giovedì 2 aprile 2026

Non cambierà un cazzo

 


Ci sono due analisi che si possono fare il giorno dopo la nostra terza eliminazione ai play-off mondiali, una più semplice e un'altra molto più complessa. Affrontiamole "dal facile al difficile" come piace al nostro Settore Tecnico. [L'articolo è a cura di Giacomo Peron, il primo che si lamenta perché è lungo, vince un orsacchiotto..]


Il calcio italiano ha dei problemi profondi da affrontare se vuol tornare a competere ai massimi livelli, ma NON SERVE RIFONDARE IL SISTEMA PER BATTERE LA BOSNIA. Possiamo trovare difetti grossi in tutti i calciatori della nostra rosa, ma ieri abbiamo giocato contro giocatori del Pafos, riserve del PSV, giocatori di 2. Bundesliga - fra cui Dzeko quarantenne da 11/0 in A con la Fiorentina - , giocatori del campionato ceco e del campionato austriaco. Tabakovic che ha deciso la partita col suo ingresso in campo è arrivato in Bundesliga a 29 anni e non è che un centravanti di medio-bassa classifica. Noi siamo messi male, ma possiamo pensare di essere più forti della Bosnia?


Io lo capisco Gattuso, lui nel dubbio si presenta coi titolari perché la partita è lunga, l'ambiente è ostile, noi stiamo comodi nel 3-5-2 e ci teniamo la superiorità numerica contro i 2 centravanti avversari. Però poi la partita l'abbiamo vista tutti...Donnarumma che non arriva alla metà campo col rinvio almeno sei volte, Dimarco saltato ogni singola volta che Tonali non raddoppiava da un ragazzino coi calzettoni bassi che fatica a giocare nel PSV Eindhoven, scalate macchinose sugli esterni con le nostre mezzeali, Politano che gioca alla cavallina difendendo in area contro gente che gli dà 20 centimetri e un polmone e mezzo, dobbiamo continuare? Continuiamo! 


Appena è stato espulso Bastoni io ho subito pensato: "Quasi meglio! Abbiamo la scusa per mettere Palestra, passare a 4 e coprire meglio ste fasce." E invece no! Entra Gatti e stiamo col 3-5-1, che non può che trasformarsi in 5-4-0 in fase difensiva, perché non abbiamo più armi per coprire decentemente il campo. Dimarco e Politano restano lì dove sono, a farsi prendere in giro sugli esterni aspettando un raddoppio che nel primo tempo spesso nemmeno arriva. Gatti ha pure fatto discretamente bene, tanto da far pensare "e se avesse giocato dall'inizio al posto di Bastoni?", ma non è questo il punto - e voglio vedere chi al posto di Gattuso avrebbe messo fuori Bastoni, troppo comodo parlare adesso. Facile dire che "i ragazzi hanno saputo soffrire" dopo aver loro martellato l'alluce del piede con le scelte tattiche. La cattiva gestione del momento dell'espulsione è certificata dal fatto che cinque minuti dopo esce Politano per Palestra, perché è lampante che da quella parte serve uno che corre, contrasta e salta di testa meglio dell'ala del Napoli (perché Politano è un gran bravo ragazzo, ma resta un'ala). 


Al 70’ togliamo Kean e Locatelli per Esposito e Cristante. Letteralmente i due migliori in campo fino a quel momento. Locatelli sta sulle balle a tutti da anni, ma ragazzi, fino a che l'hanno tolto ha recuperato palloni (1° per contrasti e intercetti), verticalizzato, vinto duelli, trasmesso grinta con parole e fatti e se non ci credete, riguardate la partita. Kean ok si è mangiato il 2-0 e la Gazzetta dello Sport per qualche faziosa, fastidiosa ragione ha deciso di dedicargli la copertina di tutti i post social che parlavano dell'eliminazione, ma lo ha fatto dopo 65m di fuga solitaria a 100 all'ora, cosa che NESSUN altro attaccante italiano può fare, perché l'esplosività ce l'ha solo lui e, quindi solo lui poteva consentirci di salire una fetta decente di campo. Io non dico non dovessero uscire, perché sicuramente avevano entrambi speso tanto, ma aspettiamo altri 5/10 minuti. Il pallone che Esposito calcia alto perché lo aspetta sul posto come fanno i Pulcini, nei piedi di Kean avrebbe fatto altro percorso? Notate che la Bosnia si è affrettata a metter dentro il 3° centravanti (proprio Tabakovic) quando noi abbiamo fatto questi due cambi. Come a dire: ok adesso hanno rinunciato ad essere pericolosi e noi possiamo andare all-in.


Il vero mistero però è come sia stato possibile per Dimarco stare in campo per 90’. Minuti spesi a: sbagliare ogni singolo tocco di palla, chiamare continuamente un raddoppio (e quindi togliere un uomo dal centrocampo) e farsi saltare quando il raddoppio non c'era. E, se questa non è la prima partita difensivamente insufficiente di Dimarco in nazionale, la scarsezza del suo gioco con la palla è la cosa che proprio non gli si può perdonare, perché la qualità del suo sinistro è letteralmente il motivo per cui ha fatto la carriera che ha fatto e ciò che mi rende un suo estimatore. Sto ragazzo però ieri sera ha sbagliato le scelte e i tocchi. I tocchi perché non è la prima volta che nelle partite importanti gli tremano le gambe, le scelte perché ha ancora l'Inter di Inzaghi (che però lo toglieva sempre al 60’) nei piedi. Avete presente quando Spinazzola è partito palla al piede e a momenti non manda in porta Esposito nei supplementari? Ecco, Dimarco ha avuto almeno due occasioni per fare una giocata simile, ma ha scelto un appoggio laterale con inserimento e/o sovrapposizione interna, ovvero la tipica giocata arzigogolata dell'Inter di Inzaghi che, però, funziona con altri compagni di fianco che pensano cose diverse. Anche da Barella ho avuto questa impressione, soprattutto quando si trattava di uscire dal pressing dopo una palla riconquistata vicino alla nostra area (e si andava indietro). Posso dire? Questo tipo di scelte mi dà fastidio. Perché quei palloni sono pesanti, siamo tutti lì a soffrire guardando la partita, non puoi gestirli affidandoti ad un processo meccanico. Se sei presente a te stesso non fai il cucchiaietto dalla bandierina del corner a un compagno che nell'Inter c'è e in Nazionale no, alimentando la pressione avversaria. Se sei presente a te stesso la spari in tribuna e fai rifiatare tutti. 


