giovedì 28 febbraio 2013

G.


Gerusalemme CelesteI documenti, che i primi Cavalieri Templari avrebbero riportato alla luce dai sotterranei del Tempio di Erode, erano scritti con incomprensibili caratteri greci ed aramaici. Non essendo i Cavalieri in grado di decifrarli, vennero portati ad uno studioso del tempo noto a Geoffrey de Saint-Omer, braccio destro di Hughes de Payns, fondatore dell’Ordine. Si trattava di un certo Lambert (c1121), del Capitolo di St. Omer, insegnante a riposo che, pressato dall’emissario dell’Ordine, effettuava una frettolosa traduzione dei testi sottopostigli. Il risultato venne condensato in uno schizzo raffigurante la cosiddetta G., uno schizzo che è giunto fino a noi. Vi compaiono una torre celeste principale, due torrioni che si staccano su due colonne wpe10.jpg (23516 byte)centrali, tre torri minori con pilastri propri, e sei edifici di sfondo, uguali tra loro, per un totale quindi di dodici strutture architettoniche complessive. Le torri poste sulle colonne centrali, sovrastate da un archivolto denominato "Sion" (Israele), sostengono la volta celeste. Esse sono identificate con il nome di Giacomo (o Giacobbe), una conferma dell’ipotesi templare che non era stato Pietro il designato alla successione del Cristo. Inspiegabili invece le decorazioni, ripetute in più punti dello schizzo, raffiguranti squadre e compassi. Lo schizzo evidenzia il nome di Giovanni Battista quale fondatore della città, ignorando invece quello di Gesù Cristo. Al di sotto delle due colonne centrali, ad indicare quindi una posizione a queste subordinata, vi sono tre grosse squadre, infilate nelle balconate delle torri, ciascuna sormontata da un compasso posto alla sommità dell’edificio. La squadra di destra è denominata Andrea, quella centrale Pietro, mentre il nome apposto su quella di sinistra è indecifrabile. Una possibile interpretazione di questo messaggio sarebbe che la diretta discendenza dell’autorità di Gesù attraverso Pietro è decisamente smentita, poiché è inequivocabilmente indicato che soltanto Giacomo (detto il Giusto) era a capo della chiesa di Gerusalemme, mentre a Pietro era assegnato un ruolo di rilievo ma comunque subordinato. La disposizione delle tre torri, ciascuna con squadre e compassi, ricorda invece molto da vicino lo schema classico di una moderna Loggia massonica, in cui le tre figure chiave sono simboleggiate dal Sole (Rah), dalla Luna (Thoth) e dal Maestro Venerabile.

