il suo poster e lo appese in camera da letto.


Lo ammirava.


E da qualche parte dentro di sé, iniziò a chiedersi se il loro legame potesse essere più di una coincidenza.


Scrisse perfino dei suoi sospetti.


Poi arrivò il concerto del 1988.


Nel backstage, Liv notò una ragazza di nome Mia Tyler.


Mia era la figlia di Steven Tyler.


Le due ragazze erano nate a solo un anno di distanza.


E la loro somiglianza era straordinaria.


Liv guardò Mia e riconobbe i propri tratti.


La somiglianza era troppo forte per essere ignorata.


Si voltò verso sua madre.


Bebe iniziò a piangere.


E la verità finalmente emerse.


Steven Tyler era il padre biologico di Liv.


Per una bambina di undici anni, la rivelazione avrebbe potuto distruggere tutto ciò che credeva sulla sua famiglia.


L'uomo che chiamava papà non era il suo genitore biologico.


La rockstar che idolatrava lo era.


E aveva una sorella che conosceva a malapena.


Ma accadde qualcosa di straordinario.


Invece di perdere un padre, Liv ne guadagnò un altro.


Non smise di amare Todd.


Non cancellò l'infanzia che avevano condiviso.


E non respinse sua madre per aver tenuto il segreto.


Iniziò gradualmente a costruire un rapporto con Steven.


Mentre lui lavorava verso la sobrietà, divenne sempre più presente nella sua vita.


Svilupparono un legame che era mancato nei suoi primi anni.


Alla fine, Liv cambiò il suo cognome in Tyler.


Ma mantenne Rundgren come secondo nome.


Fu una decisione significativa.


Un modo per onorare l'uomo che l'aveva cresciuta mentre abbracciava il padre che aveva scoperto.


Nel 1994, Liv apparve nel video musicale degli Aerosmith per Crazy.


L'apparizione celebrava pubblicamente il suo legame con Steven.


A quel punto, stava costruendo la propria carriera.


Sarebbe diventata un'attrice riconosciuta a livello internazionale, apparendo in Stealing Beauty, Armageddon e la trilogia de Il Signore degli Anelli.


Ma la fama non cambiò mai il modo in cui parlava di Todd.


Continuò a chiamarlo papà.


Lo descrisse come protettivo, amorevole e profondamente importante per la sua vita.


Non era semplicemente l'uomo che l'aveva aiutata a crescere.


Era qualcuno che aveva scelto di restare quando andarsene sarebbe stato più facile.


E quella scelta contava.


Steven rappresentava un'altra parte della sua storia.


Un padre la cui dipendenza lo aveva tenuto a distanza, ma che in seguito si era impegnato a costruire il rapporto che avevano perso.


Bebe rappresentava le decisioni difficili che i genitori a volte prendono nel tentativo di proteggere i propri figli.


E Todd rappresentava qualcosa di meravigliosamente semplice.


La paternità non è sempre determinata dalla biologia.


A volte inizia con una promessa.


E continua attraverso migliaia di momenti ordinari.


Compleanni.


Spese scolastiche.


Vacanze in famiglia.


Conversazioni.


E la quieta rassicurazione che qualcuno ci sarà sempre.


Liv non ha mai creduto di dover scegliere tra i suoi due padri.


Ha fatto spazio a entrambi.


Perché amare uno non significava amare l'altro di meno.


La sua storia ci ricorda che le relazioni familiari non sono sempre lineari.


A volte la verità arriva tardi.


A volte l'amore viene da luoghi inaspettati.


E a volte la persona che ti cresce non è la persona il cui nome appare nella tua storia genetica.


Todd Rundgren non doveva restare.


Ma lo fece.


Steven Tyler aveva perso anni preziosi.


Ma cercò di ricostruire il loro legame.


E Liv Tyler scelse di abbracciare entrambe le relazioni invece di permettere alla verità di dividerle.


Perché la famiglia non riguarda semplicemente chi ti ha dato la vita.


Riguarda anche chi ti aiuta a viverla.


Alcuni padri sono legati ai figli dal sangue.


Altri diventano padri attraverso l'impegno.


E a volte, una famiglia straordinaria è abbastanza fortunata da comprendere l'importanza di entrambe le cose.

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Quando penso a Lady Cris

 


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Il professor Arcangeli umilia la Monica Castro

 Il personaggio, in questo video del 29 gennaio 2026, era allora consigliere comunale di Fratelli d'Italia a Calenzano (FI), e commentava nella circostanza il gemellaggio del Comune toscano con la città palestinese di Jenin, del nord della Cisgiordania.


Ieri la consigliera ha pubblicato su questo social un'imbarazzante foto taroccata, con un inesistente striscione contenente un errore grammaticale ("Soldi alla scuola Meloni HA casa") e il commento "Andateci.....A scuola", per screditare gli studenti scesi in piazza per protestare contro il carovita. Scoperta con le mani nella marmellata, non paga della pessima figura, invece di scusarsi ha rilanciato con due post:


"Faccio chiarezza per la stampa. La foto in questione mi è stata mandata da un amico molto bravo con l'IA (intelligenza artificiale) e io l'ho condivisa con un commento ironico. Per me gli studenti bravi sono quelli che rimangono in classe a studiare, non quelli che vanno in piazza a perdere tempo e si fanno strumentalizzare dalla sinistra. Quest'ultima, invece di condannare chi picchia le forze dell'ordine, attacca chi crea contenuti satirici. Come sempre, si conferma dalla parte sbagliata".