Finisco dicendo: ma fra Gattuso, Buffon, Bonucci, gli altri membri dello staff, 22 giocatori uno che abbia detto "Magari il primo rigore non facciamolo tirare al ragazzino del 2005 che stava in B fino a dieci mesi fa" c'è stato? Uno che si prendesse un minimo di responsabilità? Vero è che cercando un giocatore di personalità fra quelli disponibili per battere siamo costretti a ricorrere a chi? Che siamo una squadra formata per lo più da bambinoni troppo cresciuti si sapeva anche prima - e la sceneggiata di un capitano che è sempre il primo a perdere le staffe e saltare addosso a tutti mi fa piangere in Fabio Cannavaro - però rendiamoci conto che il rigore più importante lo abbiamo fatto battere al ventenne con 11 presenze da titolare in Serie A. E i primi che di questo si devono vergognare sono i suoi compagni che non hanno alzato la mano. 


A me dispiace battere ancora su Dimarco, ma c'è un dettaglio che mi permette di agganciarmi alla seconda analisi. Per tutta la partita ho assistito a un dejà-vu del corso UEFA C che ho frequentato nel 2015. Alcune lezioni sono state dedicate ai modi per affrontare il 2v2, che so ancora elencare a memoria: duello, palla sopra, taglio, uno-due e sovrapposizione, ognuno dei quali ha una specifica contromisura da attuare in fase difensiva. Ecco, i nostri, come me all'epoca, hanno studiato dal manuale. Abbiamo speso tantissima energia nel replicare all'infinito le scalate e i movimenti prescritti sugli esterni e mi sono trovato a pensare che siamo probabilmente gli unici nel mondo che lo avrebbero fatto. Sia Palestra che Spinazzola hanno fatto una cosa importante appena entrati: sono andati a pressare forte la ricezione del loro diretto avversario, impedendogli di girarsi. Fine, basta, sparito, risolto il problema. La lettura, il coraggio, l'intensità, il duello individuale: queste sono le cose che vincono le partite nel calcio professionistico di oggi dove tutti sono super preparati a livello fisico e giocano ad alto ritmo (tranne noi). 


Abbiamo la migliore scuola allenatori del mondo? 770€ per sentire uno che legge le slide fatte con CTRL+C CTRL+V dai manuali che giravano vent'anni fa. Tutti promossi all'esame, se per caso lo canni, lo rifai. Esci che sai tutti i tipi di esercitazione, ma non ne sai progettare, spiegare, condurre una. Aggiornamenti obbligatori (a pagamento) con video che si mettono in pausa all'improvviso per chiederti il colore della casacca dato al ragazzino con le scarpe gialle per vedere se eri attento a questo interessantissimo esercizio di PALLAMANO (storia vera). Il valore dei corsi c'è nei momenti fuori dalla lezione ordinaria, quando il mister che forma parla delle sue esperienze e di quello che ne ha tratto o quando ci si confronta con gli altri corsisti. Ma allora forse bastava trovarsi (gratis) per un caffè. Ecco, nelle scalate sulle fasce io vedo l'arretratezza del calcio italiano.


Sono passate poche ore dalla fine della partita, ma eravate tutti pronti. Vi ho visti nei commenti e nei post coi vostri cavalli di battaglia:

- i settori giovanili pieni di raccomandati

- la tecnica non si allena più

- si selezionano i giocatori solo per il fisico

- gli stranieri che giocano e gli italiani in panchina. 

Chi non è d'accordo con queste affermazioni alzi la mano, ma credo che ne troverò pochi. Però a me non mi fregate. Sono 16 anni che faccio l'allenatore e vi ho visti tante volte. Siete in tribuna a urlare "Passa! Passa!" al figlio del vostro amico, a insultare l'arbitro e gli avversari, a rompere il cazzo per un calcio d'angolo nelle partite dei Pulcini, a chiamare il mister degli Esordienti sotto la tribuna per festeggiare una vittoria ottenuta calciando la palla a caso verso l'attaccante costantemente oltre la linea difensiva, a filmare vostro figlio di 7 anni che fa un dribbling per sbatterlo su TikTok e sponsorizzarlo con responsabili e osservatori, non mi fregate e io non mi fido di voi. Possiamo essere d'accordo su delle cose, possiamo collaborare in certi momenti, ma non mi fido di voi che girate dove gira il vento e cambiate idea col cambio di stagione. 


I problemi complessi nella mia esperienza si possono affrontare solo fissando dei principi e navigando saldi nella tempesta. I problemi del mondo del calcio italiano sono i problemi dell'Italia e la governance di cui tutti chiedete le teste riflette quella del paese. Per anni vi è andato bene chi vinceva senza senso di responsabilità e senza dignità,bastava che fosse dalla vostra parte, non avete il diritto di svegliarvi adesso e pretendere queste cose passando la spugna sulla vostra coscienza. E vi continua ad andare bene, perché festeggiate la squadra del paese che vince il campionato di Promozione coi fuoriquota in prestito dal professionismo, coi veterani che cambiano una squadra all'anno perché si trovano 50€ in più sul compenso e, soprattutto, coi ragazzi del paese che vanno p in Seconda Categoria o vanno in tribuna a tifare per la società che li ha lasciati a casa. Il primo problema del calcio, è che chi ha passione e mette tutto se stesso, quando sbaglia viene trattato da coglione da un ambiente di furbissimi seduti comodi fuori dal campo a pontificare, o appesi alle reti a insultare. Perché prosperano i cinici, che sanno maneggiare il potere, facendo e ricevendo favori, coltivando rapporti clientelari e che rientrano dalla finestra quelle rare volte in cui vengono messi alla porta. 


Il secondo problema del calcio italiano è che la vera motivazione per cui l'attività sportiva viene praticata è, spesso, economica. Lo sport dilettantistico tante volte sta in piedi per fare sponsorizzazioni fittizie e fatture gonfiate. Siamo l'unico paese dove il terzo settore è diventato un leviatano ingovernabile, dove tantissimi servizi alla collettività sono lasciati in mano ad associazioni di volontariato vere o presunte, perché è più facile pensare che da noi sia sistemica la passione del singolo, piuttosto che i più basilari principi di convivenza sociale. Da noi la Federazione (e di converso lo Stato) sono entità di cui IO non faccio parte e da cui IO mi devo difendere, non organi che rappresentano anche me, cui io contribuisco quando posso e da cui io ricevo contributi se ne ho bisogno. Voi mi direte: eh ma con quei politici, eh ma con Gravina, come fai a sentirti rappresentato? Come ci sono arrivati lì quei politici? Come ci è arrivato lì Gravina? Sipario.