wpe13.jpg (8110 byte)Gesù CristoDal greco ‘Ihsouz Cristoz; dal latino Iesus Christus, più anticamente Chrestus. Fondatore del cristianesimo e della chiesa cristiana. Il nome G. corrisponde all’ebraico Ieshuà o, nella forma piena, Iehoshuà, ossia Giosué. Il termine Cristo è propriamente apposizione posteriore, cui viene dato il significato di unto, consacrato, e pertantoMessia (v.). Le fonti concernenti G. sono sia pagane sia cristiane. Le maggiori fonti pagane sono dei primi due decenni del II secolo. Svetonio, che scrive prima del 119-121, citando (Vita Claudii, 25) un editto claudiano del 51-52 contro i Giudei in Roma, allude ai continui tumulti provocati su istigazione di Cristo. Tacito (Annales XV, 44) narrando l’incendio di Roma del 64, si trova portato a parlare dei cristiani traenti il loro nome da Chrestus (vennero infatti chiamati chrestiani sin verso il 200 d.C.) che era stato mandato al supplizio dal procuratore Ponzio Pilato al tempo dell’impero di Tiberio. Plinio il giovane infine, in una lettera scritta a Traiano nel 111-113 (Epistolarum X, 96) dalla Bitinia, ov’era proconsole, parlando dei processi contro i cristiani, dice che questi sogliono riunirsi in giorni determinati ante lucem, e recitare un carme a Cristo quasi deo, come ad un dio. Questi passi sono molto importanti poiché documentano fuori d’ogni possibile dubbio la storicità della figura di G.: questi autori pagani considerano infatti G. come un personaggio realmente vissuto, un agitatore della Giudea condannato a morire da Ponzio Pilato, procuratore romano dal 26 al 36, e di cui i seguaci pretendevano di fare un dio. Sulla figura già divinizzata di G., più che sugli aspetti della sua vita terrena, si soffermano le fonti cristiane, che consistono essenzialmente, oltre che in una raccolta extracanonica di detti di G. (logia) di carattere compilatorio, nei Vangeli e nelle lettere di s. Paolo (v.). Delle 14 lettere che figurano nel Nuovo Testamento sotto il nome di Paolo, alcune non sono considerate autentiche. Quelle ritenute tali sono ascritte al decennio 51-61, e sono pertanto le più antiche testimonianze cristiane su G. Figlio di Dio, nacque da una donna, visse povero ed umile, morì sulla croce e risorse dopo tre giorni. In quanto ai Vangeli, essi comprendono anzitutto i cosiddetti Sinottici (v.), poi il IV Vangelo, ed infine quelli cosiddetti apocrifi (v.). Questi sono per lo più giunti a noi frammentari e considerati del II secolo. Tradizionalmente i tre Vangeli Sinottici sono attribuiti a Matteo apostolo, a Marco, discepolo di Pietro, ed a Luca, discepolo di Paolo, e sono ritenuti scritti tra il 70 e la prima metà del II secolo. Tra di essi il più antico, e ritenuto ispiratore degli altri, è il Vangelo di Marco, dove la narrazione della vita di G. comincia con il suo battesimo nel Giordano da parte di Giovanni Battista; solo Matteo (1. 18-2, 23), e più ampiamente Luca (1, 26-56; 2, 1-52) dicono invece qualcosa di G. prima della sua predicazione pubblica. Secondo i due testi G. nacque, ad opera dello Spirito Santo, da Maria, vergine quantunque sposata a Giuseppe, falegname, abitanti a Nazareth, in Galilea. La sua nascita avvenne però a Betlemme, in una stalla o grotta naturale, essendo preannunciata dall’apparizione di una stella, seguendo la quale i tre Magi erano venuti dall’oriente ad adorarlo, ed a portargli in dono oro, incenso e mirra. Dopo otto giorni fu circonciso, e quindi portato a Gerusalemme per esservi presentato al Tempio. Erode il Grande, allora re di Giudea, aveva però in animo di far uccidere il bambino (la strage degli innocenti), per cui la famiglia dovette fuggire in Egitto, da dove ritornò solo dopo la morte di Erode. Tale notizia è wpe12.jpg (8668 byte)importante, in quanto assume valore cronologico, il solo possibile, in merito alla vita di G., poiché è certo che Erode morì prima della Pasqua del 750 di Roma, cioè l’anno 4 avanti l’era volga. Risulta evidente che la nascita di G. dev’essere collocata 5 o 6 anni prima del supposto inizio dell’era stessa. Un’altra difficoltà è tuttavia data dalla citazione evangelica del censimento romano, che avrebbe richiamato Giuseppe e Maria a Betlemme, in quanto loro luogo d’origine. Tale censimento ebbe infatti luogo nel 6 d.C., dieci anni dopo la morte di Erode. Vi è inoltre discordanza tra i due testi a proposito di Nazareth: vista rispettivamente come residenza di Giuseppe e Maria (Luca, 1, 26; 2, 4) o come luogo di rifugio dopo il ritorno dall’Egitto (Matteo, 2, 22-23), con l’inversa considerazione di Betlemme come residenza della famiglia (Matteo, 2, 1) o come casuale luogo di nascita di G. (Luca, 2, 4). Betlemme del resto è posta in rapporto a testi profetici (Michea, 5, 2) come la discendenza di G. da Davide, per la quale si danno due genealogie discordanti: l’una attraverso Salomone (Matteo, 1, 1-17), l’altra attraverso Nathan (Luca, 3, 23-38). Complesso è infine il rapporto che con Nazareth ha l’epiteto "o Nazarhnoz" (il Nazareno) col quale è distinto G. nel Nuovo Testamento, ove tale forma coesiste infatti con quella o Nazwraioz (il Nazoreo), per cui i critici non cattolici hanno preferito vedere nell’appellativo il nome di una setta a cui avrebbe appartenuto G. Circa la vita di G. dopo il ritorno dall’Egitto nulla dice Matteo, mentre Luca racconta l’episodio di G. dodicenne che parla con i dottori del tempio di Gerusalemme, ove si era recato in pellegrinaggio con Giuseppe e Maria (di fantasiosi tratti dell’infanzia di G. abbonda invece l’apocrifo protovangelo di Giacomo). In Marco (3, 31-32 6, 9) ed in Matteo (13, 55) sono infine ricordati fratelli e sorelle di G., di cui fanno menzione anche le lettere paoline. Se, al di là degli elementi tradizionali e leggendari, che offriranno facile spunto a del tutto ingiustificate interpretazioni mitologiche, assai poco ci è noto dei primissimi anni della vira di G., nulla affatto si sa della sua formazione e della sua giovinezza. Questi aspetti possono però essere inquadrati nel loro tempo, che era di profondo disagio per gli Ebrei, soggetti alla dominazione romana da quando, deposto nel 6 d:C: Archelao, figlio di Erode, la Giudea era governata da procuratori inviati da Roma (il quinto fu appunto Ponzio Pilato). Invece nella Galilea e nella Perea continuava fino al 39 il regno del tetrarca Erode Antipa, fratello di Archelao, tributario dell’impero. Stretto nella morsa di una dominazione straniera e pagana, oppresso dalle tassazioni imposte da procuratori e da re, il popolo giudaico accentuava spasmodicamente l’aspettazione, che già la presa di Gerusalemme da parte di Pompeo (63 a.C.) aveva reso drammaticamente attuale, del "regno di Dio" predetto dal profeta Daniele: un regno in cui tutti i Giudei sarebbero stati riuniti sotto la guida di inviato divino, un re di stirpe davidica, il Messia che avrebbe dovuto rendere nuovamente glorioso Israele, e vendicarlo dei suoi nemici. In questo quadro di aspettazione messianica, che vide il sorgere di numerosi agitatori, tra cui quel Giuda che Giuseppe Flavio ricorda come il fondatore della setta intransigente degli Zeloti (v.), si colloca anche la predicazione di Giovanni Battista. Questi, vissuto da eremita nel deserto di Giuda, ad ovest del Mar Morto dove s’era anche stabilita la comunità essena di Qumran (v.), dedita a vita comunitaria ed alle abluzioni purificatrici, viene posto da Luca (I, 5-80) in collegamento a G. fin dall’annuncio della sua nascita, mentre Marco (I, 3-8) e Matteo (3, 1-12) parlano soltanto della sua predicazione, che Luca (3, 1-20) colloca poi nel quindicesimo anno dell’impero di Tiberio, ovvero nel 29 d.C. Al seguito di Giovanni Battista, che impartiva ai suoi seguaci un battesimo purificatore nelle acque del Giordano, si pose anche G., all’inizio della sua vita pubblica, intorno