"I comunisti mi accusano di non saper riconoscere una foto fatta con l'IA. Hanno ragione, non la riconosco, la creo direttamente. Comunisti sono e comunisti rimarranno. 🤣🤣🤣".


Il personaggio, nel maggio scorso, ha cambiato casacca. Vi lascio immaginare dove sia finita. 


Non siamo ormai neanche più alla frutta. È marcita pure quella.

Massimo Arcangeli 

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Ma

 


Non c’è nulla da ridere sulla morte di un essere umano.... Mai!!

Qualunque sia il suo credo, la sua religione o il suo modo di vivere la spiritualità, rimane prima di tutto un essere umano.... O ce lo siamo dimenticati?

In questi giorni sto leggendo i commenti sui social riguardo alla tragica disgrazia accaduta a quel sacerdote e sinceramente rimango senza parole... Sempre più convinta di rimanere isolata nel mio angolino di campagna con i miei animali piuttosto che avere a che fare con persone che non sono più umani , ma robot che vivono in una società materialista...

Come può l’essere umano arrivare a strumentalizzare la morte di un altro essere umano, trasformandola in uno spettacolo, in una battuta di cattivo gusto, in un’occasione per deridere e giudicare?

Tutto questo dimostra quanto l’insensibilità stia dilagando nella nostra società, quanto sia diventato facile dimenticare l’umanità di una persona pur di strappare una risata o alimentare una polemica...

Comprendo il paradosso che molti hanno voluto sottolineare: un uomo di Chiesa che perde la vita proprio attraverso una croce, simbolo della sua fede, Comprendo che qualcuno possa trovare questa circostanza assurda o persino paradossale...Ma tra riconoscere un paradosso e ridere della morte di una persona esiste una differenza enorme...

La morte non dovrebbe mai diventare un pretesto per umiliare, deridere o condannare qualcuno che nemmeno conosciamo, 

Io non sono cattolica, ma questo non mi autorizza a giudicare quell’uomo, né a mancare di rispetto al suo credo... Perché riesco a guardare oltre la veste che indossava... Riesco a immaginare l’essere umano che c’era dietro quella tunica...

 un bambino che è cresciuto, un figlio che aveva una madre, un uomo che aveva sogni, emozioni, paure, momenti di gioia e momenti di dolore... Un uomo che proprio come tutti noi, rideva, piangeva e viveva la propria esistenza...

Prima di essere un sacerdote, era una persona,

E questo dovrebbe bastare per ricordarci che la dignità umana non dipende dalla religione che professiamo, dai simboli che veneriamo o dalle idee in cui crediamo...

Eppure, oggi, sembra che per molti conti più l’appartenenza religiosa di una persona della sua stessa umanità... Ci si sofferma superficialmente sul fatto che fosse un prete, sul simbolo attraverso il quale è morto, sul significato che ognuno vuole attribuire a quella tragedia..  E nel frattempo ci si dimentica della cosa più importante...

una vita si è spezzata..

La vita è imprevedibile...

 Nessuno di noi sa cosa lo aspetta domani, né in quali circostanze potrebbe trovarsi, 

 E se un giorno una disgrazia simile capitasse a noi o a qualcuno che amiamo?

 Ci farebbe piacere vedere la nostra sofferenza trasformata in uno spettacolo? Vorremmo leggere commenti ironici sulla nostra morte o su quella di una persona cara?

Potrebbe accadere a chiunque, attraverso un simbolo religioso, una croce, una statuetta di Lucifero, un fiore di loto o qualsiasi altro oggetto a cui qualcuno attribuisce un significato spirituale.

I simboli cambiano... Le credenze cambiano...

 Le religioni cambiano... Ma il dolore di chi perde una persona cara è sempre dolore....😔

 E la morte, quando arriva, non fa distinzioni tra credenti, atei, cattolici, pagani o persone che seguono percorsi spirituali diversi...

La vita è uguale per tutti, e la morte non chiede a nessuno quale Dio abbia pregato...

Forse dovremmo fermarci un momento e riflettere,  In un mondo in cui tutti sembrano avere un’opinione su tutto, abbiamo forse smarrito la capacità più importante cioè quella di provare compassione?

Non siamo obbligati a condividere il credo di qualcuno. . .

Non dobbiamo approvare ogni sua scelta... Possiamo essere critici, avere idee diverse e persino mettere in discussione qualsiasi religione.. Ma nulla di tutto questo ci impedisce di rispettare una vita umana...

Perché il rispetto non significa credere nella stessa cosa, Significa riconoscere nell’altro qualcuno che, proprio come noi, ha vissuto, ha amato, ha sofferto e ha avuto paura...

E poi c’è una domanda ancora più profonda, una domanda che riguarda tutti noi, al di là di ogni fede...

Ma siamo davvero sicuri di sapere cosa ci sia oltre questa vita?

Le religioni, i culti, i rituali e le diverse tradizioni spirituali sono percorsi attraverso i quali l’essere umano cerca risposte, prova a dare un significato all’esistenza e tenta di comprendere ciò che non riesce a spiegare...

Ma la verità ultima? Chi può dire di conoscerla davvero?

Forse crediamo per trovare conforto...Forse cerchiamo simboli per dare un volto alle nostre paure e alle nostre speranze...

Forse esiste qualcosa che ancora non comprendiamo.. Oppure forse siamo semplicemente esseri umani che cercano un senso nell'immensità di ciò che li circonda...

Non lo so... E credo che nessuno dovrebbe avere la presunzione di possedere tutte le risposte...

