"The Way We Were": la Hollywood privata tra i '60 e '70
LIBRO FOTOGRAFICO
Jack Nicholson a casa sua, Barbra Streisand con un look impensabile... E poi John Travolta in sala prove, Farrah Fawcett nel camper... Esce la prima monografia dedicata al fotografo americano Julian Wasser. una straordinaria collezione di immagini realizzate a Los Angeles tra gli anni '60 e '70, quando il culto delle celebrity non aveva ancora separato le star dalla gente comune L'intervista a Julian Wasser
Jack Nicholson e Anjelica Huston nella loro casa in Mulholland Drive a Los Angeles, fotografati per Stern nel 1971. "La bellezza di Nicholson era il suo atteggiamento spensierato e la sua giovinezza" ricorda Wasser. "Adesso è una superstar inavvicinabile".
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FOTOGRAFIA
Julian Wasser: "La mia Hollywood privata"
The Way We Were è il ritratto lungo 150 scatti di una Los Angeles mitica, il fermo immagine di un tempo perduto, gli anni ’60 e ’70, quando la controcultura contava più della cultura della celebrità
di Paola Piacenza
Jodie Foster legge un'intervista Robert De Niro, con cui ha girato Taxi Driver di Martin Scorsese.Solo sul ghigno di Jack Nicholson c’è un intero studio. Shining era ancora di là da venire, ma l’attore di Easy Rider già faceva le prove tecniche davanti all’obiettivo del fotografo: con il panama e l’accappatoio, con sigaro e occhiali da sole, di profilo quasi ingoiato dalla macchina da presa.
Di Jodie Foster invece fissa la risata, mentre ancora con la divisa della scuola e le calze lunghe al ginocchio la protagonista di Taxi Driver fa roteare la palla da basket sulla punta delle dita.
Dalle celebrity ai commoner: la fila davanti al Whisky a go-go, il tempio losangelino del rock’n’roll, nel 1964 è un inno alla mescolanza, impensabile ora: niente security, nessuna gerarchia. «In coda trovavi la gente più cool di Los Angeles» recita la didascalia. «E la Jaguar è stata per tutto il decennio la macchina che bisognava avere».
The Way We Were: The Photography of Julian Wasser è il ritratto lungo 150 foto di una Hollywood privata, il fermo immagine di un tempo perduto, gli anni ’60 e ’70, quando la controcultura contava più della cultura della celebrità. Scatti - quelli sì celeberrimi, da Michel Duchamp che gioca a scacchi alla famiglia Fonda in posa sul sofà - dietro cui c’era un uomo con la sua Contax 35mm, Julian Wasser, che aveva cominciato facendo fotocopie all’Associated Press di Washington, passando per l’apprendistato con Weegee, celebre fotoreporter di cronaca nera con cui battè le strade e i comissariati della capitale, per finire a lavorare per i giornali più importanti del mondo in quel momento: Time e Life.
The Way We Were, che è nel catalogo di Damiani Editore, è ora in uscita in limited edition: 50 copie con una fotografia numerata e firmata da Wasser (https://www.damianieditore.com/it-IT/product/428). Io donna ha intervistato l’autore..
Mr. Wasser, lei ha dichiarato che gli anni ’60 e ‘70 in California sono stati una sorta di età dell’oro, un periodo di speranza. Il suo libro racconta un luogo, Los Angeles, dove i sogni però si realizzavano solo per pochi, mentre tutti gli altri restavano a guardare. Ci può raccontare com’era l’atmosfera in quel periodo?
Quelli erano tempi speciali. Ci si sentiva parte di qualcosa che ricordava un po’ i ruggenti anni Venti di New York e Chicago. Tutto era alla portata. Potevi mangiare nei migliori ristoranti e andare negli stessi nightclub frequentati dalle star del cinema. Non c’erano guardie del corpo, nessuna security, non esistevano le sezioni riservate ai Vip nei locali. Tutto era molto più democratico. Non esisteva ancora il culto della celebrità cui assistiamo ora. Le star facevano la spesa nei grandi magazzini e nei supermarket, camminavano per le strade di Beverly Hills, Brentwood e Santa Monica. Non c’era la paura di essere attaccati, rapiti e uccisi che c’è oggi. Hollywood e Los Angeles erano alla portata di tutti. Oggi Los Angeles è più costosa di Parigi e di New York. Le persone sono preoccupate di perdere il lavoro e di non riuscire a pagare le bollette. Il benessere che c’era in quel ventennio se n’è andato.
Scorrendo le immagini di The Way We Were si ha l’impressione di una grande spontaneità, come se lei fosse lì per caso, accanto ai miti e alle star, con il dito sempre pronto a scattare. Come riuscì a entrare a far parte di quel mondo, diventandone a sua volta un protagonista?
Lavoravo per Time. Allora non c’erano i paparazzi nascosti tra i cespugli per immortalare le celebrity, nessuno che dava loro la caccia in autostrada. Io ero inviato da un giornale molto rispettato: ho ripreso Robert Kennedy all’Hotel Ambassador la notte che fu assassinato. Roman Polanski mi ha chiamato a fotografarlo nella casa di Cielo Drive dove sua moglie, incinta del suo bambino, era stata uccisa. La notizia che John Belushi era morto si diffuse in un baleno a Hollywood. Tra le centinaia di giornalisti che si riunirono fuori dal Chateau Marmont c’ero anche io.
Il suo incontro con Weegee ha influenzato il suo lavoro negli anni a venire? Accanto alle immagini che testimoniano l’età dell’oro ci sono atroci delitti, morti per overdose…
Il mio incontro con Weegee ha solo rafforzato il mio desiderio di essere fotografo e la mia ossessione per trovarmi sempre dove succedevano le cose. Credo di essere diventato fotografo perché guardare le notizie in tv non mi bastava. Volevo essere lì, dove le notizie si facevano.
Uno scatto indimenticabile?
Sono andato fino a Tokyo per fotografare Elizabeth Taylor, ma il momento più importante che ho vissuto in Giappone è stato l’incontro con Akio Morita, il fondatore della Sony.
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