ai trent’anni (Luca 3, 23). Dopo il suo battesimo nel Giordano G. si ritrovò accompagnato da una teofania (v.), ovvero da un alone di divinità, e si ritirò per 40 giorni nel deserto, ove fu tentato da Satana. Dopo che Giovanni Battista fu imprigionato, tornò in Galilea per stabilirsi a Cafarnao, sulle rive del lago di Genezareth, iniziando la sua predicazione e facendo i suoi primi miracoli, illustrati da tutti i tre evangelisti. La discordanza tra vangeli Sinottici ed Apocrifi si accentua sulla durata della vita pubblica di G.: infatti i Sinottici la fanno durare un solo anno, narrando di una sola Pasqua celebrata a Gerusalemme, mentre il IV Vangelo la prolunga a circa tre anni, facendo rinnovare la predicazione nella capitale giudaica in almeno tre diverse solennità pasquali (Giovanni, 2, 13; 5,1; 6, 4 e 13, 1). La critica cattolica ha accolto la cronologia apocrifa giovannea, cercando di trovare anche nei Sinottici accenni ad un più lungo ministero di G., svolto soprattutto nei dintorni di Cafarnao e sviluppato comunque su due piani: quello dell’attività di esorcista e taumaturgo, e quello della predicazione di un nuovo insegnamento morale e di una nuova concezione religiosa. L’esorcizzazione di indemoniati, che neiSinottici compare più volte, non compare affatto nel IV Vangelo, dove invece rimane attestata l’attività del taumaturgo, che opera, a dichiarata testimonianza del Padre celeste, sia guarigioni di paralitici e ciechi (in episodi però diversi da quelli riferiti nei Sinottici) sia altro genere di miracoli. Alcuni sono comuni, come la moltiplicazione dei pani e dei pesci, e Gesù che cammina sulle acque del lago di Genezareth. La trasformazione dell’acqua in vino al pranzo nuziale di Cana e la resurrezione di Lazzaro, sono invece riferiti solo dall’apocrifo di Giovanni, ma furono comunque adottati dalla nascente cristianità ufficiale. L’accentuato simbolismo degli episodi taumaturgici riferiti da Giovanni, appare più vicino allo spirito della predicazione di Gesù rispetto agli interventi esorcisti dei Sinottici. Tale predicazione si svolse infatti essenzialmente attraverso parabole, costituendo un insegnamento morale e religioso profondamente diverso da quello della Legge mosaica. G., che fu chiamato rabbi, mio maestro, sostenne l’idea di una nuova giustizia contrapposta a quella dei Farisei, e necessaria per entrare nel "Regno dei Cieli", ove sono accolti i semplici, i sofferenti, i puri di cuore, i pacifici, quanti vengono umiliati e perseguitati e che vedranno saziata la loro sete di Giustizia. Una dottrina morale riassunta nel discorso della montagna (Matteo 29, 5-7, e Luca 6, 20-40), mentre la contrapposizione di ricchi e poveri, di gaudenti e sofferenti è illustrata nella parabola dell’epulone, che non ha verso il medicante la pietà che mostrano i cani (Luca 16, 19-31). Base dell’intero insegnamento di Gesù è l’Amore: anzitutto verso Dio, poi verso il prossimo(Matteo 22, 37-40) e verso gli stessi nemici (Matteo 5, 44). Mentre il mondo è dominato dal Male e dal suo rappresentante Satana, Dio è il padre provvidenziale, ed egli è solo buono (Matteo 19, 17): dall’amore di Dio dipende tutta la Legge ed i Profeti (Matteo 22, 40) e, commenta Paolo, il compimento della Legge è l’Amore (Romani 13, 10). Il Regno di Dio (per Marco e Luca) o Regno dei Cieli(Matteo), che si afferma e trionfa poiché vincitore sulle forze del Male, si svolgerà sulla terra attraverso il ritorno a Dio ed al bene di tutti gli uomini. A questo dovranno operare i discepoli di G., tra cui soprattutto i dodici (come le tribù d’Israele), che egli ha eletto suoi apostoli, e che si faranno pescatori di uomini (Matteo 4, 19). La categoricità e l’imminenza della prospettiva escatologica, liberata dalle elucubrazioni della letteratura apocalittica, unitamente all’egualitarismo ed all’universalità del messaggio di G, non potevano, per il loro tono profondamente rivoluzionario, passare inosservate alle autorità politiche del tempo, mentre la totale subordinazione della legge mosaica e delle norme cultuali all’amore di Dio doveva provocare l’ostilità dei campioni di rigorismo, i Farisei (v.). La decisione di G. di recarsi a Gerusalemme, non semplicemente in veste di pellegrino ma come annunciatore del Regno di Dio, rappresentò la svolta decisiva degli eventi. Il viaggio avvenne seconda la tradizione sinottica in occasione di una Pasqua che, stando ai computi di Luca, sarebbe probabilmente stata quella del 29. La predicazione, culminata nel grande discorso escatologico (v.) tenuto nel Tempio da cui erano stati cacciati i mercanti, che rappresentava la totale manifestazione messianica di G., accentua l’opposizione della classe dirigente. G. celebra la Pasqua insieme ai suoi discepoli, con un banchetto in cui impartisce gli ultimi precetti, ed istituisce il rito della comunione col pane e col vino, che dovrà essere ripetuto in sua memoria (Marco 14, 12-25; Matteo 26, 17-29; Luca 22, 7-20). Subito dopo, recatosi a pregare sul monte degli Ulivi, viene arrestato attraverso il tradimento del suo discepolo Giuda. Seguono i due processi e le due sentenze di condanna: dapprima da parte del Sinedrio, presieduto dal sommo sacerdote Caifa, quindi da parte del riluttante procuratore romano Ponzio Pilato. Secondo Luca (22, 66-71; 23, 1-5, 13-25), tra i due processi G. sarebbe stato presentato ad Erode Antipa (23, 8-12). Nei processi G. afferma la propria messianicità, e si dichiara "Figlio di Dio", dando con questa provocazione al rigido monoteismo ebraico un’ulteriore motivazione della condanna. Questa, fatto sicuro e costante fra tanti incerti particolari giudiziari, avvenne per mezzo della crocifissione, pena che i romani comminavano abitualmente ai ribelli: come tale, infatti, per le agitazioni provocate dal suo messaggio escatologico, G. dovette essere giudicato anche da Ponzio Pilato. La condanna fu eseguita sul Calvario (Marco 15, 22-39; Matteo 27, 33-54; Luca 23, 33-48; Giovanni 19, 16-37), dove G. fu crocifisso tra due ladroni, e spirò pronunciando l’invocazione dei Salmi "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?". La sua morte viene fissata dalla tradizione evangelica all’ora nona (le tre pomeridiane) del venerdì precedente la Pasqua: sono il giorno e l’ora che i Giudei immolavano l’agnello pasquale. Dopo la sepoltura, la tomba di G. viene trovata vuota: il Figlio di Dio è risorto. Quella che nella fede dei suoi seguaci è la sua resurrezione, è tale anche nella storia. L’umile agitatore galilaico, che si era detto messia e Figlio di Dio, che aveva portato un vibrante messaggio di speranza alle genti oppresse, diviene subito il Cristo, e viene subito adorato dai suoi fedeli come Dio. Come tale appare già nelle lettere di Paolo, poco dopo l’anno 50 d.C. Il IV Vangelo proietterà la sua figura nell’ambito della gnosi mistica, ma ciò appartiene ormai alla storia del cristianesimo, che nel Concilio di Nicea v. (325) ne vedrà proclamata la divinità, contro le dottrine di Ario, e nel dogma cattolico, contro lo gnosticismo ed il docetismo, la duplice natura umana e divina, la cosiddetta natura ipostatica. La critica moderna, al di fuori del dogma cattolico, oltre che esercitare una capillare revisione filologica del canone neo-testamentario, ha cercato di dare una interpretazione storico religiosa della figura di G.: ora spiegandola con il mito o le religioni misteriche (per l’affermarsi delle idee di redenzione e di resurrezione), e negandone pertanto la storicità, ora vedendola nell’ambito di un sincretismo ellenistico giudaico, od in quello dell’apocalittica ebraica, in una prospettiva escatologica tutta immanente ed imminente, che finisce col togliere al messaggio di G. quel carattere di fondazione che il cristianesimo vi ha connesso da ormai due millenni.