Ma una cosa la so..

non abbiamo bisogno di conoscere il mistero della morte per imparare a rispettare la vita.!

E se davvero le nostre convinzioni spirituali dovrebbero renderci più consapevoli, più profondi e più umani, allora cominciamo da qui...

dalla compassione, dal rispetto e dalla capacità di non ridere della tragedia altrui, 

Perché, alla fine, al di là di ogni simbolo, di ogni religione e di ogni credo, ciò che dovrebbe unirci è proprio la nostra umanità...

E forse la domanda più importante non è cosa ci aspetti dopo la morte, ma che cosa stiamo diventando noi mentre siamo ancora vivi?

Con questo post mi farò molti nemici lo so ... Ma comprendero chi è ancora con un briciolo di umanità ..

Un abbraccio la vostra Emma 😊

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La dignità della patriota nostrana

 


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20 ottobre 1974: veniva UCCISO dai FASCISTI a Lametia Terme ADELCHI ARGADA









Chi ha COMPAGINI non MUORE MAI !!

20 ottobre 1974: veniva UCCISO dai FASCISTI  a Lametia Terme ADELCHI ARGADA


A Lamezia Terme la situazione non è delle più tranquille. Da qualche notte le mani dei soliti noti imbrattano i muri con scritte fasciste. I provocatori non si firmano ma il paese è piccolo e tutti lo sanno che a inneggiare al Duce sono le stesse persone che insultano i militanti della sinistra e che, in qualche caso, arrivano a picchiare chi li affronta a viso aperto e li contraddice. 


Adelchi Argada ha le mani grandi come le palanche del cantiere di Modena dove deve andare a lavorare. E le spalle larghe di chi solleva blocchetti e sacchi di cemento.


Può avere paura delle condizioni di sfruttamento a cui sono costretti lui e quelli come lui, non certo di qualche fascistello incontrato per strada, la sigaretta all’angolo della bocca, la pettinatura fresca di barbiere e quell’aria molle e gonfia di chi si trascina nel pigro far niente dei figli di papà. Tipi così, Adelchi li incontra a passeggio per Lamezia il pomeriggio del 20 ottobre, dalle parti della chiesa di San Domenico. Con lui c’è suo fratello Otello e poi i fratelli Morello, vecchi amici di Adelchi. Svoltato l’angolo, ecco Michele De Fazio e Oscar Porchia. Il primo studia Legge a Firenze, ragazzo di buona famiglia conosciuto sia dai fascisti del posto che da quelli dell’università toscana.


Adelchi e il Fronte Popolare

Il secondo, anche lui studente, è un militante del Movimento sociale e per un paio d’anni è stato anche il segretario del Fronte della gioventù di Lamezia. Adelchi milita nel Fronte popolare Comunista Rivoluzionario (FPCR), un’organizzazione di osservanza leninista a sinistra del PCI che, tra le altre cose, si era distinta nelle azioni di solidarietà per Pietro Valpreda, ingiustamente processato a Catanzaro per l’attentato di Piazza Fontana. Il percorso politico intrapreso dalla sezione di Lamezia frequentata da Adelchi nel corso del 1973, ha messo il FPCR sulla rotta tracciata da Avanguardia Operaia, movimento radicato nei CUB delle principali fabbriche del Nord e orgogliosamente composto per la quasi totalità da soli quadri operai. L’opinione di Adelchi su gente come Porchia e De Fazio può essere data per scontata. I giovani comunisti calabresi conoscono bene la matrice fascista degli attentati che, negli anni Settanta, insanguinano la regione. Eppure Adelchi non ha nulla da dire a Porchia e De Fazio.


Dalla lite all’omicidio

A rivolgersi ai fascisti ci pensa il suo amico, Giovanni Morello, disgustato dalla vigliaccheria dimostrata dai due solo ventiquattro ore prima, quando avevano picchiato il fratello più piccolo, quattordici anni appena. Con il ragazzino Porchia e De Fazio hanno mostrato i muscoli. Ora sono senza parole e, immediatamente, mettono mano alle pistole. Il primo colpo ferisce Giovanni Morello alla coscia: una frazione di secondo in cui Adelchi Argada non ha altro pensiero che quello di gettarsi verso il compagno colpito per aiutarlo e metterlo in salvo. E a Giovanni, Adelchi la vita gliel’ha salvata davvero, incassando una dopo l’altra quattro delle quattordici pallottole sparate addosso ai militanti.


La seconda pallottola, quella fatale per Adelchi, ha trapassato il colpo del giovane perforandogli il cuore. Mentre Adelchi muore, chi ha sparato scappa, inseguito dal grido “bastardi” che corre più veloce di loro, oltrepassa i comuni della piana lametina, supera i binari delle locomotive dirette a Nord e porta la notizia di uno striscione appeso nel luogo in cui il giovane operaio è stato ucciso. Uno striscione che dice: “QUI E’ STATO ASSASSINATO IL COMPAGNO ARGADA”.

In 30mila ai funerali

Il giorno dei funerali, sono trentamila le persone che pretendono di salutare Adelchi Argada. La cattedrale non basta a contenerli tutti e, per le orazioni, viene utilizzato il palco della festa de “l’Avanti” , ancora montato nella piazza del Municipio per il concerto della sera precedente. Jovine, uno studente di sinistra, parla a nome dei ragazzi di Lamezia: “Conoscevamo Adelchi Argada come uno dei nostri migliori militanti, sempre schierato dalla parte degli oppressi. Bisogna capire perché è morto; era un operaio, uno dei tanti giovani costretto a una certa età a lavorare perché per i proletari, per i figli dei lavoratori, non esistono privilegi che sono di altri. Argada ha fatto una scelta, si è messo dalla parte di chi vuole una società diversa non a parole, in cui lo sfruttamento sia abolito e il fascismo non possa trovare spazio”.

