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Luglio 22
(Adnkronos) – Il Dna riscrive la storia del mostro di Firenze fin
dall’inizio. Natalino, il bambino di sei anni e mezzo che nell’estate
del 1968 scampò ai colpi di calibro 22 dell’assassino che uccise sua
madre, Barbara Locci, e l’amante Antonio Lo Bianco, e che per i
successivi diciassette anni terrorizzerà la Toscana e l’Italia con altri
sette duplici omicidi, non era figlio di Stefano Mele, il manovale,
marito della vittima, condannato per quel delitto. Un accertamento
genetico disposto dalla procura ha stabilito che il suo padre biologico è
Giovanni Vinci, il fratello più grande di Francesco e Salvatore.
Giovanni, pur membro di quel “clan” di sardi che dal 1982 entrerà nel
mirino delle indagini – con l’arresto di Francesco prima, e con i
sospetti su Salvatore poi –, non è mai stato lambito dall’inchiesta. Una
lacuna che oggi, le pm titolari di un fascicolo riaperto, Ornella
Galeotti e Beatrice Giunti, tenteranno di colmare. La notizia è
riportata oggi da "La Nazione" con un articolo di Stefano Brogioni,
giornalista specialista delle vicende del mostro di Firenze. Tuttavia,
alcune domande sorgono spontanee: il killer di Signa sapeva chi fosse il
padre di quel bambino? Natalino ha avuto la notifica della procura nei
giorni scorsi. E’ rimasto spaesato. "Quest’uomo non l’ho mai neanche
conosciuto", replica al quotidiano. A consegnare questa clamorosa
novità nelle mani dei magistrati è stato il genetista Ugo Ricci,
specialista di cold case a cui si deve anche il ritrovamento, nel caso
Garlasco, del Dna di Andrea Sempio attaccato alle unghie di Chiara
Poggi. L’«intuizione» investigativa risale invece al 2018, quando,
nell’inchiesta, conclusasi con l’archiviazione, che all’epoca vedeva
indagato l’ex legionario di Prato Giampiero Vigilanti, venne dato il
compito ai carabinieri del Ros di prelevare, in gran segreto, due
profili Dna. Quello di un figlio di Salvatore Vinci, che si è rivelato
utile ad attribuire al sardo il possesso di uno straccio che era stato
vicino a un altro “famoso” pezzo di stoffa (andato perduto) che recava
tracce di sangue e polvere da sparo, rinvenuto in casa sua all’indomani
del delitto di Vicchio del 1984. E poi quello di Natalino. Ma sono
passati anni prima che una pattuglia di militari s’imbattesse nella vita
segnata di un uomo che nella notte del 1968 perse, di fatto, entrambi i
genitori. Per la comparazione, il genetista Ricci ha utilizzato anche
il profilo da lui estratto dalla recente riesumazione del cadavere di
Francesco Vinci.
La nuova verità potrebbe dare spiegazioni a tanti misteri di questa storia ancora irrisolti. Non è mai stato chiarito chi e perché risparmiò il bambino, e anche come Natalino, in quella notte di cui non ricorda nulla, arrivò a una casa distante un paio di km, al buio, in una strada ciottolosa di campagna. E ora questa vicenda va rianalizzata anche nell’ottica della ricerca della pistola, mai ritrovata, che uccise la notte del 1968 e si rimise in azione dal 1974 al 1985 per ammazzare altre sette coppie. «Passata di mano», dirà la sentenza che condannò in primo grado il contadino di Mercatale Pietro Pacciani. Forse un modo di salvare un verdetto ormai passato in giudicato (quello che stabilì la responsabilità del marito tradito Stefano Mele nel 1968, al quale vennero inflitti tredici anni beneficiando delle attenuanti del delitto d’onore), e trovare un responsabile per il resto dei delitti. Anzi, i responsabili, visto che in seguito, a fianco a Pacciani (condannato, assolto, morto prima di un appello bis), si collocheranno anche i compagni di merende Giancarlo Lotti e Mario Vanni. Oggi sono tutti morti, ma Paolo Vanni, il nipote del postino le cui invettive al giudice sono nel frattempo diventato un cult in rete, ha chiesto la revisione di quella condanna, istanza su cui i giudici di Genova non si sono ancora pronunciati —cronacawebinfo@adnkronos.com (Web Info)
La nuova verità potrebbe dare spiegazioni a tanti misteri di questa storia ancora irrisolti. Non è mai stato chiarito chi e perché risparmiò il bambino, e anche come Natalino, in quella notte di cui non ricorda nulla, arrivò a una casa distante un paio di km, al buio, in una strada ciottolosa di campagna. E ora questa vicenda va rianalizzata anche nell’ottica della ricerca della pistola, mai ritrovata, che uccise la notte del 1968 e si rimise in azione dal 1974 al 1985 per ammazzare altre sette coppie. «Passata di mano», dirà la sentenza che condannò in primo grado il contadino di Mercatale Pietro Pacciani. Forse un modo di salvare un verdetto ormai passato in giudicato (quello che stabilì la responsabilità del marito tradito Stefano Mele nel 1968, al quale vennero inflitti tredici anni beneficiando delle attenuanti del delitto d’onore), e trovare un responsabile per il resto dei delitti. Anzi, i responsabili, visto che in seguito, a fianco a Pacciani (condannato, assolto, morto prima di un appello bis), si collocheranno anche i compagni di merende Giancarlo Lotti e Mario Vanni. Oggi sono tutti morti, ma Paolo Vanni, il nipote del postino le cui invettive al giudice sono nel frattempo diventato un cult in rete, ha chiesto la revisione di quella condanna, istanza su cui i giudici di Genova non si sono ancora pronunciati —cronacawebinfo@adnkronos.com (Web Info)
https://www.controluce.it/mostro-di-firenze-un-nuovo-mistero-bimbo-scampato-al-delitto-non-e-il-figlio-di-mele/
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