Lo sport professionistico è un business, puro e semplice. Su questa pagina ho la sensazione che vi abbiamo raccontato pezzo per pezzo gli ultimi stadi della trasformazione. Ma il problema è: come ci è arrivato ad essere un business? Comunque colpa vostra, ragazzi. Siete voi che volete sempre il nuovo calciatore o il nuovo allenatore, che con tre partite perse di fila impazzite e smontate i seggiolini o devastate i cessi dello stadio. Queste cose costano soldi, chi ha passione li mette per un po', ma se la gratitudine che riceve sono le gomme tagliate delle macchine quando si perde una partita, ma chi glielo fa fare? Chi prospera in questo ambiente? I predatori che comprano aziende in declino, tagliano, rimpacchettano, e vendono per un profitto. I personaggi umidi da sottobosco, che orchestrano i famosi "giri di stecche", si vendono le partite, spostano i debiti in scatole vuote e scappano con la cassa. I ricchi da far schifo, che si dilettano nel costruire progetti senz'anima per marketing e per sentirsi più bravi, quando finalmente smentiscono gli amici del country club e riescono a fare i soldi pure col calcio, che è un buon modo per perderli. 


L'Italia risolve i problemi di questo tipo vietando un singolo comportamento, aggiungendo 10 nuovi passaggi burocratici di "verifica", scrivendo norme che prevedono sanzioni severissime e trovando un cavillo per mitigarle quando colpirebbero qualche amico. La meritocrazia non si traduce in "persone competenti con la schiena dritta che valutano i meriti apprezzando sfumature e fattori ambientali", ma in centinaia di parametri misurabili il cui rispetto diventa una serie di spunte su un foglio che soppiantano i veri obbiettivi che uno dovrebbe porsi. Ho tutti allenatori patentati, tre squadre per categoria, la convenzione col medico e mando pure il laureando in scienze motorie (perché gli altri lavorano) nelle scuole elementari a fare l'ora di calcio. Sono "Club di Terzo Livello", però in Prima Squadra giocano lo scarto del campionato Primavera 3 perché mi danno 2000€ per tenermelo in prestito, il quarantenne che ha giocato in tutte le squadre del girone e il figlio del mio urologo così non pago le visite. 


Il calcio ha perso il suo ruolo sociale perché ha smesso di creare storie significative (per quanto le TV e tante pagine social ci provino in tutti i modi) e ha cominciato ad inseguire la dopamina che tutta la nostra società insegue tutti i giorni tutto il giorno. Non è colpa del calcio, è colpa nostra. Non dico "vostra" stavolta perché anche io sono un figlio del mio tempo e non sono immune a tutto questo. Mi differenzia il fatto che quando sono in campo so di essere un adulto in presenza di bambini e ragazzi e regolo il mio comportamento di conseguenza, cosa che voi non fate e, ripeto, lo so, perché sono 16 anni che vi vedo tutte le settimane, che gestisco i problemi che create ai vostri figli e all'ambiente in cui state, che leggo di quando avete invaso il campo per picchiare l'arbitro o il mister. Vi vestite da adulti, ma dentro siete bambini, come i calciatori della nostra Nazionale, che in questo ci rappresentano benissimo. 


Le storie sono ciò che permette l'evoluzione, ovvero l'inquadrare l'esperienza in una cornice più ampia che la contestualizza e ne trae valori. I valori sono la bussola che guida nella tempesta delle emozioni del momento. Tutte le volte che mi avete risposto "Eh cosa vuoi, è difficile controllarsi" quando vi ho rotto le scatole per il teatro che fate alle partite dei vostri figli, io vi ho sorriso e ho cercato di relazionarmi e mediare per spiegare (perché senza relazione non c'è comunicazione), ma dentro di me ho preso nota che voi non avete valori. E se lo dico è perché quando vedo i nostri Pulcini prendere gol io sono il primo che vorrebbe impazzire perché voglio vincere, ma ho imparato a gestire questa cosa. Potete farlo anche voi, dovete sapere che si può migliorare. 


Il ruolo sociale del calcio era quello di dare lezioni di vita, di creare ricordi collettivi che cementassero le relazioni interpersonali fra i pari, di sublimare le tensioni sociali nell'esperienza catartica della competizione. Ora la competizione non conta, conta la vittoria, l'esperienza è spezzettata in TV e sui social finché alle persone non si sostituiscono i personaggi, e ai personaggi non si sostituiscono i meme. Nei campi di provincia è normale per un ragazzo di 13/14 anni aver cambiato già 3 o 4 società, per cui la sua storia diventa le sue stories, ogni volta con una maglia diversa e rigorosamente in posa coi pugni chiusi dopo una vittoria. E non sono io che porto in giro i vostri figli e scrivo loro post di elogio su Facebook, siete voi. Siamo un movimento fragile perché siamo una società fragile e siamo una società fragile perché ci sono troppi individui fragili. Il primo modo di commettere un errore è avere una posizione da difendere, ovvero, costruire la propria identità e i propri traguardi sulla base di bugie ed illusioni e doverle quindi ripetere con violenza sempre crescente per non farle dissolvere. I forti cambiano idea senza cambiare persona, perché la persona esiste a prescindere dalle idee, ed ogni idea è fatta per essere sfidata e superata dalla successiva. 


Se io dovessi guidare la riscossa del calcio italiano, partirei da qui, perché senza le persone non si cambia nulla. E probabilmente nemmeno mi muoverei, perché se la passione non può essere sistemica, mi viene da dire (amaramente) che la cultura e la maturità personale non possono esserlo parimenti. Cosa cambierei quindi? Tanti miei colleghi allenatori e responsabili discutono tutti i giorni di metodologia di allenamento. In giro c'è tanta gente appassionata e competente e ne parlerò tra poco. Prima però dobbiamo dire che l'individualismo endemico della società italiana è un problema, allora l'attuale impostazione di tutto il terzo settore (ASD, APS…) è sbagliata. Ci vuole più Stato e meno fiducia nel singolo, che tradotto nel calcio vorrebbe dire più Federazione. Processi di controllo qualità gestiti da Persone Competenti con la Schiena Dritta (PCSD per gli amici) che girano i campi con potere decisionale e non sulla base di moduli da compilare e valutazione titoli eseguita a Roma. Ma voi sapete per esempio che in 3 anni i tesserati del Settore Giovanile e Scolastico della FIGC Veneto sono stati tagliati (per mancanza di fondi) da quasi 120 a circa 40? Sapete che i compensi sportivi arrivano con mesi di ritardo e sono di una miseria vomitevole rispetto alla mole di lavoro? Il problema è che la FIGC sta con le pezze al culo e tre Mondiali saltati di fila non aiutano, per cui aspettatevi altri tagli. 