Il processo

Arrestati, gli assassini di Adelchi Argada hanno dalla loro parte soltanto una pretestuosa tesi di legittima difesa. Una posizione che più di qualche giornale conservatore fa propria e diffonde con forza. Nel caso di Oscar Porchia e Michele De Fazio sostenere di avere sparato per difendersi non funziona: imputati di omicidio, dopo aver ottenuto di spostare la tesi processuale a Napoli, nel 1977 vengono condannati rispettivamente a quindici anni e quattro mesi e a otto anni e tre mesi di reclusione.

Dal libro “Cuori Rossi” di Cristiano Armati, Newton Compton Editori, 2008.

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Analisi di una generazione senza futuro

 


❔ Cosa c’è dietro le violenze che per due giorni hanno sconvolto il centro di Milano? A dare una lettura diversa di quanto accaduto è Rajaa, attivista del CSA Lambretta, intervistata da Pietro Cifarelli per Affaritaliani.


👉🏻 Secondo Rajaa, a far precipitare la situazione sarebbero stati anche gli interventi delle forze dell’ordine. Sabato le cariche in via Broletto avrebbero provocato il fuggi fuggi di numerosi giovanissimi verso piazza Duomo, mentre domenica perquisizioni e fermi avrebbero alimentato ulteriormente la tensione. L’attivista sostiene che dietro le scorribande di domenica non ci fossero i centri sociali, ma gruppi di adolescenti, anche di 12, 13 e 14 anni, arrivati dalle periferie e ritrovatisi in centro senza una vera organizzazione politica.


‼️ Ma per il Lambretta il problema va ben oltre quanto accaduto nel fine settimana. C’è una generazione cresciuta tra pandemia, difficoltà economiche e mancanza di luoghi gratuiti dove incontrarsi. Ragazzi che, secondo Rajaa, finiscono per riversare nelle piazze una rabbia accumulata negli anni. Nell’intervista viene anche contestato il modo in cui si è parlato dei saccheggi, sostenendo che l’attenzione mediatica si sia concentrata sulle vetrine distrutte, lasciando in secondo piano le modalità dei fermi e il trattamento riservato ai minorenni.


Fonte: intervista di Pietro Cifarelli a Rajaa del CSA Lambretta, Affaritaliani, 19 ottobre 2026.

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𝐒a𝐧 𝐂a𝐫l𝐨 𝐚l𝐥e Q𝐮a𝐭t𝐫o F𝐨n𝐭a𝐧e: 𝐢l p𝐢c𝐜o𝐥o e𝐝i𝐟i𝐜i𝐨 𝐜h𝐞 𝐟e𝐜e e𝐬p𝐥o𝐝e𝐫e i𝐥 𝐁a𝐫o𝐜c𝐨

 






𝑺𝒂𝒏 𝑪𝒂𝒓𝒍𝒊𝒏𝒐: 𝒍𝒂 𝒑𝒊𝒄𝒄𝒐𝒍𝒂 𝒄𝒉𝒊𝒆𝒔𝒂 𝒅𝒊 𝑩𝒐𝒓𝒓𝒐𝒎𝒊𝒏𝒊 𝒄𝒉𝒆 𝒕𝒓𝒂𝒔𝒇𝒐𝒓𝒎𝒐̀ 𝒍𝒂 𝒈𝒆𝒐𝒎𝒆𝒕𝒓𝒊𝒂 𝒊𝒏 𝒎𝒐𝒗𝒊𝒎𝒆𝒏𝒕𝒐

𝑷𝒂𝒓𝒕𝒆 𝑰 - 𝑳𝒂 𝒄𝒉𝒊𝒆𝒔𝒂 𝒕𝒓𝒐𝒑𝒑𝒐 𝒑𝒊𝒄𝒄𝒐𝒍𝒂 𝒑𝒆𝒓 𝒆𝒔𝒔𝒆𝒓𝒆 𝒖𝒏 𝒄𝒂𝒑𝒐𝒍𝒂𝒗𝒐𝒓𝒐?


@follower e amici lettori, a Roma esiste una chiesa che i cittadini hanno chiamato con un diminutivo:


𝑺𝒂𝒏 𝑪𝒂𝒓𝒍𝒊𝒏𝒐.


Il nome ufficiale è San Carlo alle Quattro Fontane, si trova in via del Quirinale 23, all’incrocio con via delle Quattro Fontane.

Il soprannome potrebbe far pensare a un edificio secondario, quasi una piccola chiesa senza grandi ambizioni ma è vero l’opposto.


San Carlino è uno dei capolavori più originali del Barocco romano e una delle opere che meglio spiegano il genio inquieto di Francesco Borromini.

La chiesa fu progettata per i Trinitari scalzi spagnoli, un ordine religioso che disponeva di risorse più limitate rispetto alle grandi istituzioni romane.

Il terreno era stretto e irregolare e qui Borromini avrebbe potuto trovarsi davanti a un problema, invece trasformò il limite in un esperimento.


La cronologia generale del complesso viene indicata tra il 1634 e il 1667, mentre la fase principale della costruzione della chiesa si colloca tra il 1638 e il 1641 mentre la consacrazione avvenne nel 1646.


#Borromini non progettò una grande navata rettangolare, scelse una pianta #ovale.

