sabato 14 febbraio 2026

Coppia ingrata?

 


Per il centenario del PCI


Da Toby Roby Genovese


Forse non tutti sanno che:

"Palmiro e Nilde non furono grati ai coniugi Slánský, i due ebrei cecoslovacchi, che li accolsero nella loro dacia appena fuori Praga, allo sbocciare dell'amore in fuga dall'occhiuto bigottismo del Pci. Rudolf e Josefa Slansky, anfitrioni affettuosissimi, cedettero addirittura il letto matrimoniale, dormendo sul divano, pur di regalare un'alcova degna di tanta passione al drudo Palmiro.

Galeotto fu Rudolf Slánský, dunque, che era, peraltro, non un comunistello qualsiasi, bensì il segretario generale del Pcc. Purtroppo, Stalin, che, onorando il patto Ribbentrop-Molotov (1939) aveva già fatto omaggio ad Hitler di centinaia di ebrei sovietici, destinandoli al massacro, nel 1950-1951 decise che bisognava ripulire del tutto i partiti comunisti dai portatori insani di sionismo.

I giudici compagni, fautori e maestri del processo breve, in un solo anno, accusarono, processarono e fecero eseguire le condanne a morte.

Togliatti festeggiò le esecuzioni.

Resta agli atti della Historia il difensore di Rudolf - legale che piacerebbe assai ai forcaioli d'Italia -, visto che si appellò alla corte, chiedendo, tout court, la condanna a morte del suo cliente.

Su quattordici dirigenti del Pcc, finiti nel tritacarne delle toghe rosse, ben undici furono ritenuti  efferati israeliti, ergo nazionalisti borghesi, cioè sionisti, legati all'American Jewish joint distribution committee, nonché alla Massoneria. Insomma, a riprova della contiguità fra nazismo e comunismo, venne riproposto in versione rossa il delirio del complotto plutogiudaicomassonico.

Il cadavere di Rudolf fu cremato e le sue ceneri, ultimo sfregio, furono sparse nel fango. La vedova, sospetta sionista, venne reclusa per anni insieme ai figli, un maschio e una femminuccia, anch'essi col dna giudaico, ergo colpevoli.

Patirono fame e gelo, tanto che Josefa, attraverso un carceriere umano, fece giungere all'esterno un bigliettino rivolto all'amica-sorella, Nilde Iotti.

La lettera fu regolarmente spedita da Praga e recapitata a Roma. In essa non si chiedeva un impossibile sostegno di tipo garantista, ma soltanto un pacco con sciarpette, calzini, magliette, cuffiette per i due piccini.

La Iotti non spedì niente.

Josefa si stupì di tanta ingratitudine, eppure, per affetto, s'inventò delle giustificazioni, illudendosi sulla forza imperitura dell'amicizia. Nella stagione della primavera di Praga scrisse di nuovo alla donna che aveva spesso ospitato. C'era Dubcek e il "comunismo dal volto umano", eppure Nilde rimase impassibile.

Non rispose e non si compromise con l'ebrea deviazionista.

I carri armati del 1968 diedero ragione alla nostra stalinista.

Quando, nel 1990, andai a Praga, per  incontrare Josefa, trovai una donna straordinaria, stremata dalla sofferenza e dalla povertà, più rughe che carne, eppure capace di gioire perché il figlio, sopravvissuto alla polmonite, era diventato ambasciatore cecoslovacco, nientemeno che... a Mosca. E la bimba, scampata all'inedia e ai brividi, adesso era un'affermata dottoressa.

Ringraziava il Creatore, continuando a illudersi che la Iotti non fosse un'ingrata. Le scrisse ancora un paio di volte.

Non ebbe mai risposta."

Giancarlo Lehner

(Memorie del glorioso PC)

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