venerdì 30 novembre 2012

INTESTINO RISERVA NASCOSTA DELL'AIDS, LI' VA SCONFITTO



 ROMA - L'intestino può essere la riserva dell'Hiv nei pazienti sieropositivi, impedendo ai medici di eliminare il virus dal corpo dei pazienti. Infatti, ha spiegato Satya Dandekar dell'Università di Davis, il virus Hiv può sopravvivere nascosto nella mucosa intestinale anche quando i farmaci antiretrovirali sembrano aver effetto sul paziente. E per questo motivo nonostante la terapia non si riesce ad eliminare completamente il virus dal corpo del paziente.

La scoperta, pubblicata sul Journal of Virology, implica il ripensamento della maniera di somministrare la terapia antiretrovirale in modo che la riserva intestinale di Hiv sia smantellata.

E' quindi nell'intestino che bisogna compiere la principale battaglia contro l'Hiv, somministrando il più precocemente possibile antivirali e antinfiammatori che aiutino il sistema linfoide intestinale a rigenerarsi. Quando un individuo si scopre sieropositivo i medici decidono i tempi più adeguati per iniziare a somministrare la terapia antiretrovrale. Per stimarne l'effetto sul paziente i medici fanno affidamento su due misure: il carico virale (che è il numero di particelle virali per millilitro di sangue) e il numero di linfociti T nel sangue del paziente, che sono il bersaglio del virus, cosicché si riducono all'aumentare dell'Hiv, lasciando il corpo vulnerabile alle infezioni.

Il fatto che, nonostante l'apparente efficacia della terapia antiretrovirale evidenziata nei pazienti da queste due misure, l'infezione del virus Hiv si cronicizzi era stato fin qui uno dei grandi punti interrogativi degli esperti di Aids. I sospetti che il virus 'covasse' da qualche parte sono arrivati quando il team californiano, studiando pazienti che pur alla loro mucosa intestinale. Secondo quanto lo scorso anno i ricercatori hanno riferito sulla rivista PNAS, infatti, nell'intestino di questi pazienti, diversamente dal solito, non vi era traccia degli effetti del virus Hiv, ovvero vi era un normale numero di linfociti.

Poiché il tessuto linfoide intestinale dà conto di ben il 70% del sistema immunitario dell'organismo, i ricercatori hanno pensato che questa condizione non doveva essere un caso. In questo nuovo studio per verificarlo gli esperti hanno tenuto sotto controllo un gruppo di sieropositivi per tre anni, trattandoli con antiretrovirali ed eseguendo sia i normali test del sangue, sia biopsie intestinali per vedere gli effetti dei farmaci antiretrovirali sulla soppressione virale e sul ripristino del loro sistema di difesa nell'intestino.

E' emerso che i farmaci antiretrovirali non in tutti i pazienti hanno la stessa efficacia a livello intestinale: sembrano funzionare meglio in quei pazienti trattati con antiretrovirali subito all'esordio della sieropositività, peggio invece su coloro che cominciano a prendere antiretrovirali un anno dopo esser divenuti sieropositivi. Inoltre anche stati infiammatori intestinali aiutano il virus a sopravvivere nell'intestino e a far danni distruggendone il tessuto linfoide.

L'intestino è dunque un baluardo da difendere contro il virus per proteggere tutto l'organismo e, prima si agisce, meglio è.

Bisogna trovare il modo di aumentare il più possibile l'efficacia degli antiretrovirali a livello intestinale se si vuole veramente sconfiggere il virus, per cominciare può essere importante iniziare subito la terapia, affiancarla a uso di antinfiammatori, fare biopsie della mucosa intestinale per vedere se gli antiretrovirali stanno funzionando. "Se siamo capaci di ripristinare la risposta immunitaria a livello intestinale - hanno concluso gli scienziati - molto probabilmente si potrà eliminare il virus dal corpo del paziente".

(ANSA)

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