martedì 31 marzo 2026

“SIAMO IL POPOLO PIÙ DEBOLE DELLA TERRA”

 “SIAMO IL POPOLO PIÙ DEBOLE DELLA TERRA” – UMBERTO GALIMBERTI, FILOSOFO, PSICOANALISTA, PSICOLOGO, ANTROPOLOGO E SOCIOLOGO, SUONA IL DE PROFUNDIS PER LA SOCIETÀ OCCIDENTALE, E PER GLI ITALIANI: “PER MANGIARE, APRIAMO IL FRIGO ANZICHÉ SUDARE NEI CAMPI. L’IMPERO ROMANO FINÌ COSÌ, FRA POSTRIBOLI E SPETTACOLI CIRCENSI. NON LAVORAVA PIÙ NESSUNO. DOVETTE IMPORTARE I BARBARI PER FARE LE GUERRE E LE OPERE IDRAULICHE. UN TEMPO PENSAVO CHE LE CIVILTÀ FINISSERO PER CAUSE ECONOMICHE. ORA INVECE SONO CERTO CHE MUOIONO PER DECADENZA DEI COSTUMI” – “I FIGLI SONO UN OSTACOLO ALL’EDONISMO SFRENATO. IL DENARO È DIVENTATO L’UNICO GENERATORE SIMBOLICO DI VALORI. NON SAPPIAMO PIÙ CHE COSA È BELLO, VERO, GIUSTO, SANTO” – L’INCREDIBILE STORIA DELL’INCONTRO CON LA MOGLIE, TATJANA SIMONIC. MORTA NEL 2008: “DA QUANDO NON C’È PIÙ NON SO PERCHÉ RESTO AL MONDO, LA MIA VITA È SOLO NOIA. FACCIO LE COSE SOLO PERCHÉ SONO CAPACE DI FARLE. HO PERSO L’ANIMA, RESTA IL DOVERE" - L'INTERVISTA BY LORENZETTO



 

Intervista realizzata da Stefano Lorenzetto per i quotidiani di “Nord Est Multimedia” (“Il Mattino di Padova”, “La Nuova di Venezia e Mestre”, “La Tribuna di Treviso”, “Messaggero Veneto”, “Il Piccolo”, “Corriere delle Alpi”)

 

umberto galimberti con la moglie tatjana simonic

Moderno Ulisse fra due mari, il golfo di Trieste e la laguna di Venezia, Umberto Galimberti, filosofo, psicoanalista, psicologo, antropologo e sociologo che per 36 anni ha insegnato all’Università di Ca’ Foscari, divenne nordestino d’adozione per una punizione.

 

«Ero sergente della Cavalleria, solo che invece dei cavalli usavamo i carrarmati. Un cannoniere alzò troppo il tiro e io fui giudicato responsabile di avergli dato il comando sbagliato. Anziché vedermi assegnato a Monza, la mia città natale, fui esiliato a Opicina, che a quel tempo si chiamava Poggioreale del Carso, sulla frontiera con la Slovenia.

 

UMBERTO GALIMBERTI

Insomma, mandato a difendere l’Italia dalla paventata invasione comunista. Poi fui anche promosso: tenente. I miei superiori non hanno mai saputo quale immenso favore mi fecero. Lì c’era lei!».

 

Lei era, anzi è, Tatjana Simonic, la moglie di Galimberti, ordinaria di biologia molecolare all’Università di Milano, nata a Trieste nel 1946 e morta nel 2008, «presto, troppo presto, le ho vissuto accanto per 41 anni, senza mai annoiarmi, da quando non c’è più non so perché resto al mondo, la mia vita è solo noia».

 

Il professore combatte questa sconfinata malinconia girando l’Italia in lungo e in largo. Due viaggi a settimana. Più di 100 serate l’anno. […] Ovunque, folle adoranti, applausi, strette di mano, selfie, autografi sui frontespizi. I suoi libri, editi da Feltrinelli, vanno via come il pane. [...]

 

tatjana simonic

Come morì Tatjana?

«Di tumore. Aveva appena 62 anni. Senza di lei, faccio le cose solo perché sono capace di farle. Ho perso l’anima, resta il dovere. Vivo da solo, cucino, vado al supermercato, porto i vestiti in lavanderia. Il problema più piccolo diventa grande, quando non puoi diluirlo in una conversazione».

 

In che modo la conobbe?

«Era marzo del 1967. Fui spedito a Opicina. In un giorno di libertà, andai a Trieste e scesi al mare da una scalinata terribile, subito dopo il tunnel per Monfalcone. In spiaggia vidi questa ventunenne con i suoi amici. Attaccai bottone, chiedendole notizie topografiche su Trieste».

 

Ingegnoso.

«[…] La sorpresa del destino fu che i Simonic in realtà abitavano a Monza come me. Il papà di Tatjana era poliglotta, a Trieste aveva avuto come insegnante di lingue il fratello di James Joyce, lo scrittore dell’Ulisse. Lavorava alla Pirelli come interprete, credo per Leopoldo Pirelli. Non c’era idioma che non conoscesse. Avevo trascorso un anno in Germania e lui, che non ci aveva mai messo piede, correggeva il mio tedesco».

 

umberto galimberti tatjana simonic trieste 1987

Ma come arrivò a conoscere la famiglia Simonic?