GesuitiChierici regolari appartenenti all’ordine religioso della Compagnia di Gesù, fondata a Parigi nel 1534 da s. Ignazio di Loyola, con altri sei compagni. Approvata da Paolo III nel 1540, la loro regola, detta costituzione dell’istituto, aveva carattere e disciplina militare, ed in base ad essa i membri della Compagnia si ponevano a completa disposizione del pontefice per qualsiasi compito questi volesse affidargli per la maggior gloria di Dio (di qui il loro motto: Ad Maiorem Dei Gloriam). Dediti ad un’intensa vita interiore, alimentata dagli esercizi spirituali scritti da s. Ignazio, i G. dovevano far fronte a tutte le necessità imposte dalla Controriforma (v.) e dall’evangelizzazione di nuovi paesi. Inoltre, nel 1547, s. Ignazio affidò alla Compagnia il compito dell’insegnamento, che divenne una delle principali attività dei G. ed il punto di forza della loro diffusione. I membri dell’ordine si dividono in: novizi, scolastici e professi. A questi ultimi, che emettono i tre voti di povertà, castità ed obbedienza, più un quarto voto di obbedienza speciale al papa, si affiancano i coadiutori spirituali, che emettono soltanto i tre voti semplici. L’ordine comprende anche i coadiutori temporali, che attendono ai servizi materiali, e tutti poi dipendono da un preposto generale eletto a vita dalla congregazione generale. Alla morte di s. Ignazio (1556) i membri della Compagnia erano già più di mille, ed all’inizio del XVI secolo essi salirono a 13.000, che si diffusero in Francia, Fiandra, Germania, Polonia, Irlanda ed Inghilterra. L’attività della Compagnia si estese anche in India e Giappone, dove operò s. Francesco Saverio, raggiungendo infine il Congo, il Marocco ed il Brasile. In breve i G. assunsero la direzione dell’istruzione in molti Stati, e dal confessionale giunsero ad esercitare la loro influenza su molte corti e sovrani, specialmente nel XVII e XVIII secolo. A causa della potenza acquisita, la Compagnia fu oggetto di parecchi odi e gravi accuse da parte degli enciclopedisti e dei giurisdizionalisti, ed essa venne bandita, sotto vari pretesti, dal Portogallo (1759), Francia (1764), Spagna e regno di Napoli (1767) e ducato di Parma e Piacenza (1768), finché Clemente XIV, con il breve Dominus ac Redemptor, la soppresse nel 1773. Ristabilita nel 1814 da Pio VII con la bollaSollecitudo omnium ecclesiarum, essa assunse durante il XIX secolo la funzione di difesa della Santa Sede contro le tendenze laicizzanti e liberali degli Stati europei e, specialmente in Italia, essa fu accusata di costituire un ostacolo alla realizzazione degli ideali nazionalistici. Nuovamente espulsa in tempi diversi dal Belgio, Portogallo, Spagna, Svizzera, Austria, Colombia, Germania e Francia, essa continuò tuttavia a svilupparsi, specialmente negli Stati Uniti, soprattutto grazie alle sue iniziative nel campo culturale e scientifico, e nel 1966 i suoi membri erano saliti ad oltre 36.000. La funzione educativa dei G. è esplicata in molti collegi, fra i quali alcuni di fama mondiale, come l’Università Gregoriana di Roma. Inoltre i G. pubblicano importanti riviste e periodici di studi filosofici, religiosi e storici, come "La Civiltà Cattolica" in Italia, "Etudes" in Francia, ecc. Y (Architettura) La necessità da parte dei G. di diffondere una fede religiosa che mirava alla riaffermazione del dogma attraverso la predicazione e la propaganda, provocò la formulazione di schemi abbastanza precisi nell’architettura chiesastica. Applicati inizialmente nelle chiese di Roma, tali schemi furono ripetuti in Italia ed all’estero. Il primo esempio di questo tipo di architettura fu la chiesa generalizia dell’ordine, detta appunto di Gesù, costruita a Roma fra il 1568 ed il 1575 dal Vignola (1507-73). La chiesa a croce latina è costituita da un’enorme navata centrale coperta da volta a botte, fiancheggiata da cappelle laterali, e terminante in un breve transetto sormontato da una cupola ed in un’abside semicircolare. La facciata fu realizzata nel 1575 dal Della Porta, e costituì, come il resto dell’edificio, un prototipo di questo tipo di architettura. Moltissime chiese sia in Italia che in Europa, si rifecero al modello vignolesco, che si diffuse per oltre due secoli. Fra queste vanno segnalate s. Fedele a Milano (Tibaldi, 1569), s. Michele a Monaco di Baviera (Miller e Sustris, 1582-97), s. Pietro a Gand (1629-49), Val-de-grace a Parigi (mansart, 1645) e s. Michele a Lovanio (1560-70).

