Hanno ucciso Rocío donna intrepida
Rocío Mesino Mesino, giovane dirigente contadina dello Stato del Guerrero, Messico, è stata assassinata in una mensa comunitaria da due killer il 19 ottobre. Aveva dedicato la sua breve esistenza a una lotta durissima, quella della difesa del diritto alla terra e alla dignità in uno degli angoli più poveri e violenti del Messico. Una ragione sufficiente a farla condannare senza pietà dai criminali che detengono il potere in quella regione. Il ricordo doloroso di chi l’aveva incontrata anni fa, quando aveva cominciato a mettere in gioco la sua vita per ribellarsi alla violenza e ai soprusi
“Rocío e Nora, sorelle intrepide, diversi anni fa, ci accompagnarono nei luoghi chiave della “Guerra in Paradiso” (il romanzo-verità di Carlos Montemayor) e di un paese dove la vita si gioca sull’indignazione verso il sopruso”, ricorda Aldo Zanchetta http://www.kanankil.it, instancabile baluardo della solidarietà italiana con le migliori esperienze dell’América latina. Una solidarietà diventata con il tempo sempre meno testimonianza e sempre più comunanza di lotta, malgrado le distanze e l’avanzare degli anni.
Rocío Mesino Mesino, dirigente campesina dello Stato di Guerrero, Messico, è stata assassinata il 19 ottobre. All’ora di pranzo si trovava nella cucina di una mensa popolare comunitaria allestita per gli operai che lavorano alla costruzione di un ponte provvisorio sul fiume nella comunità di Mexcaltepec, municipio de Atoyac, di recente colpito dal tornado “Manuel”. Due sicari a viso scoperto sono arrivati in motocicletta, si sono avvicinati a Rocío e le hanno chiesto se fosse possibile attraversare il ponte. Rocío ha risposto che ancora non era possibile ma potevano lasciare lì le moto e attraversare a piedi. Lei avrebbe dato un’occhiata ai veicoli. Poi si è voltata, dando loro le spalle. Uno dei due uomini ha sparato tre colpi, il primo è uscito dall’addome, un altro dal petto e l’altro dalla testa della donna.
I due uomini si sono dati alla fuga a bordo della moto, quello che non guidava ha tenuto tutti sotto tiro fino a che la moto non si è allontanata. Sul ponte c’erano degli uomini che stavano lavorando, in cucina solo le donne che preparavano un pozole. Tra loro, Nora Mesino, la sorella di Rocío, che ha già detto che la sua famiglia porterà l’omicidio davanti alla Corte interamericana dei diritti umani, dopo aver sollecitato la Procura della repubblica ad avviare subito le indagini sugli assassini e i loro mandanti. “Esigiamo che le autorità facciano il loro dovere e che questo assassinio non resti impunito”, ha detto Norma precisando di non aver molta fiducia nelle autorità, che però “sono pagate dal popolo per fare giustizia”. Alla veglia funebre per Rocío Mesino Mesino hanno partecipato oltre 500 persone, riunite sotto la statua dedicata a Lucio Cabañas Barrientos. Tra le molte orazioni funebri tenute dagli amici di Rocío e da vari dirigenti delle lotte sociali e contadine, Tita Radilla, presidentessa dell’Associazione locale dei desaparecidos, ha detto che la recente creazione di una polizia comunitaria potrebbe essere stata la causa della reazione della criminalità organizzata di cui dovrebbe occuparsi il governo invece di reprimere le lotte sociali.
Aldo Zanchetta continua così il suo ricordo: “Le due sorelle che ci accolsero, al tempo poco più che ventenni, alla fine degli anni Novanta, avevano preso il posto del padre, leader allora clandestino di una organizzazione contadina locale. In mezzo a una tremenda catena di omicidi di militanti contadini, si battevano per portare avanti la lotta avviata da due leggendari combattenti locali per la libertà e la giustizia, Lucio Cabañas e Genaro Vázquez, due maestri rurali fondatori di un esercito contadino, l’Esercito del Popolo, se ricordo bene, che negli anni 60 e 70 tenne a lungo in scacco l’esercito federale, fino alla loro morte in battaglia”.
Due anni più tardi, Aldo tornò ad Atoyak con una decina di studenti lucchesi e qualche amico. “In quella occasione servimmo da copertura (di fronte agli stranieri occorre mostrare un volto tollerante del paese) a una manifestazione con le foto di centinaia di “desaparecidos” inscenata nella piazza centrale di Acapulco, la nota città dove vanno in vacanza i multimilionari, a poche decine di km da queste terre martoriate ma non disperate, dove la gente conserva la memoria, la dignità e non è disposta a sottomettersi. Con noi – ricorda Zanchetta – c’era un vecchio dal volto austero e dignitoso, cui era stato portato via di casa il figlio di notte e al quale più volte era stato promesso il suo ritorno, ritorno che non ci fu mai. Lui raccontò la sua storia davanti alla mia telecamera perché la facessi conoscere. Fino ad ora non ho mantenuto la parola, ma non è mai troppo tardi… A un certo punto, dalla folla che osservava la manifestazione, il cui motto era “Vivi li avete presi, vivi li dovete restituire”, si staccò un giovane che si inchinò davanti al vecchio e gli baciò le mani. I due confabularono a lungo e alla fine si abbracciarono. Il vecchio tornò indietro amareggiato e mi disse: “E’ un mio nipote, che mi invita a dimenticare. Impossibile. Come dimenticare un figlio?”.
“A Lucio Cabañas”, conclude Aldo, “fu dedicato il nome di un villaggio ribelle zapatista del Chiapas che riuscimmo a far gemellare con la Provincia di Lucca. Ma le istituzioni hanno memoria labile. Del resto, certe esperienze si vivono, ricordando i volti, oppure evaporano rapidamente. Ci sono persone che in situazioni impossibili hanno scelto di giocare la propria intera vita in nome della giustizia e della dignità. Rocìo (e Nora, che certamente continuerà a farlo) era una di queste, e lo faceva con entusiasmo. Oggi la ricordo, dopo tanti anni di dimenticanza, con le lacrime negli occhi”.
dell’Associazione Ya basta! Tratto Global Project

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