«Tatjana aveva un fratello gemello, Marco, che studiava filosofia all’università. M’invitò a casa loro per parlare con lui. Da marzo a settembre la mamma ci tenne a nutrirmi, diceva che in caserma mangiavo male. Scendeva in pescheria a Trieste a comprare gli sgombri per me».

 

E lei flirtava con Tatjana.

«Tutt’altro. Disinteresse totale da parte sua. Finché, al momento del congedo, non restammo fuori a parlare tutta la notte, sotto le stelle, il mare davanti, fino alle 5 del mattino, senza baci, senza abbracci. La mia conclusione fu brusca: decidi che vuoi fare».

 

E lei?

umberto galimberti

«Tornò a vedermi a Monza, quando riprese gli studi. Lì ebbi un altro colpo di fortuna insperato: una sera il padre mi cacciò in malo modo perché l’avevo riaccompagnata a casa alle 18.30 anziché alle 18».

 

E la chiama fortuna?

«Certo, perché Tatjana da tempo non sopportava più la severità del padre, soprannominato Ivan il Terribile. Quella fu la goccia che fece traboccare il vaso e la indusse ad andarsene. Mio suocero era una pasta d’uomo. Buonissimo e severissimo.

 

joseph stalin

Aveva due miti: l’imperatore Franz Joseph I, detto Cecco Beppe, e Stalin. I fascisti lo avevano perseguitato, costringendo lui e la moglie a italianizzarsi i cognomi, da Simonic a Simoni e da Mikolaucic a Michelazzi. Su delazione di un prete, gli avevano bruciato la trattoria, sede della comunità slovena di Trieste. Mio suocero avrebbe preteso che la figlia sposasse un ingegnere della Pirelli».

 

Invece sposò lei.

«Il giorno di Pasqua del 1968 trovai nella buca delle lettere una missiva in cui lui mi chiedeva di ricomporre la nostra amicizia. Due anni dopo Tatjana diventò mia moglie. Ancora adesso penso che abbia deciso di venire con me solo per liberarsi del genitore.

 

Una volta, molti anni dopo, glielo chiesi e lei mi rispose: “Con te ho visto la possibilità di una vita più libera”. Era la mia ragazza segreta, percepivo in lei un qualcosa che non mi avrebbe mai confidato. Per stare insieme a lungo nessuno dei due deve disvelarsi compiutamente all’altro. Chi fosse davvero mia moglie, io ancora non lo so. Quando le dedicai il libro sull’amore, scrissi sul frontespizio: “A Tatjana, per ragioni che mi sono in parte note e in parte ignote”. Il mistero era la sua cifra».

 

Le nozze non furono facili.

MARESCIALLO TITO

«Io volevo sposarmi in chiesa. Tatjana era atea e comunista, cresciuta sotto il maresciallo Tito, quindi le veniva chiesto un atto di fede, che non avrebbe mai accettato. Allora la portai dal mio amico padre David Maria Turoldo.

 

Il teologo friulano si era ritirato a vivere a Sotto il Monte, il paese natale di Giovanni XXIII. Nella frazione di Fontanella aveva restaurato con le proprie mani l’abbazia di Sant’Egidio. Parlarono per un’ora, loro due da soli. Alla fine, Turoldo mi disse: “Umberto, Tatjana ha innato il senso della giustizia. Sposala! È importante essere giusti, non essere santi”. Ci unì in matrimonio e le diede la comunione senza neppure confessarla».

 

Quando sua moglie morì, in che cosa trovò conforto?

«Mi gettai a capofitto nella scrittura del Nuovo dizionario di psicologia, 1.640 pagine. Ho un lato paranoico».

 

Dov’è sepolta Tatjana?

Umberto Galimberti

«A Milano, nel cimitero di Lambrate, non lontano da casa nostra. Una bellissima tomba, con Atena, dea greca della sapienza, che piange appoggiata a uno stelo. Quando sono in disordine con me stesso, vado lì. Lei mi osserva dalla foto sulla lapide e mi obbliga a riflettere. È la mia terapia. Mi ricorda che devo morire anch’io. Ma sono greco, quindi lo sapevo già, non è una sorpresa».

 

Che cosa intende per greco?

«Che prendo sul serio la morte, non ho speranze ultraterrene, e ciò crea in me l’etica del limite. Sono diventato greco sulle orme di Emanuele Severino. È stato il mio maestro, insieme con Karl Jaspers, che frequentai a Basilea e che mi avviò alla psicopatologia, a Mario Trevi, con il quale feci il percorso psicoanalitico, a Gustavo Bontadini e a Sofia Vanni Rovighi, miei docenti all’università, a Eugenio Borgna.

 

gianfranco miglio

Avrei voluto diventare medico, ma due borse di studio mi spalancarono le porte di Filosofia alla Cattolica di Milano. Lì trovai Gianfranco Miglio, poi divenuto l’ideologo della Lega, e Francesco Alberoni. Per anni d’estate ho passato un mese intero in Grecia con Tatjana, sotto la tenda. Ora è diventata un’immensa Rimini. La ritrovo solo a Patmos, dove Giovanni scrisse l’Apocalisse».

 

Come mai ha smesso di credere in Dio? Non studiava per diventare prete?

«Ero un buon cristiano. Entrai nel seminario di Seveso a 12 anni e uscii da quello di Venegono Inferiore nel 1958, in seconda liceo. Avevo per compagno di classe il futuro cardinale Gianfranco Ravasi. Fra una lezione e l’altra correvo in chiesa a suonare sull’organo le fughe di Bach».