Consideriamo che in Italia i soldi ci sono solo per le armi e i vitalizi, quindi il problema economico salterà fuori ancora e ancora. Per esempio nei settori giovanili professionistici. Più o meno ogni provincia italiana ha un Grande Club Professionistico (GCP), qualcuna anche più di uno. Ora, il GCP ha i suoi osservatori (gli stessi da sempre) che girano i campetti alla ricerca di giocatori da inserire nelle proprie squadre. Quando il GCP mette gli occhi su un ragazzo di una dilettantistica e lo contatta, lo porta agli allenamenti e se piace lo richiede. Non ce n'è uno che dice di no, e vorrei vedere. Quindi la domanda diventa: ma è possibile che, avendo a disposizione, TUTTI i giovani calciatori di un territorio fra cui scegliere, non riesci a trovarne uno (UNO!) buono abbastanza per giocare in SERIE C? Il Vicenza ha vinto il campionato di C con 6 ragazzi del vivaio in Prima Squadra e si intervista il Presidente Rosso che è orgoglioso degli investimenti fatti nel Settore Giovanile. Benissimo, bravissimi, continuate. Ma perché fa notizia? Islanda: isola remota del nord-ovest europeo situata sulla Dorsale Medio-Atlantica. Sei mesi di neve e buio all'anno, si gioca su campi sintetici coperti. Densità di popolazione molto bassa. Circa 400.000 abitanti (poco più di Firenze). Un paio di centinaia di calciatori professionisti, quarti di finale all’Europeo. Come avranno fatto? Magia nera.  Norvegia: stessa situazione ambientale, forse peggio perché distribuita su un territorio più ampio. Circa 6 milioni di abitanti (poco più del Veneto). Ci hanno piallato andata e ritorno. Mistero. 


Fatemi ancora i discorsi sulle Scuole calcio che costano 1000€ e sui mister che non insegnano la tecnica. Le professioniste da noi possono fare QUELLO CHE VOGLIONO sul territorio eppure Nazioni con meno bacino di nostre città o regioni ci danno la paglia come ridere. Pensateci, quando prendete vostro figlio di 8 anni e lo portate al provino del GCP locale. Come è possibile? Perché la Prima Squadra costa tantissimo e per il Settore Giovanile restano le briciole. E allora l'U15 che fa il campionato Nazionale, e deve girare 4 regioni per le trasferte, se le fa pagare dal figlio dello sponsor che il Mister deve far giocare per contratto. Ma voi cosa fareste nei suoi panni o in quelli del Responsabile del Settore Giovanile che non sa come far quadrare i conti? Però mi raccomando, contestate il Presidente se la Prima Squadra che tifate fa 10° invece che 8° in campionato o se non vi compra l'attaccante che aveva detto avrebbe comprato. E poi i mister della Scuola Calcio li paghiamo in visibilità. "Sei nel GCP, qui ti facciamo formazione e ti mettiamo in mostra di fronte al GGCP (Grandissimo Club Professionistico) così puoi far vedere le tue capacità, quindi vieni da noi a lavorare 7 giorni su 7 - perché devi anche fare il secondo al mister dell'U17 - per 200€ al mese. Ma guarda che il mister dell'U17 è ECP (Ex Calciatore Professionista), ti può insegnare tanto mentre gli posi i cinesini per l'11v0." Chi credete che accetti queste condizioni? I mister competenti e appassionati, o gli ambiziosi che cercano di arricchirsi il curriculum e si parcheggiano in attesa di poter approdare a lidi migliori? Questa è la situazione, ragazzi. Tutte quelle società che non hanno TANTI soldi e allora possono investire ANCHE nel Settore Giovanile sono con le pezze al culo. Ma perché non possono investire SOLO nel Settore Giovanile, mi direte voi? Ormai avete capito, è colpa vostra che volete i risultati oggi e se non li avete pestate i piedi. Mettetevi nei panni di presidenti e dirigenti; e criticateli solo se avete l'assoluta certezza che al posto loro accettereste le contestazioni e le violenze per la gloria di aver avuto ragione forse 5/10 anni dopo. 


Ora credo sia arrivato il momento di parlare di metodologia. Premesso che: il discorso metodologico ha un valore solo in quelle parentesi di tempo in cui un mister di settore giovanile può non preoccuparsi dei risultati e lavorare tranquillo. Se per sbaglio c'è da vincere il campionato, o da salvarsi, potete prendere il discorso che sto per fare e buttarlo nel cestino, perché d'improvviso vale tutto, l'importante è raggiungere l'obbiettivo. E ci mancherebbe: se per sbaglio retrocedi dai Regionali sai già che i pochi ragazzi buoni che hai cambieranno società, così come faranno quelli dell'annata sotto, e il lavoro di anni va buttato. Se per caso vinci, tu mister hai 20 anni di panchine assicurate, perché la stra-grande maggioranza dei Responsabili al campo non ci va o ci va poco, e se ci va ci capisce poco, per cui il curriculum conta più della qualità del lavoro, come vieni percepito dall'ambiente conta più dei rapporti umani. A 20 anni hai entusiasmo e voglia di incidere, a 30 sai che nessuno ti giudica per le tue competenze tecniche ed umane, ma solo per i tuoi risultati e per come ti vendi. E tu che leggi e parli male del mister a tuo figlio perché non trasmette "grinta", sei parte del problema, perché poi tuo figlio quel mister lo rispetta meno e all'improvviso gli allenamenti perdono efficacia e gioca poco motivato, e si trova male coi compagni, finché il mio lavoro di allenatore va a farsi benedire per il tuo pregiudizio da divano. E allora la mia competenza chiave di mister non è più l'abilità metodologica, ma diventa la mia capacità di comunicazione con genitori e società. Non lavorare bene, ma fare bella figura.