L’ovale cambia completamente l’esperienza dello spazio; non entri in una sala che ti conduce semplicemente verso un altare, entri in un ambiente che ti avvolge.


Le pareti si incurvano...Le colonne formano un grande ordine continuo...La trabeazione segue il perimetro e si piega nei settori laterali e nell’abside...Non ci sono angoli che interrompono bruscamente il movimento...𝑇𝑢𝑡𝑡𝑜 𝑠𝑒𝑚𝑏𝑟𝑎 𝑠𝑐𝑜𝑟𝑟𝑒𝑟𝑒.


Eppure questa fluidità non è casuale.

Borromini costruisce l’effetto attraverso una geometria rigorosa, la chiesa è piccola, ma la continuità delle linee la fa percepire più ampia, poi lo sguardo sale verso la cupola, la superficie è decorata con esagoni, ottagoni e croci, le forme diventano sempre più piccole avvicinandosi al lanternino...È un trucco geometrico raffinato, la progressione delle figure crea l’illusione di una profondità maggiore, la cupola sembra innalzarsi oltre le sue dimensioni reali, la luce che entra dall’alto rende l’effetto ancora più forte.


𝑰𝒍 𝒗𝒊𝒔𝒊𝒕𝒂𝒕𝒐𝒓𝒆 𝒏𝒐𝒏 𝒗𝒆𝒅𝒆 𝒔𝒐𝒍𝒕𝒂𝒏𝒕𝒐 𝒖𝒏𝒂 𝒅𝒆𝒄𝒐𝒓𝒂𝒛𝒊𝒐𝒏𝒆, 𝒑𝒆𝒓𝒄𝒆𝒑𝒊𝒔𝒄𝒆 𝒖𝒏𝒂 𝒔𝒖𝒑𝒆𝒓𝒇𝒊𝒄𝒊𝒆 𝒄𝒉𝒆 𝒔𝒆𝒎𝒃𝒓𝒂 𝒂𝒍𝒍𝒐𝒏𝒕𝒂𝒏𝒂𝒓𝒔𝒊 𝒆 𝒄𝒐𝒏𝒅𝒖𝒓𝒓𝒆 𝒗𝒆𝒓𝒔𝒐 𝒊𝒍 𝒄𝒊𝒆𝒍𝒐.


Anche il #chiostro vicino alla chiesa segue una geometria particolare, la sua pianta è ottagonale e si sviluppa su due ordini.

Se la chiesa è curva e avvolgente, il chiostro appare più regolare e misurato.

Due #geometrie diverse organizzano due esperienze diverse: la preghiera e la vita quotidiana dei frati.


San Carlino non è grande ma ogni centimetro è stato costretto a lavorare, ogni curva risolve un problema, ogni forma produce un effetto, ogni elemento trasforma la povertà dello spazio in una straordinaria ricchezza visiva.

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lunedì 19 ottobre 2026

MATTEOTTI: BASTA CAZZATE SUL RE E SUGLI INGLESI



Su messanger di Facebook, un lettore del mio grande giornale mi scrive:


Leggete cosa ha sempre sostenuto il figlio di Matteotti, il mandante fu il re per coprire i traffici che faceva con gli inglesi a danno del popolo italiano. Mussolini non aveva alcun interesse a far uccidere Matteotti

La realtà dei fatti:

Gira da un po' una fake che dice: "Lo diceva anche il figlio di Matteotti, il mandante fu il Re per coprire traffici con gli inglesi, Mussolini non c'entra".


È una palla totale. Smentita dalla storia, dalle carte e dallo stesso figlio di Matteotti.


1.  Cosa diceva DAVVERO il figlio di Matteotti? L'esatto contrario. Matteo Matteotti e Giancarlo Matteotti hanno passato la vita a dire che il mandante morale fu Benito Mussolini. Lo hanno detto in Parlamento, nei libri, nelle interviste. Non hanno mai tirato in ballo il Re come mandante.


2.  Chi l'ha ucciso? Non c'è nessun mistero. Amerigo Dumini, Albino Volpi, Giuseppe Viola e gli altri della Ceka fascista. Processati e condannati già nel 1926. Tutti uomini di Mussolini, pagati con fondi del Viminale.


3.  Perché Mussolini AVEVA tutto l'interesse? Matteotti il 30 maggio 1924 aveva denunciato in Aula i brogli e le violenze fasciste e stava per pubblicare il dossier sulle tangenti della concessione petrolifera alla Sinclair Oil. Un dossier che inchiodava il governo fascista, non il Re. Mussolini stesso il 3 gennaio 1925 se ne assume la responsabilità politica davanti alla Camera.


4.  Il Re e gli inglesi? Zero carte, zero prove, zero testimonianze. Non esiste un solo documento negli archivi italiani, inglesi o americani che parli di "traffici del Re con gli inglesi a danno degli italiani" denunciati da Matteotti. È una teoria inventata su Telegram 100 anni dopo per ripulire Mussolini.


Quindi ricapitoliamo: chi vi dice che "fu il Re" non sta facendo controinformazione, sta facendo revisionismo da quattro soldi per assolvere il fascismo.


Se hanno le prove dei traffici del Re, che le tirino fuori. Altrimenti è solo fuffa.