 

Avrà avvertito il richiamo del sesso.

gianfranco ravasi

«No, era un pensiero che nemmeno mi sfiorava, magari ero troppo acerbo. È che non sopportavo l’autorità gerarchica, incarnata da monsignor Arturo Parolini, insegnante di lettere e latino. Da adulto, gli mandai un biglietto quando andò in pensione. Mi rispose: “Galimberti, neppure gli auguri sei capace di scrivere in italiano”. Eppure sono riconoscente a lui, al rettore Guidotti e a don Molon, docente di greco. Se ho imparato a parlare in pubblico, lo devo alle loro omelie mattutine».

 

Quindi torno alla domanda: che cosa le fece smettere di credere in Dio?

umberto galimberti epidauros 1998

«Nacque mia figlia Katja. Volevo farla battezzare. Chiesi a un docente di religione del liceo di Monza, dove insegnavo, se fosse disponibile. Rifiutò: anche lui voleva che mia moglie si convertisse. Però ci mise a disposizione la chiesa di Muggiò, dove il rito clandestino fu celebrato all’1 di notte da padre Gaetano Favaro, missionario del Pime, istituto dove insegnavo antropologia culturale. Un freddo della madonna. Tatjana si buscò un accidente. In un mese perse 7 chili. Mi dissi: basta, con i preti ho chiuso».

 

I preti non sono Dio.

«Non riesco a capacitarmi di come la gente possa credere in Dio, non riesco proprio a capirlo. Il mondo accade come Dio vuole? No. Allora significa che Dio è morto, il mondo non soggiace più alle sue leggi. Chi ha fede pensa di possedere la verità. Ma la fede è fede, non è verità. Perché, se credi, vuol dire che non sai. Io non credo che 2 più 2 faccia 4: lo so che fa 4, quella è verità».

 

emanuele severino

Mai pensato di risposarsi?

«No, mai. Queste sono le vendette dell’amore. Quando tu hai incontrato la donna del destino, ti rendi subito conto che non sarà mai più intercambiabile con un’altra».

 

Venezia le rimane nel cuore?

«Ci ho vissuto per 15 anni allo sbando, prima in un convento di suore a Dorsoduro, poi ospite dei preti. Finché non ho comprato casa dietro le Gallerie dell’Accademia. Non ci metto piede da anni.

 

Venezia è magica, ma non ti dà tanta gioia. È una città dove si va o per far l’amore o per morire. Infatti nel 1976 aveva 120.000 abitanti, ora saranno sì e no 40.000. I bàcari sono tutti gestiti da cinesi. Peccato, perché io alla trattoria Do Farai ho imparato da Stefano Ponga, veneziano doc, come si sfiletta il branzino e si marina all’istante con limone e Prosecco, una ricetta con la quale stupisco ancora gli amici».

 

Più tornato a Ca’ Foscari?

Umberto Galimberti

«La mia università è diventata un albergo. La facoltà di filosofia era a Palazzo Mocenigo. Lo vendettero e fummo trasferiti in una sede dismessa dall’Enel. Una nemesi. Nani Mocenigo fu il nobile che fece arrestare come eretico il filosofo Giordano Bruno e lo consegnò a papa Clemente VIII perché lo bruciasse in Campo de’ Fiori».

 

Dopo aver vissuto tra Trieste e Venezia, non le pesa stare nella Milano dei grattacieli e del cemento?

«Ci sto perché in qualsiasi altra casa non entrerebbero i miei libri. Ho dovuto comprare pezzo dopo pezzo un intero piano del condominio. Non sarà la biblioteca di Umberto Eco, però si difende bene».

 

Dove trova la forza per tenere conferenze in tutta Italia?

«Questione di genetica, credo. Mia sorella ha 96 anni. Un’altra è morta nel 2025 alla stessa età. Io sono il numero 8».

 

UMBERTO GALIMBERTI

In che senso?

«L’ottavo dei 10 figli di Ernesto, ex partigiano, venditore di cioccolato Theobroma, che s’improvvisò impiegato bancario. Aprì a Biassono la prima agenzia del Credito artigiano. Morì di tumore il giorno dell’inaugurazione. Da bambino lo aiutavo in ufficio: mi faceva timbrare gli assegni».

 

Ha ancora pazienti in psicoanalisi?

«L’ultimo che ho accompagnato per cinque anni fu il regista Luca Ronconi. Ma solo perché lì c’era un uomo. Capace di riflettere, incuriosito dalla sua vita. La psicoanalisi è conoscenza di sé: sapere chi sei è meglio che vivere a tua insaputa. Il dolore non lo puoi cancellare con i farmaci. Oggi i giovani sono vittime del nichilismo, non stanno bene e non capiscono nemmeno perché. Gli manca lo scopo. Per loro, da promessa il futuro è divenuto minaccia. Nel 1979, quando cominciai a fare lo psicoanalista, le problematiche erano emotive, sentimentali, sessuali. Ora riguardano il vuoto di senso».

CULLE VUOTE IN ITALIA

 

Ai nostri figli che accadrà?

«Non lo so. Non riesco a immaginare il loro futuro. Il domani non è più prevedibile. La tecnica ha assoggettato il mondo. Scambia lo sviluppo per progresso. È regolata da una razionalità rigorosissima, raggiunge il massimo degli obiettivi con il minimo dei mezzi e mette l’uomo fuori dalla storia. Ma l’amore non è razionalità, e neppure il dolore, la fede, il sogno, l’ideazione lo sono».