 

Parliamo di metodologia, e nello specifico nel mirabolante nuovo progetto varato dalla Federazione, che ha deciso di premiare Maurizio Viscidi per l'ottimo lavoro svolto coi nostri giovani e dargli in mano Tutto. A patto che cominciasse a usare gli slogan che fino ad un anno fa cercava di smontare. "Più tecnica e meno tattica" pronunciato da chi ha in mano l'indirizzo tecnico dell'Italia a me fa paura. Magari è solo che non è ancora chiaro cosa significherà, ma si tratta di una frase che l'italiano medio ha in bocca da anni senza saperne nulla e, che se applicata male, potrebbe ridefinire i canoni della "competenza" italiana al ribasso. "Tattica" significa scelta di uno specifico comportamento tecnico-motorio per la risoluzione efficace di una situazione di gioco. Busquets che controlla col tacco e passa in mezzo a due avversari è TATTICA INDIVIDUALE. Yamal che muove le anche per squilibrare l'avversario e infilarlo dalla parte opposta è TATTICA INDIVIDUALE. Capite bene che questo è inscindibile dalla tecnica, così come inscindibili sono percezione ed azione, chiunque ha giocato a calcio capisce che il "giocatore pensante" esiste solo quando la palla è dall'altra parte del campo, perché altrimenti pensiero e azione sono la stessa cosa prima che tu te ne renda conto. Allenare secondo approcci che separano le componenti o adottano un approccio cognitivista è sbagliato. Non è inefficace nel 100% dei casi, perché l'apprendimento è complesso, non si sa mai davvero quale stimolo smuova cosa in un giovane calciatore. Spesso esercitazioni che non c'entrano col Gioco sono utili anche solo per dare un minimo di gratificazione al ragazzo che poi affronta con più coinvolgimento le attività davvero efficaci.  


La ricerca metodologica e il continuo ciclo di aggiornamento teorico-feedback pratico-nuovo aggiornamento sono il mio personale pane quotidiano, la cosa che mi ha agganciato di questo lavoro e che mi tiene ancora qua nonostante tutto. Come me, siamo in tanti. E siamo tutti incazzati, perché non ci caga nessuno.  Ce la cantiamo e ce la suoniamo in oscuri gruppi FB o in conversazioni private dove ci vomitiamo addosso le nostre scoperte, perché sarà l'unica occasione in cui interesserà a qualcuno. Sono diventato Responsabile di Scuola Calcio solo per avere uno sfogo a questa frustrazione. Ho trovato terreno fertile, faccio formazione, alleno, divulgo e mi stanno pure a sentire, ma sono un'eccezione irrilevante.  E adesso mi vengono a dire "più tecnica, meno tattica", come direbbe il clown di cui (molto) sopra, che poi la domenica in tribuna è tutto un "Passa! Butta su! NOOOO", che pensa che la tattica sia la diagonale difensiva o il "possesso palla", questo demone oscuro che ha rovinato il calcio e cancellato le mezze stagioni. 


Il tutto in un momento storico in cui fioriscono le A.S.D. (perché sono tutte Associazioni sportive dilettantistiche) del tipo "Allenamenti individuali", dove si insegna la VERA TECNICA: le finte, i tiri al volo con la paretina, gli slalom e tutto ciò che i mister scarsi delle società non fanno più fare. Per carità, io non demonizzo nessuno, magari a qualcuno questi allenamenti servono anche e magari i ragazzi si divertono così. Siate consapevoli però che questo è un business e come tale viene reclamizzato agli allenatori che fanno i corsi di formazione offerti dagli Enti che patrocinano queste iniziative. Non c'è niente di sano nel mettere formazione (calcistica, ma di qualsiasi tipo) dietro sbarramento economico, nell'alimentare l'individualismo e il protagonismo che stanno incancrenendo l'ambiente e nel presentare questo come "la cosa che fa la differenza" per vendere due lezioni in più sfruttando la FOMO dei genitori senza spina dorsale di oggi.  Conosco personalmente diversi ragazzi che fanno gli individuali e posso dire che sono tutti competenti, appassionati e (non proprio tutti) pure simpatici, ma non mi piace tanto di quello che vedo sui social legato a questo mondo perché la cultura che c'è dietro e gli atteggiamenti che questo produce fanno parte delle metastasi che sto descrivendo da ormai 29000 battute.


Volete che vengano selezionati i ragazzi più tecnici, ma ho perso il conto di quante volte ho sentito commenti rammaricati sul fisico minuto di certi 13enni. E poi, voglio dire, vi fa schifo il possesso palla e la costruzione dal basso, mi spiegate che posto trovereste a un calciatore piccolo? Ma avete visto che differenza fa essere esplosivi fisicamente nel calcio di oggi? Pensate al cambio Politano-Palestra quante cose positive ha portato. Politano è più tecnico di Palestra siamo d'accordo, no? Eppure stiamo qua tutti a dire che avrebbe dovuto giocare quell'altro...perché? Perché corre e vince i contrasti, e trovatemi una squadra che non sia piena di giocatori così e che sia anche vincente. E una società che vive guadagnando sui talenti che riesce a piazzare potrà mai investire su uno che diventerà appetibile solo se dovesse crescere di 20cm o mettere 20kg di muscoli in più? Statisticamente conviene prenderli tutti grossi e sperare che ad almeno un paio i piedi si raddrizzino quanto basta, o sbaglio? Siete degli ipocriti, volete dagli altri ciò che per primi non fareste. Volete la botte piena e la moglie ubriaca, il calcio "all'italiana" e i fantasisti. Volete le squadre coi giocatori italiani e poi godete come ricci quando Pio Esposito o Camarda non mantengono le aspettative. Sugli stranieri avete tutti ragione e avete tutti torto, perché un giorno commentate con addosso la maglia della Nazionale e il giorno dopo gufate con quella della vostra squadra. Ci sono troppi stranieri in Serie A perché ci sono troppi pochi italiani di livello, ci sono troppi pochi italiani di livello perché come il sistema è malato, e ogni giorno la malattia peggiora e si espande al ritmo della vostra incontinenza verbale, sui social come in tribuna. 


