mercoledì 27 agosto 2014




Le mani della ‘ndrangheta sui Compro oro

(google)

 Stavolta a dirlo non è una voce fuori campo, un’indiscrezione o un titolo sul giornale troppo zelante. Sono le carte firmate dal pm Giuseppe D’Amico e dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini a certificare una connivenza che in troppi sospettavano, alcuni ostinatamente rinnegavano, ma su cui, evidentemente, la magistratura aveva posto la sua attenzione. Stavolta il giro è grosso e coinvolge – come troppo spesso accade – politica, mafia e imprenditoria. Il locus commissi delicti, anche qui niente di nuovo sotto il sole (o meglio, sotto la madonnina!), è Milano e la Lombardia che conta, quella che coinvolge politici, faccendieri, amicizie pericolose e quel filo legato stretto alle mafie del sud.
Eugenio Costantino, 51 anni, finito in carcere recentemente per associazione mafiosa “gestiva di fatto alcune gioiellerie recanti l’insegna Compro Oro site in diversi paesi dell’hinterland di Milano” pur avendo un precedente per bancarotta. Imprenditore mafioso nel senso moderno del termine – per dirla con le parole dei magistrati, uno che “non si sporca, sempre ben vestito e dotato di una certa cultura, capace di relazionarsi” -, aveva stretto legami con la politica dei palazzi rendendosi, di fatto, il trait d’union con le cosche calabresi che operano in pianta stabile sul territorio meneghino. Nato in un contesto ‘non mafioso’  ”ha deciso di stringere, per sua convenienza, rapporti organici con esponenti di spicco della ‘ndrangheta lombarda” ed in questo business c’era, appunto, il compro oro.
Attraverso false intestazioni (alla moglie e all’amante) era riuscito a creare il suo piccolo impero,maneggiando soldi, oro e voti da prestare al politico di turno.
Quella che raccontiamo è la parabola della mafia moderna, quella che il più delle volte non spara perché ha trovato la sua convenienza nel far scorrere fiumi di denaro per accedere alle poltrone che contano, ai posti di comando da cui manovrare tutto per conto dei clan. Sullo sfondo attività apparentemente lecite che si prestano ad affari sporchi come l’usura e il riciclaggio, la manna dei mafiosi, dove far convogliare i milioni riparandoli dagli occhi indiscreti della magistratura inquirente. Tra queste, come recentemente ricordato da Roberto Saviano, “Compro oro, sale bingo, centri commerciali“ ma anche ristoranti, bar e imprese in dissesto per quella che l’autore di Gomorra definisce “vera occupazione”. Un allarme quello lanciato da Saviano che fa da eco a quanto già segnalato a gran voce dalle associazioni AIRA e ANOPO.
Sullo sfondo di tutto ciò ancora una volta dobbiamo segnalare la pigrizia del legislatore che ha lasciato cadere nel vuoto una proposta di legge in discussione presso le Camere e che bene si sarebbe prestata a frenare i fenomeni d’infiltrazione criminale. E le mafie, come sempre, compiaciute ringraziano.

Compro oro, il business sotterraneo. "Aperti per ripulire il denaro sporco"


Il boom sospetto. Alcuni negozi nel mirino degli investigatori per usura, riciclaggio e ricettazione I clan intestano l'attività a un prestanome, la usa poi la chiude e la riapre altrove




C'è un nuovo modo della malavita organizzata di ripulire il denaro sporco e tutto quello che gravita attorno al sottobosco dell'illegalità. Il sistema si chiama "Compro Oro", ovvero tutte quelle attività commerciali che acquistano oggetti preziosi da persone indigenti e sul lastrico in cambio di denaro, per poi rivendere quegli stessi cimeli al doppio del prezzo. Sulla carta la ragione sociale di tutte queste piccole botteghe dell'oro, sorte sulle ceneri di negozi caduti in disgrazia per la crisi economica, è questa: aiutare chi proprio facoltoso non è, e guadagnare poi su quel disagio.
Ma c'è qualcosa che non torna nella crescita esponenziale di queste attività, aumentate a Roma e provincia del venti per cento in un anno. E chi ha osservato il fenomeno è convinto che dietro l'insegna "Compro Oro" ci sia un mondo, un sommerso che viaggia sul filo della legalità ma che con l'illegalità va a braccetto. "La criminalità organizzata, quella piccola, quella che sta lottando e rivaleggia oggi a Roma per impossessarsi del territorio, ripulisce il proprio denaro attraverso queste attività commerciali", denuncia Gianni Ciotti, segretario generale del sindacato di polizia Silp Cgil di Roma.
Il discorso, va detto, non vale per tutti. Ma l'attenzione che polizia e carabinieri negli ultimi mesi stanno dedicando a queste attività sono già un importante segnale che, sotto sotto quelle attività nascondo qualcosa. Quel business ha un nome,

a cui corrispondono reati: usura, riciclaggio, ricettazione.
Sbocciati con una velocità imbarazzante, dal centro alla periferia, i "Compro Oro" sono circa 200 in tutta la città. Difficili da controllare perché alcuni aprono, chiudono e cambiano proprietario nel giro di una decina di giorni. L'impiccio sta proprio lì, in quei dieci giorni. Proprio come, nella criminalità organizzata vera - 'ndrangheta, mafia, camorra - che acquistano grandi attività commerciali, pagandole il triplo del valore reale, intestandole a prestanome. Teste di ponte, intestatari di società quasi sempre estere, che nel giro di una settimana passano ad altri e poi ad altri ancora, attraversando paesi fino a far perdere le tracce del primo acquirente.
Nella rigogliosa giungla dei "Compro Oro" funziona proprio allo stesso modo. "C'è una legge - spiega ancora Gianni Ciotti - che dice che i proprietari devono tenere in giacenza l'oro per 10 giorni con la fonte di provenienza segnata in un apposito registro. Se i proprietari prendono un grosso quantitativo da una banda di malavitosi, lo rivendono e una volta che si sono sbarazzati del bottino "sporco" chiudono subito, è impossibile fare un controllo per la polizia amministrativa, ed è impossibile scoprire da dove proveniva il "tesoro nero"". Così il negozio passa nelle mani di un nuovo proprietario, a cui veri e finti indigenti, continuano a portare oro e oggetti di valore.
Dunque ricapitolando: quando l'organizzazione ha bisogno di ripulire del denaro attraverso l'oro aprono le attività, prendono il grosso quantitativo, lo pagano al 10% a chi lo porta, chiudono i battenti dopo la grande operazione, e poi cedono la proprietà. Lo fanno in dieci giorni.
Il meccanismo è chiaro. Difficile è, per le forze di polizia, dimostrare quanto la criminalità muova le fila di questo business legalizzato (non certo con la compiacenza) dalle licenze rilasciate dal Comune di Roma.
(04 agosto 2011)





Alessandro Verga 

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