 

Per questo gli italiani hanno smesso di farne? Solo i giapponesi procreano meno degli italiani.

«I figli sono un ostacolo all’edonismo sfrenato. Il denaro è diventato l’unico generatore simbolico di valori. Non sappiamo più che cosa è bello, vero, giusto, santo. Siamo il popolo più debole della terra. Per mangiare, apriamo il frigo anziché sudare nei campi. L’impero romano finì così, fra postriboli e spettacoli circensi. Non lavorava più nessuno. Dovette importare i barbari per fare le guerre e le opere idrauliche. Un tempo pensavo che le civiltà finissero per cause economiche. Ora invece sono certo che muoiono per decadenza dei costumi».

 

A me pare che nel Triveneto si lavori ancora, e parecchio.

UMBERTO GALIMBERTI

«Ho parlato alla Confartigianato di Vicenza. I padri si lamentavano perché i figli non vogliono saperne di portare avanti le loro aziende. Per forza, quando compiono 18 anni si vedono regalare la Porsche! Si è mai chiesto perché, su 5 milioni d’immigrati, 500.000 siano imprenditori? Vedo negli africani una potenza biologica che in noi è andata perduta».

 

Avrebbe un rimedio?

«Un rito iniziatico che interrompa l’adolescenza perenne: a 18 anni servizio civile per 12 mesi, ma a 1.000 chilometri da casa. Bisogna separare i figli da padri e madri. E cacciare dalla scuola i genitori, interessati più alla promozione che alla formazione».

 

san tommaso d aquino

Tutto qui?

«Sono favorevole alla spiritualità. La vita è tanto difficile. Se la fede ti aiuta, perché no? È la benvenuta quando mitiga fatica e sofferenza».

 

Parola di non credente.

«Rimpiango la messa in terza, celebrata da tre sacerdoti, solenne. Se la fede è irrazionale, e ci arrivi con un atto di volontà, come dice san Tommaso, allora ha bisogno di riti, paramenti, canti, incenso, ceri. Oggi vai in chiesa e vedi gli effetti del Concilio Vaticano II: un prete da solo sull’altare, senza il chierichetto, che brontola parole in italiano. La fede ha perso la bellezza. Certo, non rimpiango il funerale di mio padre. Fu terrificante. Era il 1956, nella chiesa di San Carlo a Monza vennero schierati 40 orfanelli vestiti di nero, prelevati a forza in un istituto».

 

Fa ancora in tempo a convertirsi.

«Padre Turoldo mi diceva che le chiese oggi sono ridotte a garage in cui è parcheggiato Dio. Ma la gente per credere ha bisogno della liturgia, del canto, dell’organo. Lo dissi anche a papa Francesco. E aggiunsi: Santità, lei ha messo le persone davanti ai princìpi, però ha un polmone solo, lavora come un pazzo, è pieno di nemici, stia attento a non morire, altrimenti dopo ne eleggono uno che rimette i princìpi davanti alle persone. Lui rise e mi abbracciò, sussurrandomi: “Si ricordi che Dio salva le persone, non i princìpi”».

nicoletta ceccolini piero maranghi umberto galimberti maddalena maranghiemanuele severino natalino sapegno



Bimbo scomparso da 38 anni, rubati in casa fascicolo e lettera della madre

Dopo le mareggiate, sopralluogo urgente della Regione Lazio a Torre Flavia. Allo studio degli esperti per fermare l’erosione.




Il mare avanza, la costa arretra e il monumento naturale Palude di Torre Flavia rischia di pagare il prezzo più alto. Per fare il punto su una situazione diventata critica dopo le mareggiate degli ultimi mesi, venerdì pomeriggio si è svolto un sopralluogo tecnico convocato dalla direzione demanio e tutela del Patrimonio della Regione Lazio. L’obiettivo è chiaro: fermare l'erosione prima che i 43 ettari di biodiversità tra Ladispoli e Cerveteri vengano compromessi definitivamente.

L’allarme dopo l’inverno


L’area protetta, istituita nel 1997 e gestita dalla Città Metropolitana di Roma Capitale, è reduce da un inverno difficile. I fenomeni erosivi sono stati giudicati "particolarmente importanti" dai tecnici accorsi sul posto. Al vertice operativo hanno partecipato i rappresentanti dei due comuni interessati , Cerveteri  eLadispoli .










Fenix

Brandon Lee

 


ACCADEVA OGGI: il 31 marzo 1993, durante le riprese de Il Corvo (The Crow), Brandon Lee fu colpito accidentalmente da un’arma da scena mentre girava una sequenza in cui il suo personaggio, Eric, rientra in casa.

Il colpo, partito dalla pistola impugnata dall’attore Michael Massee (Funboy nel film), si rivelò purtroppo fatale.


In un’intervista, il regista del film ricordò così quei momenti:

«Lo vidi cadere a terra. Sembrava tutto perfetto, il sangue forse anche troppo realistico… pensai di rifare la scena per sicurezza.

Ma Brandon rimase immobile. La macchia di sangue continuava ad allargarsi.

Mi avvicinai, lo toccai… era sangue vero.

Sul set calò il silenzio.

La prima a capire fu la sua compagna, Eliza Hutton, che si precipitò verso di lui.

Respirava a fatica. Le sue condizioni erano gravissime.