Fenix

 

🎖️ "Putin aveva dato tre ultimatum: l'Ucraina non entra nella Nato, niente truppe Nato in Ucraina, niente sistemi a lunga gittata. Nessuna è stata accettata"


Sono le parole di Roberto Vannacci, ex comandante della Folgore ed eurodeputato, durante un acceso confronto televisivo sulla guerra in Ucraina. Il giornalista gli ha chiesto come possa negare le armi a un popolo aggredito, ricordando gli eroi di El Alamein. Vannacci ha risposto che gli ucraini sono "liberissimi di difendersi", ma che dopo cinque anni la stessa strategia, "peraltro a spese dell'Europa", non ha cambiato nulla sul terreno.


Secondo il generale, i problemi tra Mosca e Kiev sono iniziati nel 2008, quando al vertice Nato di Bucarest venne aperta all'Ucraina la prospettiva di entrare nell'Alleanza. Prima dell'invasione del 24 febbraio 2022, Putin aveva posto tre condizioni, e nessuna è stata accettata.


Poi l'affondo: "Tutti ci dicono che dobbiamo vincere questa guerra, ma nessuno ci dice né che cosa vuol dire vittoria, né come la dobbiamo vincere". E ancora: "La fandonia che ci vengono a dire che noi difendiamo la nostra patria mandando le armi agli ucraini è una fandonia. Se fosse così, dovremmo andarci a combattere noi". Infine: "Una brutta pace è sempre meglio di una brutta guerra".


Ha ragione Vannacci? Sì o no? 👇


📌 Fonte: intervista televisiva a Roberto Vannacci (ottobre 2026)


⚠️ Immagine elaborata con l'intelligenza artificiale a scopo illustrativo. Il contenuto non ha alcun intento offensivo o diffamatorio.


#politica #Vannacci

 MARCELLO PRIMA : 300 GOL SENZA PROCURATORE


Le statistiche ci ricordano che Marcello Prima ha realizzato fra serie serie C serie C1 serie C2 e quarta serie 171 gol in 448 partite ma se si contano i gol complessivi e anche quelli segnati fra i dilettanti del Carovigno che è la squadra del paese in provincia di Brindisi dove è nato nel 1957, le reti complessive sfiorano di poco le 300. Nessun procuratore e nessun santo in paradiso ed è così che questo bomber alto poco meno di due metri, ha potuto iniziare la carriera professionale solo nel 1979 e fu un inizio veramente con il botto perché nel Monopoli 1979-80 di C2 Marcello Prima realizzò ben 16 reti. La stagione seguente giocherà a Cosenza mentre nel campionato 1981-82 in serie C2 con il Barletta realizzerà 12 reti. Altre 14 reti le segnerà sempre in C2 nel Siracusa 1982-83 mentre la stagione 1984-85 la giocherà a Mestre ancora in C2 dove realizzerà 13 reti. Ottimo il biennio 1985-1987 che disputerà a Castellammare di Stabia quando con le vespe gialloblu realizzerà sempre in C2 20 reti nel campionato 1985-86 e 15 reti in quello 1986-87. Ottimo anche in Sicilia a Giarre in serie C2 e in serie C1 fra il 1987 e il 1989 quando realizzerà 25 reti in 70 partite. Dopo la Sicilia, il Brindisi, la Torres,la Carrarese,il Latina e, ancora,il Brindisi i1992-93 e il Messina 1993-94 squadre che militavano entrambe in quarta serie dove realizzò 17 reti in maglia bianco azzurra e 13 reti in maglia giallorossa. In un’intervista Marcello Prima confesso’ che il suo passaggio dal Carovigno al Brindisi quando aveva appena 16 anni saltò per una questione di soldi. Una carriera di un calciatore per arrivare ad alti livelli deve anche essere baciata dalla fortuna e quella dell’altissimo e bravissimo bomber Marcello Prima purtroppo non lo è stata.

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Fatta con l'AI ma bella

 


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Ora la Meloni si compra anche le pagine calcistiche di Facebook?

 La strinzata che ho trovato in questo gruppo calcistico che conta più di 83 mila pollowers (per ).



Questi sono dei delinquenti

Travisati e mascherati, incappucciati e a volto coperto oggi in varie città italiane hanno lanciato bombe carta, sassi e bottiglie, tavolini, contro le forze di polizia. Hanno vandalizzato le vetrine dei negozi e rubato la merce.

Sono i professionisti del disordine, criminali dell'estrema sinistra eversiva, figli di papà, antagonisti dei centri sociali, maranza e seconde generazioni che odiano il nostro Paese e usano il diritto a manifestare come pretesto per portare violenza e devastazione.

La loro non è protesta o dissenso, ma criminalità, guerriglia urbana nelle città, un assalto contro le Forze di Polizia e lo stato.

Molti identificati e fermati, per loro zero tolleranza e nessuna impunità.

Sono dei criminali e come tali vanno trattati.

E ora approvare subito la proposta  della Lega: chi organizza e devasta, paga! 

Non ci faremo intimidire! La remigrazione non ci sarà solo per gli extracomunitari ma anche per gli italiani eversivi e traditori della patria.


La grande storia del calcio

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Jean-Claude Van Damme

 


Tanti auguri a Jean-Claude Van Damme che oggi compie 66 anni!

Qual è stato il suo miglior film? 👊

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Finalmente un po' di vera storia d'Italia

 


«Ai fascisti piace pensarsi come anime belle minoritarie e indomite, tipo indiani contro i cowboy. La verità è che questi vili hanno trescato e ucciso per riprendersi o non mollare l’Italia e la libertà. Non cincischiate che la mafia e lo stragismo non è la “pista nera”, ma la vostra storia».


