Mi ha colpito moltissimo la storia di Chiara Mocchi, l’insegnante di 57 anni accoltellata a gola e addome da uno studente di 13 anni nel corridoio della scuola di Trescore (Bergamo), dove insegna francese.
Tutti la descrivono come un’ottima insegnante, molto apprezzata dai suoi studenti, una di quei professori che non si limitano alle lezioni, ma che considerano il proprio lavoro una vocazione culturale e divulgativa da portare avanti sempre.
La buona notizia è che non è in pericolo di vita, e si salverà.
Ma resta lo strazio per un fatto di una gravità inaudita che scuote uno dei luoghi più importanti del nostro Paese: la scuola.
E no, non può essere velocemente derubricato a mero fatto di cronaca, a raptus, a episodio isolato.
Ma ci ricorda quanto spesso gli insegnanti siano lasciati soli a gestire casi disciplinari e situazioni psicologiche che richiederebbero supporto e cure specializzate, e su cui loro, i docenti, non hanno il minimo potere di intervento.
Non si può lasciare gli insegnanti in prima linea a occuparsi di qualcosa che non rientra nelle loro competenze e di fronte a cui non hanno neppure alcun potere, esposte ed esposti a rischi personali e di sicurezza non accettabili nella scuola pubblica italiana.
E tutto questo ha a che fare, eccome, con la politica, con l’istruzione, con le scelte di chi si occupa di scuola.
Che il caso di Chiara Mocchi accenda un campanello d’allarme e serva a fare in modo che altri suoi colleghi non si ritrovino a vivere lo stesso incubo.
Il pensiero va a lei, a una pronta guarigione, a tornare presto a fare il mestiere che ama, ai colleghi, alla scuola e alle famiglie coinvolte.
Che sia, per una volta, un momento non di polemiche o di odio ulteriore, ma di riflessione profonda.

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