Fu portato d’urgenza in ospedale, ma per Brandon Lee non ci fu nulla da fare.»


Quel giorno il cinema perse molto più di un attore.

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Giulia Torrini

 


Si chiama Giulia Torrini, è la Presidente dell’associazione "Un Ponte Per” e ha appena denunciato in tribunale a Roma lo Stato italiano e la società Leonardo Spa per essersi resi complici del genocidio a Gaza vendendo e fornendo armi a Israele.


Lo ha fatto assieme ad Arci, Acli e le associazioni A buon diritto, Assopace Palestina e Pax Christi.


Nella denuncia c’è una richiesta precisa: “L’annullamento immediato di tutti i contratti con le imprese che forniscono armi a Israele”.


Torrini si è appellata alla legge 185 del 1990 che vieta di fornire armi a Paesi che violano il diritto internazionale, la Costituzione e l’articolo 51 della Carta delle Nazioni unite.


Lucidissime le parole con cui Torrini ha motivato la sua azione legale:


“Chiediamo di valutare se i contratti sottoscritti anche prima del 7 ottobre siano validi o no, e chiediamo di valutare la possibilità di sospenderli, applicando quella parte della legge 185 del 1990 che non parla solo di revoca, ma anche di sospensione dei contratti in essere.

Siccome il governo non applica le leggi internazionali sul genocidio, lo facciamo noi società civile con la nostra advocacy.

Può la libertà di commercio valere più della legge, più della Costituzione e degli accertamenti dell’Onu sulle violazioni dei diritti umani da parte di Israele?”


Se dovesse vincere questa causa, rappresenterebbe un precedente storico a livello europeo e segnerebbe un prima e un dopo.


Finalmente qualcuno che ci mette la voce e soprattutto la forza del diritto.


Che sia la volta buona.

Lorenzo Tosa 

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Le famiglie ringraziassero Netanyahu

 


Quattro soldati israeliani sono stati uccisi e due feriti in uno scontro con Hezbollah nel sud del Libano, ha annunciato l’esercito israeliano. I militari caduti sono il capitano Noam Madmoni, 22 anni, e i sergenti Ben Cohen, Maxsim Entis e Gilad Harel, tutti ventunenni, appartenenti all’unità di ricognizione della Brigata Nahal. Un soldato è rimasto gravemente ferito e un riservista in modo moderato.


Secondo l’indagine militare, durante un’operazione nel settore occidentale, i soldati hanno individuato un gruppo di combattenti di Hezbollah e ne è seguito uno scontro a fuoco a distanza ravvicinata. Durante il combattimento, quattro soldati sono stati uccisi e due feriti. Successivamente, mentre i feriti venivano evacuati, è stato lanciato un missile anticarro senza causare ulteriori vittime. L’esercito ha risposto con carri armati e attacchi aerei.


L’IDF ha riferito di aver ucciso numerosi miliziani e catturato un operativo impegnato in attività di sorveglianza. Dall’inizio dell’offensiva, circa dieci soldati sono morti nel sud del Libano. Intanto Hezbollah continua a lanciare razzi contro Israele, la maggior parte intercettati senza provocare feriti.


#israele #Libano #Hezbollah

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La liberazione della Valle D'Aosta

 


Mentre tutta l'Italia festeggiava la Liberazione, in Valle d'Aosta stava succedendo qualcosa che non si può spiegare con nessuna delle narrazioni che conosci.


Partigiani delle Fiamme Verdi e soldati della RSI — nemici dichiarati, avversari in ogni altra battaglia della guerra civile italiana — si mettevano fianco a fianco con le armi in pugno.


Non si erano arresi. Non si erano pacificati.

Avevano solo trovato qualcosa che odiavano di più dell'altro.


Il 26 aprile 1945, gli Chasseurs de Montagne di de Gaulle varcavano il confine alpino. Non erano lì per liberare. Erano lì per annettere. La Valle d'Aosta, secondo i piani di Parigi, doveva diventare territorio francese.


Le truppe d'élite della fanteria da montagna francese valicarono il Piccolo San Bernardo e puntarono su Aosta. Il 27 aprile erano già alle porte di La Thuile.


E qui arriva il bello.


Ad aspettarli trovarono una cosa che non si aspettavano: un fronte misto. Il maggiore Augusto Adam, comandante partigiano delle Fiamme Verdi, aveva stretto un accordo con il colonnello De Felice della Divisione alpina RSI "Littorio". Gli obici del Gruppo artiglieria "Mantova" aprirono il fuoco insieme ai partigiani.


Due eserciti che si stavano ammazzando ovunque altrove. Uniti da un pezzo di territorio che entrambi consideravano casa.


La linea tenne. I francesi vennero bloccati a La Thuile.


L'8 maggio arrivarono le truppe americane. La situazione si congelò, ma i francesi non mollarono subito. Continuarono a occupare le posizioni conquistate, in attesa di un riconoscimento diplomatico che non arrivò mai.


Spoiler:


Il 24 giugno 1945, il presidente Truman inviò un ultimatum diretto a Parigi. I francesi si ritirarono. La Valle d'Aosta rimase italiana.


Il CLN valdostano, intanto, aveva già liberato Aosta il 28 aprile in modo autonomo, rifiutando esplicitamente l'aiuto francese. La banda Ico e la 87ª brigata Saraillon sapevano benissimo cosa significava quella "liberazione" con la bandiera tricolore sbagliata.


