Corriere della Sera
Michele Ainis
Il fascismo è morto da un bel pezzo, pace all’anima sua. Ma almeno un
lascito continua a sopravvivergli: la sindrome del ventennio. Sta di
fatto che ogni vent’anni noi italiani rivoltiamo il mondo come un
calzino usato, ripetendo la marcia su Roma. E ogni marcia inaugura una
palingenesi civile, poi politica, poi costituzionale, perché infine
ridisegna l’architettura delle nostre istituzioni. Ecco, la
Costituzione. Per interpretare l’Italia che verrà è da lì che dobbiamo
prendere le mosse, dalla nuova domanda di democrazia che in questa fase
esprimono in coro gli italiani. Ma sarebbe uno sbaglio interrogare il
futuro senza mettere a profitto la lezione del passato.
E allora ricordiamoci anzitutto delle camicie nere, dei fasci littori,
del Regime. Il suo manifesto programmatico era inciso nel motto
pronunziato da Benito Mussolini nel discorso alla Scala di Milano, il 28
ottobre 1925: «Tutto nello Stato, niente al di fuori dello Stato, nulla
contro lo Stato». Da qui un’ideologia totalitaria, di cui Hitler fu il
più feroce imitatore. Nazionalista, dapprima con la guerra d’Abissinia,
poi con la tragedia del secondo conflitto mondiale. Razzista, fino alla
vergogna delle leggi antisemite promulgate nel 1938. E ovviamente
intollerante verso ogni opposizione, nemica dei diritti, delle libertà.
Così la vecchia Italia liberale di Giolitti s’inabissò di colpo fra i
relitti della storia, senza nemmeno un funerale. Però rimase inalterato,
almeno sulla carta, il suo stendardo: lo Statuto albertino del 1848. Il
fascismo non si curò mai di rimpiazzare quella nostra prima
Costituzione nazionale, dov’era garantita una certa separazione fra i
poteri, insieme alla libertà di stampa e al principio d’eguaglianza. Ne
prosciugò piuttosto la linfa vitale, lo cancellò di fatto, gli
contrappose una ben diversa Costituzione materiale. Inaugurando una
tecnica di governo destinata a ripetersi più volte, dal dopoguerra in
poi; e sia pure con interpreti assai meno truci.
Vent’anni dopo, è tutta un’altra storia. Anzi: è l’inizio della storia,
dopo la Resistenza, la cacciata del tiranno, la pace ritrovata. E questo
merito epocale attribuisce ai partigiani il buon diritto di riscrivere
le regole del gioco, di forgiare nuove istituzioni. Il 1° gennaio 1948
entra in vigore la Carta repubblicana, con la sua doppia promessa di
democrazia e di libertà. Però il 18 aprile dello stesso anno la Dc vince
le elezioni, e allora mette la Costituzione in frigorifero: troppo
pericoloso, per esempio, battezzare le regioni, dove i comunisti
avrebbero potuto impadronirsi del potere locale. Ciò nonostante, e
grazie al nuovo clima costituzionale, l’Italia monta sul treno del
progresso, l’economia s’impenna, cambiano i costumi.
Sicché sperimentiamo un’altra palingenesi, quella del Sessantotto, del
vento che in tutto il mondo scuote le foreste del potere. Ma alle nostre
latitudini le rivolte studentesche, e più in generale i fermenti della
società italiana, trovano immediatamente una proiezione nelle leggi, nel
catalogo dei diritti civili. I primi anni Settanta aprono la stagione
in cui la Costituzione finalmente viene attuata, generando i suoi frutti
migliori: lo statuto dei lavoratori; il divorzio; la riforma del
diritto di famiglia; quella penitenziaria, fiscale, sanitaria
(attraverso la creazione delle Usl); la parità fra uomini e donne nei
rapporti di lavoro; e qualche anno più tardi la legge Basaglia, che
chiuse i manicomi. Senza dire delle riforme organizzative, come la legge
del 1970 che da allora in poi ha permesso di celebrare i referendum. O
come l’avvio delle regioni, che hanno mutato in profondità il nostro
paesaggio pubblico.
Vent’anni ancora, e arriva Tangentopoli. Un altro terremoto. La
decapitazione — elettorale e giudiziaria — di un intero ceto di governo.
E nella società civile un’ansia di legalità, che però dura appena il
tempo d’un fiammifero. Quanto basta per bruciare l’uno dopo l’altro
tutti i partiti che fin lì avevano orientato le sorti della Repubblica
italiana. Sostituiti, sia a destra che a sinistra, da partiti personali,
dove il faccione del leader campeggia in solitudine. Intanto cambia la
legge elettorale, lo scenario politico s’adegua al maggioritario,
diventa bipolare. Da qui la seconda Repubblica, pur sempre retta
tuttavia dalla Costituzione della prima. Perché di nuovo edifichiamo una
Costituzione materiale — di stampo plebiscitario e populistico —
opposta a quella formale, senza prenderci il disturbo di metterla almeno
per iscritto. Come avere due mogli, convocandole a turno per la cena.
Una bigamia costituzionale.
Sicché adesso siamo qui, davanti all’ultima curva del circuito. Del
resto sono trascorsi altri vent’anni, mentre le analogie con il 1992
suonano a dir poco singolari, dalla crisi economica al fischio delle
bombe, dalle ruberie di Stato alla sfiducia nei partiti. Karl Marx
diceva che la storia si ripete sempre due volte: prima in tragedia, dopo
in farsa. Attenzione, perché stavolta potrebbe succederci il contrario.
Per evitarlo, dobbiamo trasferire nella nostra cittadella pubblica la
domanda che sale dalla società italiana, altrimenti il tappo finirà per
saltare. È una domanda di trasparenza, di morigeratezza, d’eguaglianza.
Ma è anche una domanda di democrazia diretta, senza deleghe in bianco ai
signori di partito. Il fresco successo del Movimento 5 Stelle sta tutto
in questa chiave; ed è una chiave universale, come mostra l’esperienza
di Occupy Wall Street negli Usa o dei Piraten in Germania. D’altronde
nemmeno il Sessantotto fu una vicenda soltanto nazionale.
Tutto questo non significa che la democrazia rappresentativa vada
gettata nel cestino dei rifiuti. Semmai va rafforzata attraverso un più
efficace controllo degli elettori sugli eletti, per esempio con la
revoca anticipata dei parlamentari immeritevoli, come succede in
California e in varie altre contrade. Oppure col divieto del terzo
mandato, per restituire la politica a un servizio, anziché a una
professione. O ancora con l’iniziativa legislativa popolare vincolante,
con il referendum propositivo, con l’abbattimento del quorum in
quello abrogativo. Non sono poche le riforme necessarie per assecondare
quest’ultima stagione della nostra storia nazionale. Proviamo a
scriverle, tanto non dureranno per tutti i secoli a venire. Tra
vent’anni suonerà di nuovo la campana.
Fwww.libertaegiustizia.it
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