A me dispiace aver messo insieme tutte queste lamentele polemiche, vi assicuro che "nella vita reale" sono conciliante cerco di dare spazio e costruire ponti per le diverse sensibilità, perché sono convinto che ci sia del buono nelle persone che si spendono per il calcio, dagli addetti ai lavori alle famiglie. Penso che tutte le parti in causa abbiano le loro ragioni e posso comprendere il modo in cui si comportano e le scelte, ma siamo una marea di "Io" in conflitto con quello che Mark Fisher chiamava "il Grande Altro". C'è sempre qualcuno che ci giudica e che determina indirettamente ciò che riusciamo ad ottenere, perché nessuno si salva da solo e l'ambiente è determinante. Anche quel "qualcuno" ha le sue ragioni per i suoi comportamenti, e alcune possono pure essere legittime, ma un conto è il "moto dell'animo", un conto sono comportamenti verso il mondo esterno. Se sono stato così duro contro di voi è perché vorrei davvero risvegliare le coscienze. Perché se non hai una cosciente gestione dei tuoi comportamenti, il Grande Altro sceglie per te, solitamente male. La paura e la rabbia producono manifestazioni deleterie per il sistema, che a loro volta portano conseguenze che alimentano paura e rabbia. La paralisi si concretizza quando il minimo passo solleva più problemi di quelli che supera.


C'è davvero un problema di singoli, perché l'élite della governance è formata dai soliti pochi incravattati che cavalcano l'onda cercando una poltrona nella corrente, totalmente avulsi dalla realtà. Ma stiamo parlando di organi rappresentativi e, se i rappresentanti sono pessimi, forse c'è un problema anche nei rappresentati. Il fatto è questo: gente che vuole formare giocatori liberi, motivati, autonomi, intensi, tecnici, creativi c'è. Ma non può lavorare come vuole, perché siamo in un sistema dove comanda chi ha le giuste clientele e tutti gli altri si scannano ansiosi di ritagliarsi un pezzetto da chiamare proprio, dove ogni passo può esser fatto solo essendosi parati il culo e dove l'apparire conta più dell'essere, perché l'essere non è rimasto più nessuno anche solo in grado di intravederlo. E, in ogni caso, non ci sono soldi. Se vi sembra che questo non descriva solo il calcio ma anche il vostro settore di competenza beh, è ovvio. Le persone quelle sono, la società questa è. 


La colpa è di Gravina? Sicuramente. È di Gattuso e di Buffon che lo ha raccomandato? Ma certo. Ma è anche vostra, è anche mia, che siamo tutti parte di questa cultura cancerogena. Ai miei mister io dico che il primo obiettivo è "creare un'esperienza positiva per tutti - ragazzi, tecnici e famiglie". Positiva vuol dire che: vado a casa contento, affronto onestamente delle difficoltà, vivo tante cose diverse. E questo noi lo facciamo: la mia coscienza si lava ogni giorno al campo nelle emozioni che vivo in prima persona e attraverso i miei collaboratori e miei piccoli calciatori. Sto bene attento, però, a non alzare mai troppo lo sguardo verso al di là della mia isola felice. La Nazionale purtroppo spariglia le carte, perché tutti ci sentiamo parte e non possiamo sfuggirne. Quando Cannavaro l'ha alzata alta, perché 20 anni fa era più bello essere italiani abbiamo vinto tutti insieme. Io ero poco più di un bambino, e in quell'estate per la prima volta ho pensato che avrei voluto diventare allenatore. Oggi è arrivato il momento di perdere tutti insieme, e assumerci le nostre responsabilità verso il passato e verso il futuro, perché siamo adulti, cazzo.

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Il calcio italiano è una vita che è una merda!

 


Federico Mangiameli, 21 anni, ha lasciato il calcio professionistico nell’estate 2025 dopo un percorso nelle giovanili di Milan, Bologna e Torino. La sua testimonianza, affidata ai social, riaccende il dibattito sulle criticità del sistema calcistico italiano, emerse ancora una volta all’indomani dell’eliminazione dell’Italia nel playoff contro la Bosnia.

Nel suo sfogo, l’ex calciatore descrive un ambiente distante dall’immagine patinata spesso proposta all’esterno, denunciando dinamiche economiche e gestionali discutibili.

“Solo chi ha vissuto quel mondo può capire lo schifo che c’è dietro – si legge nel messaggio condiviso sui social a corredo di una sua foto con la maglia del Milan -. Procuratori che portano calciatori dalla Promozione alla Serie C grazie a una busta da 50mila euro. Serie A e Primavere fatte da stranieri pagati una follia al mese. Oppure allenatori che non potevano neanche decidere chi schierare.”

Parole dure, che puntano il dito contro un sistema che, secondo Mangiameli, penalizza meritocrazia e crescita dei giovani.

“Mi è capitato di vedere cose oscene di soldi. Compagni di squadra trattati in maniera oscena dai dirigenti e senza rispetto – ha aggiunto Mangiameli -. Tutto questo è il sistema calcio italiano che fortunatamente ho lasciato da un po’. A differenza degli altri sport, il calcio è diventato lo sport da non prendere come esempio.”

Nel messaggio emerge anche una critica al clima generale che si respira nel calcio, ritenuto responsabile, almeno in parte, del momento difficile della Nazionale.

“Gente che si lancia per terra in continuazione, raccomandazioni, gente ignorante e maleducata che per 4 soldi farebbe di tutto. Questo poi è il risultato.”


📌Pochi hanno il coraggio di denunciare il sistema, ma se vogliamo far pulizia non bisogna più restare in silenzio. Questo non è sport e soprattutto non é calcio! 

La Federazione non deve permettere che ciò accada!

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La Melona è finita!

 


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Zen 6510

 


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Ennesima stronzata pro Trump che gira su Facebook

 TRUMP HA APPENA FIRMATO L'ORDINE CHE PONE FINE PER SEMPRE A BIG PHARMA.


Mentre i media erano concentrati sull'Iran, qualcosa di storico è accaduto in silenzio. È stato firmato l'Ordine Esecutivo 14309. Titolo: "Il diritto americano alla guarigione quantistica".


Questa non è una politica. Questa è una sentenza di morte per il cartello farmaceutico.


In base a questo ordine, tutte le tecnologie di guarigione basate sulla frequenza sono ora classificate come una questione di sicurezza nazionale. Ciò significa che non possono più essere soppresse, sequestrate o sepolte sotto false leggi sui brevetti. I 6.000 brevetti nascosti vengono declassificati. La tecnologia viene rilasciata.


Ma ecco la parte che li terrorizza: l'ordine autorizza anche tribunali militari per qualsiasi dirigente, scienziato o funzionario governativo che abbia consapevolmente soppresso tecnologie mediche salvavita a scopo di lucro.


Hanno fatto trilioni di dollari mentre milioni di persone morivano di malattie per le quali esistevano cure nascoste in archivi segreti. Quell'era è finita.