La storia ufficiale racconta la Liberazione come una data sola, un fronte solo, un nemico solo.


Quella settimana in Valle d'Aosta dice che era tutto più complicato. E più interessante.


In breve:

Il 26 aprile 1945, truppe francesi di de Gaulle entrarono in Valle d'Aosta per annetterla.

Partigiani delle Fiamme Verdi e soldati RSI si allearono per bloccarli a La Thuile.

I francesi si ritirarono solo il 24 giugno 1945, dopo un ultimatum del presidente Truman.

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Governo sempre più ridicolo

 


No, il Governo Meloni non è responsabile del crollo dell'evasione fiscale. Fa sorridere - per non dire ridere - che da giorni, in asfissia da consenso dopo la batosta del referendum, le stesse persone che hanno provato ad innalzare il tetto al contante e che fanno condoni in catena di montaggio rivendichino recuperi straordinari sul fronte evasione. 


Come giustamente evidenziato anche da Pagella Politica, il recupero dell'evasione cresce da vent'anni per via della digitalizzazione, dell'uso delle fatture elettroniche, dei POS. In altri termini, tutto quello che la destra odia. I risultati sono frutto del lavoro ordinario dell'Agenzia delle entrate e basta vedere la curva del recupero per rendersene conto. 


Giorgia Meloni lo sa benissimo (o almeno chi le sta vicino). 

Così come sapeva benissimo che l'impatto che il Governo italiano può avere sull'inflazione è vicino allo zero, ma rivendicava ugualmente una vittoria monumentale su quel fronte. E così con altre mille cose. 


Apparenze, trucchetti, giochi di prestigio. Loro funzionano così.

Ma forse gli italiani un po' se ne stanno rendendo conto.

Leonardo Cecchi 

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Zen 32653

 


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Renata Fonte

 


L'uccisero con tre colpi di pistola. Renata Fonte  tornava la sera da un consiglio comunale a Nardò quando I sicari le si pararono davanti mentre stava per entrare in casa e la crivellarono di colpi.


Era stata la prima donna italiana a ricoprire la carica di Assessore alla Cultura e all’Istruzione. Madre di due figlie, da anni era impegnata in politica. A livello nazionale per i diritti delle donne, a livello locale per proteggere la sua terra dalla mafia.


Proprio per questo aveva proposto un piano regolatore decente per Porto Selvaggio, un’area splendida in Puglia. Aveva capito che la mafia ci avrebbe messo le mani sopra, e così aveva iniziato a battersi per una modifica al piano regolatore che evitasse la speculazione. La intercettarono prima della riunione che avrebbe approvato la sua modifica.


Era la sera del 31 marzo quando la uccisero.

Oggi, a distanza di quasi quarant’anni, Porto Selvaggio è uno dei più bei parchi naturali d’Italia. Protetto, come Renata Fonte avrebbe voluto. Uccisero lei, ma fallirono nell’obiettivo.


In questo giorno, anche quest'anno, a lei va il nostro ricordo. A lei a tutti coloro che si sono battuti contro le mafie.

Leonardo Cecchi 


Nella seconda metà degli anni ’70 del secolo scorso il proprietario di una vastissima area boscata retrostante alla piccola spiaggia di Portoselvaggio avanzò un progetto di lottizzazione che avrebbe interessato la vasta radura, denominata “la Lea” esistente fra il bosco e la scogliera. Quel progetto di lottizzazione fu efficacemente contrastato da un'azione di sensibilizzazione e di opposizione nella città e nel Consiglio Comunale. Messi sull’avviso da alcune scritte murali eseguite da studenti universitari tornati a Nardò dalle città in cui studiavano, i giovani di Nardò si informarono adeguatamente e poi si mobilitarono per sensibilizzare le organizzazioni politiche neritine, in particolare PSI e PCI, affinché si opponessero alla lottizzazione. Al proposito, andrebbe ricordato innanzi tutto un articolo redatto dal giovanissimo Marcello Tarricone e pubblicato su un giornalino studentesco che fu letto in molti ambienti e contribuì a sensibilizzare buona parte dell’opinione pubblica. Nel PSI e nel PCI, che negli anni precedenti si erano mostrati alquanto tiepidi verso il progetto di lottizzazione, prese il sopravvento una forte coscienza ambientalista che fu la base della successiva battaglia per la salvaguardia dell’area di Portoselvaggio. Vale anche la pena di ricordare il forte ostruzionismo posto in essere dai consiglieri comunali socialisti, comunisti e dal consigliere missino, volto a ritardare l'eventuale voto favorevole alla lottizzazione da parte della maggioranza dc. Da ricordare anche un seguitissimo comizio pubblico tenuto dall’Avv. Pantaleo Ingusci in difesa di Portoselvaggio e l’opera instancabile di sensibilizzazione dell’Avv. Salvatore De Vitis, all’epoca Presidente della Sezione Salento Ovest di Italia Nostra. Successivamente, il progetto di lottizzazione e lo scempio ambientale che ne sarebbe derivato vennero sventati, DEFINITIVAMENTE, con l'approvazione della legge regionale istitutiva del “Parco regionale naturale di Portoselvaggio e Baia di Uluzzo”, una legge redatta, presentata e fatta approvare nel 1980 ad opera principalmente di Luigi Tarricone (PSI) e di Antonio Ventura, all’epoca rispettivamente Presidente del consiglio Regionale e Capogruppo PCI nello stesso Consiglio.