Giacobini:  Associazione politica francese dell’epoca rivoluzionaria, il cui nome derivava dal movimento sorto nell’ex convento domenicano di San Giacomo, i cui aderenti erano dapprima monarchici costituzionali ed in seguito repubblicani, per l’influenza esercitata da Robespierre, Marat e Saint Juste. Acquisirono grande potere durante il periodo del terrore, per poi decadere e scomparire del tutto con il colpo di stato del 9 termidoro. In tempi recenti il movimento G. (Giacobinismo) non si riferisce ad alcun corpo di dottrine o posizioni politiche, indicando genericamente ogni tendenza intransigente, laica e democratica.
Giacobiti:  Termine riferito ai sostenitori dei diritti al trono di Gran Bretagna e d’Irlanda di Giacomo II Stuart. Organizzati in un movimento dopo la fuga in Francia di Giacomo II (1668), il partito G. fu particolarmente forte in Scozia, nell’Inghilterra del nord ed in Irlanda, dove accolse tra le sue file sia cattolici che protestanti. Dopo l’avvento al trono di Giorgio I di Hannover, i G. insorsero, ma furono sconfitti a Sheriffmuir ed a Preston (1715), per cui Giacomo Francesco, detto il “Vecchio pretendente”, fu costretto all’esilio definitivo in Francia. Con l’insuccesso della seconda insurrezione, scoppiata nel 1745, e la sconfitta subita a Culloden (1746) dal “Giovane pretendente”, Carlo Edoardo, la causa G. fu praticamente perduta, anche se le speranze dei legittimisti perdurarono fino all’estinzione della dinastia Stuart nel 1807.
Giacobiti:  Seguaci della chiesa monofisitica (v. Monofisismo) siriaca, dal nome del suo fondatore ed organizzatore Giacobbe Baradeo. Staccatisi nel VI secolo dalla chiesa bizantina, raggiunsero il massimo sviluppo nel corso del XII secolo. Per l’intero periodo medievale la chiesa G. rappresentò l’elemento nazionale cristiano, in opposizione all’islamismo dilaniante. I G. ammontano oggi a circa 80.000.