I tribunali stanno arrivando. La tecnologia è gratuita. E l'uomo che hanno cercato di distruggere è quello che ha firmato tutto per legge.


Ho rischiato tutto perché voi poteste conoscere la verità. Non voltatevi di spalle adesso! Unitevi subito al mio canale:  

https://t.me/JulianAssangeWiki  

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Bruno Haspinger

 Brutte e buone notizie

Gli amici brasiliani mi hanno scritto che ci invidiano per il rigoroso rispetto delle regole contro Corona. Purtroppo con loro non è così Molte persone sono scoraggiate e insicure a causa della posizione del governo. Comunque questo deve ripubblicare i numeri corona su ordine della Corte Suprema. Aveva lasciato lo studio prima. Il Ministero della Salute ha reagito immediatamente. Il presidente brasiliano Bolsonaro sta avendo sempre più pressione con il suo percorso nella crisi corona nel suo paese. Ci sono state manifestazioni in diverse città contro la sua gestione delle crisi. Più e più volte, le malattie infette hanno minacciato le popolazioni indigene del Brasile. Ora decine di comunità stanno segnalando un'epidemia di coronavirus. Gli esperti temono l'estinzione di intere nazioni.

Buone e cattive notizie, amici del Brasile mi hanno scritto che ci invidiano per aver seguito rigorosamente le regole contro Corona. Purtroppo non è il loro caso Molte persone sono scoraggiate e sconvolte dalla posizione del governo. Tuttavia, per ordine della Corte Suprema, quest'ultima deve pubblicare nuovamente i numeri della corona. Aveva interrotto l'allenamento prima Il Ministero della Salute ha risposto prontamente. Il presidente del Brasile Bolsonaro è sotto pressione crescente per il suo corso nella crisi di Corona nel suo paese. Ci sono state manifestazioni contro la sua gestione delle crisi in diverse città. Più volte le malattie introdotte in Brasile hanno minacciato le popolazioni indigene. Ora decine di comunità stanno segnalando un'epidemia di coronavirus. Gli esperti temono l'estinzione di interi popoli. 

Rinvio a un messaggio di fr. Bruno Haspinger, altoatesino, che è stato missionario in Brasile, e purtroppo è morto proprio di covid qualche mese dopo. Scriveva in tedesco e in portoghese, ma anche chi non conosce queste lingue capisce dove scriveva in portoghese che i suoi amici in Brasile ci invidiavano per le restrizioni. Con Bolsonaro il covid dilagava.


https://www.facebook.com/share/p/1EUkkoDq7t/

Rose McGowan

 


‎Nel 1997, una giovane attrice di 23 anni uscì da una stanza d'albergo stringendo in mano un assegno da 100.000 dollari e un accordo legale che le imponeva di non parlare mai di ciò che era appena accaduto.

‎Lo firmò.

‎E poi trascorse i successivi vent'anni a infrangerlo.

‎Il suo nome era Rose McGowan.

‎L'uomo che scrisse l'assegno era Harvey Weinstein.

‎L'industria che lo protesse era Hollywood.

‎E il silenzio che le imposero divenne il suono che alla fine contribuì a far crollare l'intero sistema.

‎Tutto ebbe inizio al Sundance Film Festival. Rose era lì con una carriera in ascesa e un futuro che sembrava luminoso. Ne uscì con soldi, una clausola di riservatezza e una storia che non le era permesso raccontare.

‎La maggior parte delle persone nella sua posizione sarebbe rimasta in silenzio. Avrebbe preso i soldi. Sarebbe andata avanti. Avrebbe protetto ciò che restava della propria carriera.

‎Rose McGowan fece l'esatto contrario.

‎Disse comunque la verità.

‎Non una volta. Non in sordina. Non quando divenne sicuro, o popolare, o vantaggioso farlo.

‎Per vent'anni due decenni interi rimase in piedi in stanze, su palchi, in interviste, e indicò direttamente un'industria che aveva imparato l'arte di proteggere i predatori mentre puniva le persone che avevano subito il loro abuso.

‎Diede un nome al meccanismo. Agli agenti che avevano guardato altrove. Agli avvocati che avevano redatto gli accordi transattivi. Ai dirigenti che avevano custodito il segreto perché quel segreto generava denaro. Descriveva un sistema così efficiente nel ridurre al silenzio le vittime che funzionava come un meccanismo a orologeria, generazione dopo generazione.

‎Non stava sussurrando in sedute private di terapia o su forum anonimi online.

‎Stava gridando in mezzo a Hollywood, mentre tutti facevano finta di non sentire.

‎E l'industria non indagò.

‎Reagì.

‎I ruoli che le erano stati offerti scomparvero silenziosamente. I provini smisero di arrivare. Le porte che si erano aperte si chiusero lentamente, con cura. Le chiamate rimasero senza risposta. Il suo nome divenne qualcosa che nessuno voleva associare ai propri progetti.

‎Quando arrivava la copertura mediatica ed era rara l'attenzione non era su ciò che diceva. Era su come lo diceva.

‎Troppo alta. Troppo arrabbiata. Troppo emotiva. Troppo difficile.

‎La storia che l'industria voleva raccontare non riguardava l'abuso di potere. Riguardava una donna instabile che non riusciva ad andare avanti. Che era piena di risentimento. Che stava danneggiando la propria carriera rifiutandosi di lasciar perdere.

‎È così che le istituzioni si proteggono.

‎Non con un singolo atto drammatico di censura. Non con minacce o violenza o soppressione palese.

‎Con mille piccoli atti. Una telefonata a cui non si risponde. Un ruolo ridedicato. Un titolo che parla di "attrice tormentata" invece che di "whistleblower". Un sopracciglio che si inarca in una riunione. Una conversazione sommessa su se qualcuno sia "degno del rischio".

‎Il messaggio era sempre lo stesso, trasmesso in cento modi diversi:

‎Ecco cosa succede quando non stai zitta.

‎Rose McGowan vide la sua carriera evaporare in tempo reale. Non perché non fosse talentuosa. Non perché il pubblico non volesse vederla. Ma perché un'industria che lei aveva passato anni a denunciare decise che era lei il problema.

‎E lei continuò a parlare.

‎1. Ancora a parlare.

‎2. Ancora a parlare.

‎Poi arrivò l'ottobre 2017.