Tutto ciò avvenne quasi quattro anni prima dell'assassinio della povera Renata Fonte. Le ricostruzioni successive delle dinamiche e delle ragioni che portarono all'uccisione di Renata risentirono di motivazioni e obiettivi che nulla hanno a che fare con la storia vera della salvaguardia di Portoselvaggio, perseguita da migliaia di cittadini e da decine di rappresentanti dei consigli comunale e regionale. Aver collegato l'uccisione di Renata Fonte con la battaglia per impedire la cementificazione di Portoselvaggio ha costituito un grave anacronismo (e quindi un falso storico) ed ha offerto obbiettivamente una specie di alibi all'incapacità (?) - da parte di  chi di dovere - di individuare le responsabilità di primo livello (superiore a quello di Spagnolo, un farabutto collegato con i vertici provinciali del suo partito), pure adombrate ma non sufficientemente indagate nel corso della lunga vicenda giudiziaria scaturita dalla morte di Renata, che probabilmente ebbe il solo torto di confidarsi con le persone sbagliate. 

È del tutto condivisibile l'argomentazione secondo la quale la morte della Fonte non può che essere collegata alla sua funzione pubblica, politica e amministrativa, come venne evidenziato anche nella trasmissione “Telefono giallo” condotta alcuni anni dopo l’assassinio da Corrado Augias. Infatti, una telefonata da Nardò nel corso di quella trasmissione adombrò l’ipotesi che la lottizzazione contro la quale si era battuta la Fonte sarebbe stata quella che, nell’area di Bellimento, era stata già tracciata abusivamente ma che non ebbe compimento dopo la morte di Renata.  Sulla base di tutto ciò, si rivela senza fondamento (né storico né logico) la narrazione secondo la quale il sacrificio di Renata sia da collegare alla salvaguardia di Portoselvaggio. 

Anche i tentativi insensati di collegare l’azione della Fonte con l’allargamento dell’area protetta di Portoselvaggio-Uluzzo alla Palude del Capitano, portati avanti da chi si è mosso (con interesse?) negli anacronismi, sono incomprensibili, tenuto conto che questo allargamento è stato realizzato nel 2006, quindi ben ventidue anni dopo la morte di Renata.

Avverto l’obbligo di sottolineare che la testimonianza e il sacrificio della nostra concittadina non sono stati né isolati né dimenticati. Un monumento funebre, l'intitolazione di una Scuola e una targa apposta in uno dei luoghi più suggestivi del nostro territorio, sono la dimostrazione evidente che non ci si è dimenticati del sacrificio di una donna che ha perseguito con onestà e determinazione gli interessi democratici della comunità neritina. Alla memoria di Renata Fonte, educata alla democrazia, all'antifascismo, all'ambientalismo ante litteram dal grande Pantaleo Ingusci (suo zio), si riservino ulteriori dedicazioni e riconoscenze. Va benissimo! Ma non si falsifichi la storia, speculando su una morte che ci colpì tutti, per i tornaconti di alcuni approfittatori.

1980: una legge regionale istituisce il Parco di Portoselvaggio impedendo per sempre qualsiasi speculazione.

1984: Renata Fonte viene assassinata nel palazzo dove abitava. La morte della povera Renata non ha nulla a che fare con la salvaguardia di Portoselvaggio.

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Elena Chiorino

 


Troppe, troppe, troppe buone notizie tutte insieme.


Si è dimessa ieri l'assessora regionale di Fratelli d'Italia Elena Chiorino, coinvolta nel caso Delmastro-Bisteccheria. 


L'esponente politica, fedelissima dell'ex (ex ❤️) sottosegretario Andrea Delmastro Delle Vedove, ha rassegnato le proprie "dimissioni irrevocabili" al presidente del Piemonte Alberto Cirio poco dopo le 19. Rimarrà in ogni caso consigliera regionale (figuriamoci).


Si vola 😍

Andrea Scanzi 

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La paura di perdere consensi fa paura!

 


Incredibile.


Guido Crosetto si è svegliato e si è ricordato di essere il ministro della Difesa di un Paese sovrano che ripudia la guerra per Costituzione, specie quelle illegali.


E cosa ha fatto? 


Ha negato a Donald Trump l’utilizzo della base di Sigonella.


È accaduto venerdì, lo scopriamo ora.


Bene, anzi benino. 

C’è voluto un mese di guerra, un mese di morti, disastri economici ed energetici epocali, violazioni di ogni diritto internazionale, balbettii, silenzi complici, castronerie totali, ma alla fine persino il governo italiano ha voltato - una volta tanto e per una volta - le spalle a Trump.


E ora li vedi lì i destroidi in fila sui social reclamanti applausi, scuse e pacche sulle spalle.


Gli stessi che per settimane hanno deriso il premier spagnolo Pedro Sánchez per aver fatto molto prima e molto meglio la stessa cosa. Gli hanno dato dell’ingenuo, del populista, del pazzo.


Allora forse si poteva fare.


Bastava - si fa per dire - statura politica e coraggio. O ce l’hai o, come don Abbondio, non te lo puoi dare.


Ora è tardi, tardissimo. Quasi grottesco.


Ma meglio tardi che mai.

Lorenzo Tosa 

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Collien Fernandes

 


È il caso che sta sconvolgendo la Germania. 

Collien Fernandes è un’attrice e presentatrice TV. Sposata con Christian Ulmen, attore. 

Una coppia di star, quelli della serie Jerks.