Sono le parole pubblicate su Facebook da Enrico Bellavia, vicedirettore del settimanale L’Espresso, nel dibattito sulle stragi mafiose e sulla cosiddetta “pista nera”. Le dichiarazioni arrivano a pochi giorni dall’archiviazione dell’inchiesta sulla pista mafia-appalti come possibile movente delle stragi del 1992. 

Il 3 ottobre, il gip di Caltanissetta Santi Bologna ha disposto l’archiviazione del procedimento contro ignoti, rilevando l’assenza di elementi probatori sufficienti a individuare specifiche responsabilità penali.


Bellavia è uno dei 33 giornalisti siciliani che, lo scorso 10 maggio, hanno sottoscritto un appello indirizzato al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e alla presidente della Commissione parlamentare Antimafia Chiara Colosimo. Tra i firmatari figurano anche Attilio Bolzoni, Riccardo Orioles, Giuseppe Lo Bianco, Giuseppe Pipitone, Sandra Rizza, Franco Viviano, Giulio Francese, Claudio Fava, Alessandra Ziniti e Giacomo Di Girolamo.


Nella lettera, i giornalisti contestano il rischio di circoscrivere la ricerca della verità sulle stragi di Capaci e via D’Amelio alla sola pista mafia-appalti, trascurando altre ipotesi investigative, compresi i possibili collegamenti con ambienti dell’eversione neofascista, dei servizi segreti e della massoneria.


I firmatari chiedono alla Commissione Antimafia di ampliare il campo delle indagini e alle opposizioni parlamentari di presentare una relazione di minoranza.

L’iniziativa ha successivamente raccolto nuove adesioni da parte di giornalisti di tutta Italia ed è stata rilanciata il 30 settembre scorso a Roma, durante il convegno “Stragi. Diritto alla verità”.


Tommaso Ricciardelli

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Non ditelo alla Meloni o va in paranoia!

Quello che vedete è un supermercato di Foggia, completamente vuoto. 


Una situazione che solleva interrogativi e che merita spiegazioni, mentre in televisione se ne parla poco e dal governo non arrivano risposte sufficienti.


Le proteste degli agricoltori, legate anche al caro carburante e all’aumento dei costi di produzione, rischiano di avere conseguenze che vanno ben oltre le campagne. Quando la filiera agricola si blocca, a pagarne le conseguenze possono essere anche i cittadini, le famiglie e chi ogni giorno deve fare la spesa.


Eppure, c’è ancora chi cerca di minimizzare il problema, anziché affrontare la questione centrale: quali misure concrete sta mettendo in campo il governo per sostenere gli agricoltori, contenere i costi e proteggere il potere d’acquisto delle famiglie?


Non basta fare propaganda, non basta raccontare un Paese che va tutto bene. Servono interventi economici concreti, risposte tempestive e responsabilità politiche.


Perché quando gli scaffali si svuotano, il problema non è soltanto ciò che manca nei supermercati. È ciò che manca nelle risposte di chi governa.


E quello che sta accadendo a Foggia merita di essere chiarito, non ignorato.

Sounalia Diawara

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Sostegno tra criminali

 


In vista delle imminenti elezioni in Israele, è arrivato l’endorsement più imbarazzante (e prevedibile) di tutti per il criminale di guerra Benjamin Netanyahu: quello dell’amico Donald Trump.


Lo ha fatto con una lettera pubblicata su Truth a dir poco delirante nella quale si legge:


“Bibi Netanyahu è stato un grande Primo Ministro guerriero e un alleato ancora più importante per la pace nella lotta contro la Repubblica Islamica dell’Iran, che da 51 anni ripete il suo slogan: ‘Mor** a Israele, mor** all’America! Distruggeremo il Piccolo Satana e il Grande Satana’.


(…)

Se Israele avrà il leader sbagliato, e cioè chiunque non sia Bibi, l’America dovrà fare questo lavoro da sola, e io non sono intenzionato a farlo.


Bibi Netanyahu è stato forte, coraggioso e brillante di fronte a un’opposizione enorme, compresa quella proveniente dallo stesso Israele.

Nonostante tutto questo, ha resistito e, anzi, ha prosperato!


Ho osservato Bibi nei momenti più difficili.

Uomini e donne normali, in situazioni del genere, sarebbero crollati sotto la pressione.

Ma Bibi non è crollato. Al contrario, è diventato ancora più forte e conserva quella stessa forza ancora oggi.

Questo è il tipo di alleato che gli Stati Uniti d’America pretendono da Israele, un Paese per il quale hanno fatto così tanto.


Vi prego di considerare questa lettera come il mio PIENO E TOTALE SOSTEGNO a Bibi Netanyahu nella sua imminente corsa per la rielezione a Primo Ministro di Israele.


BIBI NETANYAHU NON VI DELUDERÀ MAI!”


Siamo nelle mani di due guerrafondai megalomani con manie di persecuzione e un potere quasi illimitato.


Se esiste ancora - ed è difficile crederlo - una parte democratica del popolo israeliano, mi auguro che legga questo appello e il 27 ottobre voti di conseguenza, cioè al contrario, liberando il proprio Paese e il mondo della più grande sciagura vivente dell’umanità.


Garantisce Trump.

Lorenzo Tosa 

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IL PEGGIOR NUOTATORE DELLA STORIA

 


Il peggior nuotatore della storia non sono io.

O meglio, probabilmente lo sono, ma non mi hanno mai riconosciuto questo titolo a livello internazionale. 


Questa pregiata onoreficenza spetta ad un ragazzone della Guinea Equatoriale che risponde al nome di Eric Muossambani,

col quale sento di avere molto in comune.


