L’Afghanistan e le donne. Quel che resta della libertà
ENT’ANNI DOPO
Nel 2001 furono cacciati i talebani. Ora
gli integralisti stanno tornando nella scia degli accordi di pace e del
ritiro alleato. Il loro primo obiettivo sarà cancellare i diritti. Ma
qualcosa è cambiato: «Non ci lasceremo trascinare nell’oscurità»
«Non lasceremo che ci trascinino nell’oscurità», giura la parlamentare
Naheed Farid. «Ma abbiamo bisogno di alleati in questo momento cruciale
della nostra storia». L’intervento a guida Usa in Afghanistan nel 2001
fu presentato come un’opportunità per aiutare le donne. Dopo vent’anni
dalla cacciata dei talebani da Kabul, il traguardo dei diritti è ancora
lontano in un Paese classificato tuttora come il posto peggiore per
essere donne, una società fortemente patriarcale dove sono considerate
di proprietà degli uomini e dove i signori della guerra che hanno
combattuto i talebani sono spesso altrettanto fondamentalisti. Ma le
afghane di oggi non sono quelle di vent’anni fa. Sono il 40% degli
studenti e oltre un quarto dei parlamentari, aprono conti in banca,
possiedono 2.500 aziende. Sono pilote, ingegnere, gareggiano alle
Olimpiadi e in squadre di robotica, sono professioniste e leader. E oggi
hanno paura per la sicurezza e per il futuro. «Dopo le peggiori
violenze, hanno scalato le vette più alte sventolando la bandiera
afghana», ci dice la scrittrice afghana-americana Nadia Hashimi. «È
triste vedere che sono state usate come grido di battaglia e poi
abbandonate». Il dibattito non è semplicemente tra chi vuole che le
forze straniere restino o se ne vadano. È la modalità del ritiro senza condizioni a danneggiare le donne e a rafforzare i talebani,
che ora avanzano puntando a una vittoria militare. Le persone con cui
abbiamo parlato vogliono il cessate il fuoco e garanzie di una futura
inclusione, che solo la comunità internazionale può tutelare.
Educazione: niente libri gratis né borse di studio
«Sotto
i talebani, alle bambine con più di nove anni era vietato studiare
mentre i maschi imparavano che un kalashnikov + un altro kalashnikov
faceva due. Così abbiamo fatto l’unica cosa possibile: costruire scuole
clandestine». Sakena Yacoobi, 64 anni, nel 1995 ha fondato l’Afghan
Institute of Learning ed è nota come «la madre dell’istruzione». «Dopo
il 2001 le cose sono migliorate. Ma ci sono ancora tante falle»,
continua Yacoobi. Secondo la Costituzione afghana, i primi nove anni di
scuola sono obbligatori e gratuiti ma non esistono fondi per i libri e
borse di studio per le primarie. Poi, il tema della sicurezza. «Come
possiamo continuare a far entrare le nostre figlie in classe se le
ammazzano», ha spiegato al New York Times Naugiz,
madre di una delle scolare di etnia hazara prese di mira dall’Isis
nell’ultimo attentato. Il risultato è che, per l’Unicef, oggi in
Afghanistan il 60% delle bambine non studia (coi talebani era il 97%) e
la maggior parte si sposa molto giovane (il 17% prima dei 15 anni). «Una
società non progredisce se le sue donne non sono istruite» scriveva
Khaled Hosseini, autore de Il Cacciatore di Aquiloni.
E se i talebani, a Doha, hanno annunciato che assicureranno alle più
giovani il diritto allo studio «nel rispetto della legge islamica», non
tutti credono a questo cambio di passo.
Steve McCurry
Diritti: i talebani non accettano la Costituzione
«Una delle affermazioni dei talebani è che non accettano la
Costituzione afghana», spiega Shukria Barakzai ad un incontro online
organizzato dall’istituto di Sakena Yacoobi e moderato dalla giornalista
iraniana Fariba Pajooh. Barakzai, appena sfuggita all’ennesimo attentato, contribuì a scrivere la Costituzione nel 2004 «con
enormi difficoltà, sotto pressione di gruppi islamici radicali e
signori della guerra ostili alla divisione dei poteri, all’uguaglianza e
ai diritti civili; ma avevamo l’appoggio di Usa e Europa». «Non è la
migliore Costituzione possibile», ma il vero problema è che non è mai
stata davvero applicata, «a causa della debolezza del governo, della
mancanza di consapevolezza del popolo e della convinzione che sia
scritta dagli europei. Due cose però le ha ottenute: la libertà di
espressione e l’accesso delle donne al Parlamento». Ora i talebani
dicono che vogliono un sistema islamico, «ma c’è già scritto che
l’Afghanistan è uno Stato islamico e che non può essere applicata legge
che non sia conforme ai suoi valori. Un’altra loro scusa è che uomini e
donne non sono uguali e non possono votare allo stesso modo, ma in
realtà i talebani sono contro le elezioni in generale». Il timore è che introducano un consiglio religioso, come in Iran, che può mettere il veto ai candidati alle elezioni, escludendo così chiunque desiderino.
Giornalismo: uccise o costrette a fuggire
Le
ultime ad essere state uccise sono state Mursal Wahidi, 25 anni, Sadia
Sadat, 20, e Shahnaz Raofi, 20. Lavoravano a Jalalabad in una stazione
radio dove facevano le speaker per programmi stranieri. A dicembre era
stato il turno di Malalai Maiwand, giornalista televisiva di 26 anni,
uccisa a colpi di arma da fuoco davanti alla sua emittente televisiva.
