Le mani della ‘ndrangheta sui Compro oro

(google)
Stavolta a dirlo non è una voce fuori campo,
un’indiscrezione o un titolo sul giornale troppo zelante. Sono le carte firmate
dal pm Giuseppe D’Amico e dal procuratore
aggiunto Ilda Boccassini a
certificare una connivenza che in troppi sospettavano, alcuni ostinatamente
rinnegavano, ma su cui, evidentemente, la magistratura aveva posto la sua
attenzione. Stavolta il giro è grosso e coinvolge – come troppo spesso accade – politica, mafia e imprenditoria. Il locus
commissi delicti, anche qui niente di nuovo sotto
il sole (o meglio, sotto la madonnina!), è Milano e la Lombardia che conta, quella che coinvolge politici, faccendieri, amicizie pericolose e quel
filo legato stretto alle mafie del sud.
Eugenio Costantino, 51
anni, finito in carcere recentemente per associazione mafiosa “gestiva di
fatto alcune gioiellerie recanti l’insegna Compro Oro site in diversi
paesi dell’hinterland di Milano” pur avendo un precedente per bancarotta. Imprenditore mafioso nel senso
moderno del termine – per dirla con le parole dei magistrati, uno che “non si
sporca, sempre ben vestito e dotato di una certa cultura, capace di
relazionarsi” -, aveva stretto legami con la politica dei palazzi rendendosi,
di fatto, il trait d’union con le cosche calabresi che operano in pianta
stabile sul territorio meneghino. Nato in un contesto ‘non mafioso’ ”ha
deciso di stringere, per sua convenienza, rapporti organici con esponenti di
spicco della ‘ndrangheta lombarda” ed in questo business c’era, appunto, il compro oro.
Attraverso false intestazioni (alla moglie
e all’amante) era riuscito a creare il suo piccolo impero,maneggiando soldi, oro e voti da prestare
al politico di turno.
Quella che raccontiamo è la parabola della mafia moderna, quella che il più delle volte non spara perché ha trovato la sua
convenienza nel far scorrere fiumi di denaro per accedere alle poltrone che
contano, ai posti di comando da cui manovrare tutto per conto dei clan. Sullo
sfondo attività apparentemente lecite che si prestano ad affari sporchi come l’usura e il riciclaggio, la manna dei mafiosi, dove far convogliare i milioni riparandoli dagli
occhi indiscreti della magistratura inquirente. Tra queste, come recentemente
ricordato da Roberto
Saviano, “Compro oro, sale bingo,
centri commerciali“ ma anche ristoranti, bar e imprese
in dissesto per quella che l’autore di Gomorra definisce “vera occupazione”. Un
allarme quello lanciato da Saviano che fa da eco a quanto già segnalato a gran
voce dalle associazioni AIRA e ANOPO.
Sullo sfondo di tutto ciò ancora una volta dobbiamo segnalare la pigrizia
del legislatore che ha lasciato cadere nel vuoto una
proposta di legge in discussione presso le Camere e che bene si sarebbe
prestata a frenare i fenomeni d’infiltrazione criminale. E le mafie, come
sempre, compiaciute ringraziano.
Compro oro, il
business sotterraneo. "Aperti per ripulire il denaro sporco"
Il
boom sospetto. Alcuni negozi nel mirino degli investigatori per usura,
riciclaggio e ricettazione I clan intestano l'attività a un prestanome, la usa
poi la chiude e la riapre altrove
C'è
un nuovo modo della malavita organizzata di ripulire il denaro sporco e tutto
quello che gravita attorno al sottobosco dell'illegalità. Il sistema si chiama
"Compro Oro", ovvero tutte quelle attività commerciali che acquistano
oggetti preziosi da persone indigenti e sul lastrico in cambio di denaro, per
poi rivendere quegli stessi cimeli al doppio del prezzo. Sulla carta la ragione
sociale di tutte queste piccole botteghe dell'oro, sorte sulle ceneri di negozi
caduti in disgrazia per la crisi economica, è questa: aiutare chi proprio
facoltoso non è, e guadagnare poi su quel disagio.
Ma
c'è qualcosa che non torna nella crescita esponenziale di queste attività,
aumentate a Roma e provincia del venti per cento in un anno. E chi ha osservato
il fenomeno è convinto che dietro l'insegna "Compro Oro" ci sia un
mondo, un sommerso che viaggia sul filo della legalità ma che con l'illegalità
va a braccetto. "La criminalità organizzata, quella piccola, quella che
sta lottando e rivaleggia oggi a Roma per impossessarsi del territorio,
ripulisce il proprio denaro attraverso queste attività commerciali",
denuncia Gianni Ciotti, segretario generale del sindacato di polizia Silp Cgil
di Roma.
Il
discorso, va detto, non vale per tutti. Ma l'attenzione che polizia e
carabinieri negli ultimi mesi stanno dedicando a queste attività sono già un
importante segnale che, sotto sotto quelle attività nascondo qualcosa. Quel
business ha un nome,
a
cui corrispondono reati: usura, riciclaggio, ricettazione.
Sbocciati
con una velocità imbarazzante, dal centro alla periferia, i "Compro
Oro" sono circa 200 in tutta la città. Difficili da controllare perché
alcuni aprono, chiudono e cambiano proprietario nel giro di una decina di
giorni. L'impiccio sta proprio lì, in quei dieci giorni. Proprio come, nella
criminalità organizzata vera - 'ndrangheta, mafia, camorra - che acquistano
grandi attività commerciali, pagandole il triplo del valore reale, intestandole
a prestanome. Teste di ponte, intestatari di società quasi sempre estere, che
nel giro di una settimana passano ad altri e poi ad altri ancora, attraversando
paesi fino a far perdere le tracce del primo acquirente.
Nella
rigogliosa giungla dei "Compro Oro" funziona proprio allo stesso
modo. "C'è una legge - spiega ancora Gianni Ciotti - che dice che i
proprietari devono tenere in giacenza l'oro per 10 giorni con la fonte di
provenienza segnata in un apposito registro. Se i proprietari prendono un
grosso quantitativo da una banda di malavitosi, lo rivendono e una volta che si
sono sbarazzati del bottino "sporco" chiudono subito, è impossibile
fare un controllo per la polizia amministrativa, ed è impossibile scoprire da
dove proveniva il "tesoro nero"". Così il negozio passa nelle
mani di un nuovo proprietario, a cui veri e finti indigenti, continuano a
portare oro e oggetti di valore.
Dunque
ricapitolando: quando l'organizzazione ha bisogno di ripulire del denaro
attraverso l'oro aprono le attività, prendono il grosso quantitativo, lo pagano
al 10% a chi lo porta, chiudono i battenti dopo la grande operazione, e poi
cedono la proprietà. Lo fanno in dieci giorni.
Il meccanismo
è chiaro. Difficile è, per le forze di polizia, dimostrare quanto la
criminalità muova le fila di questo business legalizzato (non certo con la
compiacenza) dalle licenze rilasciate dal Comune di Roma.
(04
agosto 2011)
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