Moussambani era un pallavolista amatoriale, nato e cresciuto nella Guinea equatoriale, e fino all’età di 21 anni non aveva mai imparato a nuotare.

Poi nel 2000 la Giunea rientra in un programma per l’incentivazione dello sport nei paesi in via di sviluppo, e ottiene una Wild Card per il nuoto per le Olimpiadi di Sidney, quelle del nuovo millennio.

Eric impara a nuotare alla meno peggio, un po’ in mare, un po’ nei fiumi, un po’ nell’unica piscina che ha a disposizione, quella dell’Hotel Ureca a Malabo. 

Con questo pregevole curriculum, forse unico nuotatore del suo paese, Eric parte per Sidney, partecipa alla cerimonia di apertura come portabandiera per la Guinea, e si presenta in piscina il giorno della gara: 100 mt stile libero.

E’ una gara di qualificazione, per accedere alle fasi finali bisogna rientrare in un certo tempo, gli organizzatori lasciano da soli un’ultimissima batteria i tre “desperados” possessori di Wild card: Karim Bare dalla Nigeria, tale Farkod Oripov dal Tagikistan, ed il nostro valoroso Eric. 


E’ una gara apparentemente senza senso, nessuno dei tre ha speranze di rientrare nei tempi per accedere alle finali, ma si svolge comunque nello stadio del nuoto, davanti a 17.000 spettatori. 

In una piscina olimpionica di 50 mt.

Eric una piscina di 50 mt non l’ha mai vista, quella dell’Hotel Ureca sarà grande si e no una quindicina, e la cosa deve aver influito nella scelta della gestione delle energie.


Eric sale in pedana con l’aria del condannato al patibolo: non ha tutine aderenti, non ha cuffia. Ha solo un costume mutanda slacciato e degli occhialini con l’elastico che svolazza. 

I suoi due compagni di batteria prendono un clamoroso abbaglio: si buttano in acqua pima dello start. Squalificati.

Eric rimane al suo posto, aspetta il segnale di partenza e si tuffa in acqua in modo un po’ sgraziato.

Solo.

Con 17.000 spettatori che lo fischiano e ridono.

Eric percorre la prima vasca a tutta birra, o per lo meno con quella che è la sua versione di “a tutta birra”: ben diversa da come siamo abituati a vedere alle olimpiadi, ma con un certa innegabile cazzimma.

Arriva alla sponda dei 50 mt, vira in modo abbastanza dignitoso, ed inizia il ritorno.

Il lunghissimo ritorno.

Eric sembra aver bruciato tutte le sue energie nei primi 50 mt, e affronta la seconda vasca decisamente affaticato.

Più aumenta la fatica, più la sua azione perde efficacia. Dapprima si scoordinano le gambe, poi le braccia e infine la testa. Gli ultimi 25 metri le gambe quasi non le usa più, devono essergli diventate dei pezzi di legno, e le braccia e la testa sembrano mosse dalla forza della disperazione.


Ma Eric non molla. 

E’ solo, qualunque sia l’esito comunque non si qualificherà, il suo dovere ormai l’ha fatto, gambe e braccia devono bruciargli da morire e immagino quanto gli manchi il respiro. I cordoli delle corsie sono lì a portata di mano, e sarebbe tanto facile aggrapparsi e porre fine all’agonia.

Ma Eric non molla, e continua a buttare lì bracciate scoordinate, che sono ognuna un inno alla sofferenza. 

E qui il miracolo dello sport: il pubblico se ne accorge, smette di ridere ed inizia ad applaudirlo.

Eric lo sente, e sospinto dal calore della gente, trova la forza di concludere gli ultimi penosissimi 15 mt. Intanto la regia in mondovisione mostra il tempo di Eric (siamo oltre 1 minuto e 50) mentre come in tutti gli arrivi olimpici si vede in sovrimpressione il tempo del World record (all’epoca 48 secondi), amplificando l’effetto tragicomico, quasi a ricordarci che quel ragazzone nero che stenta a mantenersi a galla sta concorrendo per le Olimpiadi.


Eric tocca l’agognata sponda come se fosse un naufrago che raggiunge la riva, e lo stadio del nuoto di Sidney esplode in un boato. La regia ci mostra il primo piano del volto di Eric deformato dalla fatica, con lui che a stento riesce ad alzare un braccio per salutare il pubblico che ormai lo adora.


E ho pensato che è facile fare i fenomeni, se nasci Michael Phelps. Ed è bello immedesimarsi in Phelps quando nuota come un motoscafo e colleziona medaglie su medaglie, mangiandosi gli avversari.

Ma ognuno deve giocare la partita con le carte che gli sono state servite, e ogni giorno deve confrontarsi con le prove che la vita gli mette davanti, anche senza essere particolarmente dotato o preparato per superarle.

Anzi a molti di noi comuni mortali a volte tocca affrontare i problemi della vita con lo stesso sguardo con cui Moussombani ha visto per la prima volta la piscina olimpinica: qualcosa di enorme e apparentemente insuperabile.


E allora nuota Eric. Nuota per tutti noi, gente normale. 

L’hanno capito i 17.000 dello stadio di Sidney, e oggi l’ho capito anch’io: in ogni tua bracciata affannata c’è lo sforzo di chi lotta con ostinazione per arrivare a fine giornata.

In palio non ci sono medaglie, né onori.

In premio per chi non molla c’è solo la soddisfazione di avercela fatta, e il rispetto di chi ti vuole bene.


Il che, a ben pensarci, è una motivazione sufficiente a smuovere il mondo.


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