Giainismo: Termine derivato dal sanscrito jainah (di Buddha) detto anche Jainismo (v.). Definisce una religione dell'India sorta nel VI secolo a.C., nell'ambito dei movimenti ascetici sorti in opposizione al brahmanesimo. Predica la reincarnazione dello spirito, la redenzione del mondo in epoche successive e la non violenza nei confronti di tutte le creature della terra. Il termine è oggetto di approfondita trattazione alla voce Massoneria e Jainismo (v.).

GiardiniereTermine usato per identificare le donne aderenti alla Carboneria (v.) che, anziché radunarsi nelle "vendite", si riunivano nei loro giardini. "Tre era il numero sacro che, elevato al quadrato, dava il numero delle G. componenti un giardino formale, raggruppamento od aiuola. L’iniziazione avveniva soltanto al termine di una meticolosa indagine, cominciando con il grado di Apprendista, il cui motto era Costanza e Perseveranza, in cui venivano illustrati i programmi operativi in atto; dopo un periodo di tirocinio, si passava al grado di Maestra G:, avente come parola d’ordine Onore e Virtù, un livello già impegnativo che autorizzava a portare un pugnaletto tra calza e giarrettiera. Per riconoscersi usavano il gesto di disegnare con la mano un semicerchio, toccandosi la spalla sinistra, poi la destra e battendo infine tre colpi sul cuore" (Donne ed Amori del Risorgimento, di A. Drago, Milano, 1960). Secondo il Gabrieli "Indubbiamente parecchie donne divennero G. seguendo una moda da poco tempo diffusa fra le signore milanesi di un certo rango, ma bisogna ricordare che molte altre affrontarono sacrifici di ogni specie il favore della causa. Prima fra tutte la contessa Confalonieri, Maestra G. dell’omonimo giardino, la Belgioioso, Bianca Milesi, la Sodoli, che fu anche Sublime Maestra, e tante altre, comprese donne di basso rango" (Massoneria e Carboneria nel regno di Napoli, Ediz. Atanor, 1982).

GiaurroTermine derivato dall’inglese Jaour, dal turco gavour, dal persiano gaur, tutte alterazioni dell’arabo kafir (infedele). In passato esso era impiegato in senso spregiativo dai Turchi nei confronti di quanti non professavano la fede islamica, specie dei cristiani. Alcuni studiosi lo fanno derivare dal persiano guebro, nome che indicava gli antichi adoratori del fuoco, seguaci della dottrina di Zoroastro (v.).

GiblimNome riportato nella Bibbia (1 Re 5, 18): "Salomone ordinò tutti gli artefici così: 300 Haarodim (principi); 3300 Menatschim (sorveglianti esperti); 80.000 Giblim (squadratori di pietre)". Alcuni studiosi fanno derivare il termine da Ghiblei, abitanti di Ghiblim (monte). È la Parola di passo (v.) adottata dalla Libera Muratoria per il terzo Grado di Maestro Massone. Secondo la leggenda di Hiram è la parola pronunciata da tre Maestri quando, scoperto la sepoltura e poi il cadavere di Hiram assassinato, tentando di sollevarlo per le braccia, notarono che la carne si staccava dalle ossa. Nel regno animale significa figlio della putrefazione, ad indicare che dalla morte si genera la vita, "putrescat et resurgat", e compito del maestro è generare e riprodurre (da Il Libro del Massone Italiano, di Ulisse Bacci, Ediz. Forni, Vol. I, 1972).

GiglioDal latino lilium, il termine definisce un genere di piante erbacee perenni della famiglia Liliacee, annoverante circa 45 specie diverse, distribuite nelle zone temperate dell’emisfero boreale. I suoi fiori sono largamente utilizzati dalla floricoltura ornamentale, anche in forme ibride. Simbolo di candore, di innocenza, di purezza e di generazione, il G. viene impiegato in taluni riti massonici, sopra il capitello delle Colonne, come nel Tempio di Salomone. In quest’ultimo vi venivano anche scolpiti sulle pareti: "Sarò come abbondante rugiada di Israele; egli fiorirà quale G. e getterà radici al pari di un pioppo"(Osea 14, 6). Per l’Alchimia (v.) esso rappresenta l’elemento femminile nell’uomo, l’anima femminile che eleva l’uomo verso l’alto. Nel Nuovo Testamento si legge: "Osservate come crescono i G. nel campo; non lavorano e non filano", ad indicare l’abbandono delle creature alla provvidenza, nelle mani di Dio (Matteo). Fu spesso usato nell’araldica, particolarmente nello stemma mediceo fiorentino e negli emblemi monarchici francesi.