Sono anni che lo dice: ci sono deepfakes su di me che circolano in rete. Finte immagini e video porno, creati dall’IA e diffusi su profili social a mio nome. Con appelli a violentarmi. Io che dico e io che faccio, come fosse scelta mia. Lo dice in TV, ne fa persino un documentario. Parla pubblicamente di stalking telefonico, costante, quotidiano. Siamo nel 2023. 

Nel 2024 fa causa contro X. 

La notte di Natale, il marito le dice sono io. 

Sposati da 14 anni e una bambina. 

Cercava lontano, ed era l’uomo più vicino a sé.

Collien Fernandes ha fatto causa in Spagna, l’ex paese di residenza. L’ha scelto perché le leggi contro le violenze sessuali sono più evolute che in Germania. 

Ma ne parla su Der Spiegel. 

Lo rende pubblico, come Gisèle Pelicot, che ammira.

‘Mi ha violentata virtualmente. 30 uomini hanno intrattenuto con me relazioni sessuali on line a mia insaputa per diversi anni’.

E dal 20 marzo, l’onda. Una manifestazione a Berlino, una a Amburgo in cui lei stessa parla di fronte a 20000 persone, con il giubbotto anti-proiettili, visto le minacce di morte. 250 donne mediatiche scrivono una lista di 10 provvedimenti legali urgenti e la rettifica delle leggi in vigore sulle violenze digitali, molte sono vittime anche loro.

Giovedì il Parlamento Europeo ha approvato la legge che impedisce all’IA di spogliare persone senza il loro consenso. Come quella funzionalità di Grok, l’assistente creato da Elon Musk, che crea montaggi di donne e creature denudate, basta dare la foto originale.

‘Danke Collien’, cantano i cartelli nelle piazze, come per ‘Merci Gisèle’. Come il gruppo Facebook

‘Mia moglie’: l’omino, ordinario o star, con cui ti addormenti. Che crede possederti e, come dice

lei, ‘ruba il corpo’. Basta. Anche in Germania la vergogna sta cambiando campo.

(Con le parole di @pippiformenti)


https://www.liberation.fr/international/europe/mon-corps-a-ete-vole-au-fil-des-annees-en-allemagne-une-affaire-de-deepfakes-sexuels-secoue-la-societe-et-la-classe-politique-20260327_QMA6TWIE7FAGXHO2W3VR2ONLYE/


#labodifsegnala #oa #giselepelicot #collienfernandes

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Alessandro Cruto

 


Il 4 marzo 1880 una lampadina si accese in un laboratorio di Piossasco, un paese da niente in provincia di Torino.


Dentro c'era Alessandro Cruto, 33 anni, autodidatta, nessuna laurea, nessun laboratorio universitario alle spalle — solo ostinazione e idrocarburi gassosi.


La sua lampadina emetteva luce bianca, stabile, abbagliante.


E lì inizia il confronto che nessuno ti ha mai fatto.


Thomas Edison aveva presentato la sua lampadina nel 1879. Cruto ci arrivò 5 mesi dopo — ma con un filamento di carbonio sintetico puro, prodotto con una tecnica di deposizione da gas che Edison non aveva.


Il risultato: 500 ore di durata contro le 40 di Edison. Luce bianca contro luce giallastra. Tecnologia più semplice da replicare in serie.


Il costo: 5.000 lire contro i 300.000 dollari spesi dal rivale americano.


Aspetta.


Non è una leggenda metropolitana: il 4 marzo 1880 Cruto accese la sua lampada alla presenza di 10-12 persone nel Laboratorio di Fisica della Regia Università di Torino, tra cui il professor Andrea Naccari. Testimoni fisici, in carne e ossa.


Nel 1882 apre la prima vera officina produttiva a Piossasco. Il 16 maggio 1883 illumina le vie del suo stesso paese.


Trasferisce tutto ad Alpignano, sulle rive della Dora. Costruisce la prima fabbrica di lampadine d'Italia: 26 operai, mille pezzi al giorno.


La Westinghouse compra il suo brevetto per il mercato americano. Le sue lampade vengono esportate in Francia, Svizzera, Cuba, Stati Uniti.


E qui arriva il bello.


I soci litigano. Cruto si dimette nel 1889 per "forti disaccordi con la nuova gestione" — così riportano le cronache dell'epoca. Lo Stato italiano non muove un dito.


La fabbrica passa di mano in mano. Bancarotta.


Nel 1927 quello stabilimento che Cruto aveva costruito mattone per mattone viene acquisito da Philips.


Cruto era morto nel 1908, a Torino, a 61 anni. Senza riconoscimenti ufficiali, senza un francobollo, senza un posto nei libri di scuola.


Lo stabilimento di Alpignano esiste ancora. Oggi è gestito da Philips.


L'inventore no.


In breve:

Il 4 marzo 1880 Alessandro Cruto, autodidatta di Piossasco, accese una lampadina con filamento di carbonio sintetico superiore a quella di Edison: più luminosa, bianca e con 500 ore di durata contro 40.

Costruì la prima fabbrica italiana di lampadine ad Alpignano: 26 operai, 1.000 pezzi al giorno. La Westinghouse comprò il suo brevetto per gli USA.

Dopo liti tra soci e il disinteresse dello Stato, Cruto si dimise nel 1889. Morì nel 1908 dimenticato. Nel 1927 Philips acquisì il suo stabilimento, che ancora oggi usa.

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