martedì 3 dicembre 2013

La tragedia di Bhopal non è finita



Alcuni sopravvissuti al disastro davanti allo stabilimento della Union Carbide il giorno dopo l’incidente. (Raghu Rai, Magnum/Contrasto)
Nella notte tra il 2 e il 3 dicembre 1984 una fuga di 42 di tonnellate di isocianato di metile (un gas altamente tossico) da uno stabilimento della Union Carbide a Bhopal, in India, uccise in una notte quasi quattromila persone.
Nei vent’anni successivi, si stima che siano state almeno 25mila le morti legate al disastro. Altre 560mila persone hanno sofferto danni gravi o irreversibili. Per molto tempo, nelle zone interessate dalla fuoriuscita del gas, il tasso di morbilità è stato 2,4 volte più elevato che in quelle adiacenti. Si ritiene che i prodotti chimici ancora presenti nel complesso abbandonato, in mancanza di misure di bonifica e contenimento, stiano continuando a inquinare l’area circostante.

Un poster con le foto dei morti e dei dispersi. Molti corpi non sono mai stati identificati. (Raghu Rai, Magnum/Contrasto)
L’inchiesta iniziale ha evidenziato delle carenze nelle misure di sicurezza, ma la Union Carbide ha messo rapidamente tutto a tacere pagando al governo indiano un risarcimento di 470 milioni di dollari che dovevano essere versati alle vittime e alle loro famiglie. Il risarcimento era pensato basandosi sulle tremila vittime ufficiali e in dollari, con un cambio dollaro-rupia fissato al valore del 1989. L’ultimo assegno, però, è stato staccato nel 2004, quando il cambio era ben diverso.
E gli abitanti di Bhopal? Lo stato ha costruito sei ospedali “dedicati”: la terapia è rimasta quella stabilita subito dopo l’emergenza: antibiotici, steroidi e farmaci psicotropi. E le acque della zona continuano a essere inquinate di mercurio, piombo, clorobenzene e altri veleni chimici. Come ha scritto nel 2009 Seketu Mehta, “una nuvola è ancora sospesa su Bhopal”.

Il giorno dopo il disastro, un uomo porta via il corpo della moglie. (Raghu Rai, Magnum/Contrasto)
A livello giudiziario, una volta versata la somma, nessuno ha pagato. L’ex amministratore delegato dell’industria, Warren Anderson, è stato chiamato in giudizio, ma gli Stati Uniti ne hanno negato l’estradizione: ora ha 92 anni ed è un benestante pensionato che vive tra Manhattan e la Florida.

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