Trentotto anni fa moriva Giorgio Almirante. Quest'anno, per ricordarlo, la signora M ha pubblicato un post e il signor L ha rilasciato un'intervista.
Insieme, hanno detto più di quanto probabilmente volessero.
La signora M lo ha ricordato come una figura che avrebbe segnato la destra italiana “con passione, dignità e rispetto”. Il signor L ha optato per una formula più audace: il coinvolgimento di Almirante nell'antisemitismo sarebbe “l'unica accusa vera”, e lui si sarebbe limitato a mostrarsi “non contrario”.
Stiamo parlando del segretario di redazione de La Difesa della Razza: qualcuno che nel 1942 scriveva, nero su bianco e con nome e cognome in calce, che “non c'è che un attestato col quale si possa imporre l'altolà al meticciato e all'ebraismo: l'attestato del sangue”. Qualcuno che firmava articoli a sostegno delle leggi razziali e dell'espulsione degli ebrei dalle scuole italiane. E che, durante la Repubblica di Salò, firmò un manifesto che intimava agli sbandati dell'esercito di consegnarsi ai fascisti o ai tedeschi, pena la fucilazione.
“Non contrario” è il tipo di formula che si usa quando si vuole dire tutto senza ammettere niente. Con questo metodo, le leggi razziali diventano burocrazia e un propagandista razzista diventa un padre nobile della Repubblica.
Riabilitarlo è già grave. Farlo dalla presidenza del Consiglio e dal Senato della Repubblica è uno schiaffo alla Costituzione.
(Fonti: Corriere della Sera, Quotidiano Nazionale, Ansa, Il Post)
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