GihadTermine derivato dall’arabo, avente il significato di sforzo. Presso i musulmani designa la guerra santa, intesa come dovere dello Stato di assoggettare i paesi infedeli per diffondere la parola di Allah. Ne consegue che è G. qualsiasi guerra proclamata dal capo dello Stato, purché siano rispettate le forme legittime. Da notare che veniva ritenuta perfettamente legale la stessa pirateria barbaresca, poiché era autorizzata dal sovrano islamico fino alla metà del XIX secolo.

GildaAssociazione corporativa tra mercanti ed artigiani, diffusa in epoca medievale specialmente nell’Europa settentrionale. Si prefiggeva di intensificare le attività commerciali nell’interesse dei membri che vi aderivano. Per facilitare una miglior comprensione del significato del termine, si citano alcuni passi delle Regole della G. mercantile di St. Omer (XII secolo): "Se qualche mercante che dimora nella nostra città o nei sobborghi, candidato alla nostra G., fosse assalito durante il viaggio ed avesse perso le proprie mercanzie, e fosse stato provocato in duello, dovrà fare interamente a meno del nostro aiuto. Se un membro della G. alza il prezzo di un lotto di prodotti non commestibili al di sopra del valore di cinque soldi grossi, e sopraggiungesse un altro membro della G., quest’ultimo potrà avere una parte della mercanzia".

GimnosofistiNome con il quale erano noti in Grecia i rappresentanti della casta braminica in India, con i quali vennero in contatto durante la spedizione in Asia di Alessandro Magno. Parecchi storici greci ne parlano, fra cui il più noto è Onosicrito (IV secolo a.C.) il quale, avendo avuto stretti rapporti con i G. per un incarico conferitogli da Alessandro nel 326 a.C., ne descrive diffusamente i costumi, confrontando la loro morale con quella dei cinici, ed arrivando alla conclusione che le due non c’era alcuna differenza sostanziale. Essi vivevano come eremiti, in vita contemplativa. Talvolta, grazie alla loro profonda dottrina, talvolta erano chiamati presso le corti con funzioni di consiglieri. Quando erano colpiti da malattie, come allorché si appressavano alla vecchiaia, erano soliti suicidarsi gettandosi tra le fiamme. Secondo il Bacci (Il Libro del Massone Italiano, Ediz. A. Forni, 1972) «I G. possono essere considerti i Magi del Braminismo. Collegio di Anacoreti (v.), essi si diffusero rapidamente in Africa, ed in Etiopia furono maestri di quel sacerdozio per cui tanta parte della teosofia asiatica rivisse poi sulle sponde del Nilo. Andavano appena vestiti, ed avevano grande semplicità di vita e di costumi; si cibavano di erbe, credevano in un solo Dio, nell’immortalità dello spirito e nella metempsicosi (v.), elevazione progressiva verso l’Ente supremo. Ebbero fiorenti istituti, tra i quali fu celeberrimo quello di Meroe, e rapporti continui con i collegi sacerdotali egiziani. Si riunivano annualmente ai confini tra i due paesi, offrendo sacrifici comuni al dio Amon, e celebrando quel sacro rito festoso che i Greci chiamarono Eliotrapezio, ovvero Tavola del Sole.

GioachimitiSeguaci di Gioacchino da Fiore, abate calabrese (1135-1202), del quale il francescano Gerardo di Borgo San Donnino contribuì a diffondere l’opera "Il vangelo eterno", che avrebbe dovuto portare alla soppressione dell’autorità della gerarchia ecclesiastica. I G. identificavano l’Anticristo con Federico II (v.), e credevano che, dopo la sua sconfitta, sarebbe sopravvenuto il regno dello Spirito Santo. Essi affermavano che la storia del mondo su divide in tre grandi epoche: · età di Dio (dalla Creazione a Gesù); · età di Gesù (fino al XIII secolo); · età dello Spirito Santo (fino alla consumazione dei secoli). Quest’ultima epoca sarebbe caratterizzata da un’intensa e diffusa spiritualità, derivante da una riforma della Chiesa e della vita monastica. Con un’applicazione minutissima ed ingegnosa della ermeneutica allegoristica, rileva R. Morghen (Medioevo cristiano, Ediz. Laterza), Gioacchino da Fiore aveva cercato specialmente nell’Apocalisse giovannea la rivelazione precisa del tempo in cui avrebbe avuto inizio il regno dello Spirito. Poiché la durata di ogni regno gli risultava di quarantadue generazioni, il 1260 avrebbe dovuto essere l’anno fatale della fine del regno del Figlio e dell’inizio della nuova economia dello Spirito. Egli ne dava l’annunzio ai suoi contemporanei con apocalittico fervore, come un novello profeta Elia chiamato a rivelare al mondo la pienezza dei tempi. Nonostante il mancato verificarsi della loro profezia, i G. sopravvissero a lungo entro l’ordine francescano, suscitando aspre lotte fra spirituali e conventuali. Anche i Flagellanti (v.) si ricongiunsero con il movimento dei G. Tipica opera impregnata dello spirito gioachimita è la Postilla super Apocalypsim del francescano Pietro di Giovanni Olivi (v. Triteismo).