Secondo un rapporto delle Nazioni Unite, dal 2018 in Afghanistan sono
stati uccisi più di 30 dipendenti dei media e giornalisti. «Questi
attacchi vengono effettuati anche in modo che tutti gli altri operatori
dei media ricevano il messaggio che le donne vanno scoraggiate», spiega
Kiran Nazish, fondatrice della Coalition for Women in Journalism, gruppo
di advocacy che lavora per proteggere le giornaliste. Minacciate e nel
mirino, c’è chi ha scelto di scappare all’estero. Tra loro Farahnaz
Forotan, costretta a fuggire, dopo aver lavorato per 12 anni nei
principali media afghani. «Mi hanno messa in lista nera dopo che avevo
intervistato il portavoce dei talebani a Doha senza indossare il velo»,
ha scritto lei stessa sul New York Times Magazine. Così per Forotan la scelta è diventata tra la vita e l’esilio. «Le donne afghane vivono con la sensazione di essere invisibili.
Nei luoghi di lavoro le nostre voci rimangono inascoltate, la nostra
esistenza appena registrata. La nostra presenza in qualsiasi spazio
pubblico è celebrata come uguaglianza di genere dentro e fuori
l’Afghanistan, ma tutto ciò che sperimentiamo nella vita quotidiana è
disuguaglianza e discriminazione», spiega lei stessa dopo il
trasferimento negli Stati Uniti. Secondo «Nai», un gruppo senza scopo di
lucro che sostiene i giornalisti afghani, il risultato è che delle
1.900 giornaliste che lavoravano nel gennaio 2020, in 200 hanno lasciato
la professione a novembre. Tutte voci messe a tacere.
Politica: un governo che sia condiviso (ma gli estremisti non vogliono)
«Quand’ero
in Parlamento, c’erano diversi estremisti, ma il mio voto contava
quanto il loro. Ed è così che vogliamo affrontarli, non con le armi ma
con il potere dei nostri voti». L’ex vice Speaker del Parlamento Fawzia Koofi oggi fa parte del team dei negoziatori nel processo di pace con i talebani:
lei si trova a Doha in Qatar, le sue due figlie aspettano in
Afghanistan. «I talebani cercano di controllare i villaggi con la forza
militare: sin dall’inizio dei negoziati la violenza è aumentata, inclusi
gli assassinii mirati. Intanto nei colloqui non hanno spiegato davvero
la loro posizione». «Noi attivisti per la pace non abbiamo altra
alternativa che essere ottimisti», nota Koofi, ma sottolinea la
delusione perché «l’annuncio
del presidente Biden che gli Usa si ritireranno senza condizioni a
settembre mette noi che rappresentiamo la Repubblica afghana in
difficoltà, visto che l’altro lato pensa che vincerà militarmente.
La nostra aspettativa nel febbraio 2020 era invece di un ritiro
condizionato, legato alla formazione di un governo che includesse non
solo i talebani, che sono una realtà del Paese, ma anche le donne, gli
accademici, la società civile: un governo accettabile per tutti». Koofi
crede che i talebani possano vincere militarmente, ma non durerà:
«Vincere sul campo è facile, governare sarà difficile». «Quando i
talebani presero il potere ero una studentessa, volevo diventare medico
e, come centinaia di migliaia di donn e, fui costretta a restare a casa
quando imposero l’emirato, ma non è durato. E stavolta la violenza sarà
ancora maggiore, perché in vent’anni sono aumentate sia le armi che le
divisioni etniche. Perciò chiediamo subito un cessate il fuoco e
proponiamo che aderiscano ad un accordo per la divisione del potere, che
sarà islamico, con un rispetto della diversità e dell’inclusione».
Salute: vivere (in media 66 anni) e partorire (spesso da sole)
Quando
una bambina afghana viene al mondo ha un’aspettativa di vita di 66
anni. Nel corso della sua esistenza, l’altissima probabilità di
diventare madre. E se il tasso di mortalità materna è sceso da 1.200 per
100 mila nascite nel 2002 a 638 nel 2017, miglioramento dovuto alla
costruzione di centinaia di ospedali grazie agli aiuti internazionali
piovuti sul Paese dopo la caduta dei talebani, tuttavia, oggi ancora 638
donne ogni 100 mila parti muoiono. «La mancanza di accesso alle
strutture sanitarie al di fuori delle città è ancora critica», ha
dichiarato Hosna Jalil, viceministro per le questioni femminili. Così
molte donne fanno viaggi di ore se non di giorni prima di partorire. Ed
essendo davvero pochi gli ospedali in cui l’assistenza è gratuita, nei
villaggi più remoti i parti avvengono ancora in casa. Le statistiche
mostrano poi che l’80 per cento di tutti i suicidi sono commessi da
donne, dato che rende l’Afghanistan uno dei pochi posti al mondo in cui i
tassi femminili sono più alti di quelli maschili. E un’anomalia che gli
psicologi attribuiscono a un ciclo infinito di violenza domestica e
povertà. «Mi fa male dirlo, ma la situazione sta peggiorando»,
spiega Jameela Naseri, un avvocato di 31 anni di Medica Afghanistan,
che lavora per una organizzazione non governativa tedesca.
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