GioielliSecondo il Troisi, si presenta decisamente vasta la gamma di significati simbolici attribuiti ai G. dalle varie tradizioni, anche se generalmente simboleggiano verità di natura spirituale. Secondo Eliphas Levi (v.), "il razionale composto da dodici pietre preziose (mesi dell’anno, segni dello Zodiaco, v.), era disposto su quattro linee di tre pietre ciascuna, delle quali la natura ed il colore, da sinistra a destra e dall’alto al basso erano: sardonico (rosso), smeraldo (verde), topazio (giallo), rubino (rosso arancione), diaspro (verde cupo), zircone (lilla), ametista (viola), agata (lattiginosa), crisolito (azzurro dorato), berillo (azzurro scuro) ed onice (rosato). Ciascuna di queste pietre aveva la propria proprietà magica. L’ordinazione si basava sul colore e sulla luminosità, che andava diminuendo dall’alto al basso, come la fiamma, e dai lati esterni al filo centrale"Y (Massoneria) Sono definiti G. le insegne distintive di Loggia, di norma appese con un nastro, sia al collo che come medaglia. In genere vi sono evidenziati il nome, il numero distintivo e l’Oriente di appartenenza della Loggia. Pure G. sono chiamati gli ornamenti, generalmente in metallo, distintivi delle cariche dei Dignitari e degli Ufficiali di Loggia. I principali di questi sono: la Squadra (v.) del Maestro Venerabile; la Livella (v.) del Primo Sorvegliante; la Perpendicolare o Filo a Piombo (v.) del Secondo Sorvegliante; il Libro della Legge (v.) dell’Oratore; le due Penne incrociate del Segretario; la Chiave (v.) del Tesoriere; una Spada dell’Esperto; due segmenti incrociati del Maestro delle Cerimonie; una Colomba dei due diaconi; due Spade incrociate del Copritore Interno e del Tegolatore; il Borsello dell’Elemosiniere, ed una Squadra con appesa una cornice comprendente il triangolo ed i tre quadrati di Pitagora per l’Ex Maestro Venerabile. L’espressione G. immobili indica invece la Pietra Grezza, la Pietra Cubica ed il Quadro di Loggia o la Tavola da Disegno. L’espressione G. mobili indica la Squadra, la Livella ed il filo a Piombo, in quanto possono passare da un Fratello all’altro, a seconda della funzione svolta durante i Lavori.

Giordano Brunov. Bruno Giordano.

Giovanni XXIII:  Al secolo Giovanni Roncalli (Sotto il Monte, Bergamo, 25.11.1881-Roma, 3.6.1963), papa. Di umile famiglia, sacerdote nel 1904, minutante alla congregazione De propaganda fide nel 1921, vescovo nel 1925, cominciò una fortunata carriera nella diplomazia vaticana. Legato alla Visitatura Apostolica in Bulgaria (1925-34), amministratore apostolico a Costantinopoli (1935-44), nunzio a Parigi (1944-52).
Nel 1953 ebbe da Pio XII la nomina a cardinale, e la sede patriarcale di Venezia, che resse fino al 28.10.1958, allorché il Conclave raccolto dopo il decesso di Pio XII stesso, lo elesse sommo pontefice. Il cardinale Roncalli aveva 77 anni, e l’impressione generale fu quella che la sua elezione fosse stata la nomina di un papa di transizione, che amministrasse la pesante eredità del suo predecessore fino a che la situazione della Chiesa e del mondo cristiano, che attraversavano un’incerta epoca di trasformazione, si fosse chiarita e stabilizzata.Ma già nel gennaio 1959 egli dimostrava che queste non erano certo le sue intenzioni, annunciando la convocazione di un Concilio Ecumenico (il Vaticano II), con il compito di rinnovare le strutture teologiche, pastorali ed organizzative della Chiesa cattolica, giungendo a quella conciliazione con la civiltà moderna che da oltre un secolo invano si auspicava. 
Giovanni XXIII in visita ai carcerati del Regina Coeli
Il Concilio si aprì due anni dopo, e si concluse solo dopo la sua morte, ma nel frattempo il papa, grazie anche alla sua personalità umana, al suo zelo apostolico (che lo portò ad iniziative inconsuete, come le visite ai carcerati, agli ospedali, alle borgate), al suo aperto interesse verso gli umili ed i diseredati,si conquistò una popolarità che andava ben oltre il mondo cattolico, diventando la figura emblematica del nuovo corso della Chiesa cattolica. Tra le sue encicliche, sono importanti la Mater et Magistra (1961, v.) e la Populorum progressio (1962, v.), che riprendono ed aggiornano la dottrina sociale della Chiesa, nonché la Pacem in terris (1963, v.), dedicata a tutti «gli uomini di buona volontà» che, nell’affrontare i temi della pace e della collaborazione tra i popoli, sembra impostare i temi del nuovo umanesimo cristiano.

GiovannitaNome alternativo di un Rito massonico nordico, normalmente denominato Rito Johannita (v.).

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