‎Giornalisti investigativi del New York Times e del New Yorker pubblicarono ciò che Rose McGowan stava dicendo nel vuoto da due decenni. Ronan Farrow e Jodi Kantor non scoprirono una nuova storia. Diedero alla sua storia la credibilità istituzionale di cui aveva bisogno per essere ascoltata.

‎Decine di donne si fecero avanti. Le loro testimonianze coincidevano con la sua quasi alla lettera. Gli schemi che lei aveva descritto le stanze d'albergo, le assistenti che sparivano, gli accordi transattivi, il silenzio tutto confermato da una persona dopo l'altra, da una dopo l'altra.

‎Il movimento si diffuse in tutti i continenti e in tutti i settori in pochi giorni. Milioni di voci che dicevano ciò che Rose aveva detto da sola per vent'anni.

‎Harvey Weinstein il nome che lei aveva ripetuto nel vuoto dal 1997 divenne un simbolo globale di tutto ciò che era stato sbagliato, nascosto e protetto per troppo tempo.

‎Fu condannato nel 2020. Ora è in prigione.

‎E la carriera di Rose McGowan non tornò mai più.

‎Questa è la parte che la storia di #MeToo a volte tralascia. Perché i movimenti hanno bisogno di narrazioni lineari. L'eroina parla. Il mondo ascolta. Il cambiamento avviene. La giustizia trionfa.

‎Ma la persona che accende il fiammifero mentre piove ancora? Mentre tutti pensano che stia immaginando la tempesta? Quella persona paga un prezzo che la vittoria non cancella.

‎Rose McGowan aveva ragione nel 1997.

‎Aveva ragione nel 2005.

‎Aveva ragione nel 2015.

‎Aveva ragione per tutto il tempo.

‎Aver ragione non la protesse. Le costò tutto e poi il mondo andò avanti per celebrare il momento in cui finalmente cominciò ad ascoltare, mentre lei rimase esattamente dove dir la verità l'aveva lasciata.

‎Fuori. Inoccupabile. Vindice, ma non riabilitata.

‎C'è qualcosa in questo su cui vale la pena soffermarsi. Qualcosa di scomodo che non si adatta facilmente a citazioni motivazionali o narrazioni di empowerment.

‎Non tutti coloro che dicono la verità vivono abbastanza per vederla convalidata. Non ogni avvertimento arriva con il lusso di un tempismo perfetto, di un pubblico empatico o di un sostegno istituzionale. Alcune persone portano il peso di aver ragione prima che il mondo sia pronto e lo portano da sole, a prezzo pieno, senza applausi.

‎Rose McGowan non aspettò il permesso dell'industria che l'aveva tradita. Non addolcì la sua storia per mettere a proprio agio i potenti. Non modulò il suo tono per rendere la sua verità più accettabile.

‎Pagò per questo con la carriera, la reputazione e anni di ridicolo pubblico.

‎Ma parlò.

‎E alla fine alla fine il mondo la ascoltò.

‎Questo è il tipo di coraggio che non sempre ottiene il finale che meriterebbe. È anche il tipo di coraggio da cui il mondo dipende più di quanto voglia ammettere.

‎Alcune verità hanno bisogno di qualcuno abbastanza coraggioso o abbastanza arrabbiato, o abbastanza testardo da dirle prima che chiunque sia pronto ad ascoltare. Prima che sia sicuro. Prima che ci sia un movimento dietro cui stare. Prima che ci siano hashtag, articoli di approfondimento e cerimonie di premiazione.

‎Rose McGowan è stata quella persona.

‎Se ne stava sola in una stanza vuota a urlare contro un'industria che aveva deciso che il suo silenzio valeva più della sua verità. Continuò a urlare quando il suo conto in banca si svuotò. Quando i ruoli finirono. Quando la gente la definì pazza, amareggiata, instabile, vendicativa.

‎Non era niente di tutto ciò.

‎Aveva ragione.

‎E lo disse, ancora e ancora e ancora, finché finalmente dopo due decenni abbastanza persone ascoltarono che quelli che non ascoltavano non poterono più fingere.

‎La domanda che vale la pena porsi non è perché Rose McGowan abbia continuato a parlare.

‎È perché il resto di noi ha impiegato vent'anni per ascoltarla.

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mercoledì 1 aprile 2026

LA VERITÀ

 



La verità è che Pio Esposito non sa stoppare un pallone ma in Italia lo paragonano a Van Basten

La verità è che Cristante e Mancini non giocherebbero in nessuna nazionale importante, ma in Italia fanno il titolare e battono il rigore decisivo.

La verità è che Retegui è andato a prendere soldi in Arabia, ma in Italia è l'attaccante titolare.

La verità è che Politano nel Napoli ha fatto un gol nelle ultime 35 partite. Però nell'Italia gioca pure se mezzo affaticato.

La verità è che Dimarco in Serie A è andato in doppia cifra nella classifica assist, però poi non becca mezza palla contro un sedicenne bosniaco.

La verità è che Gatti potrebbe fare qualsiasi mestiere al mondo, non il centrale difensivo della nazionale italiana.

La verità è che Bastoni non è Maldini. Però in Italia si parla di lui come un top player mondiale.

La verità è che Barella è nella top 11 della Serie A da 10 anni, ma appena mette piede fuori è un calciatore più che normale. 

La verità è che Locatelli viene considerato un piccolo Modric, ma in Europa nessuno lo conosce. Nessuno se lo caga.

E potrei continuare all'infinito arrivando a Gattuso, esonerato da Valencia, Marsiglia e Hajduk, premiato con la panchina prestigiosa della Nazionale italiana.

Eravamo diventati un calcio di serie B, ma dopo questa sera, con un arbitraggio a favore della Bosnia, una nazione inesistente a livello calcistico, siamo diventati un paese calcistico di Serie C.

Lo dicono i numeri, uomo in meno, uomo in più, la Bosnia ha calciato 30 volte verso la porta di Donnarumma.


GRAVINA DIMETTITI! TUTTI FUORI DALLE PALLE!!!

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IL FASCISTA UCCISO IL 28 APRILE, CONOSCIUTO COME IL BOIA DEL VERZIERE



Sulla copertina del libro "Il sangue dei vinti", scritto da Giampaolo Pansa, vi è una foto in cui alcuni partigiani armati sfilano per strada strattonando un uomo che ha le mani dietro la nuca. 

Nella didascalia si legge "fascista ucciso il 28 aprile 1945". 

L'uomo è Carlo Barzaghi, autista di Franco Colombo, comandante della Legione Autonoma Mobile Ettore Muti, corpo militare della RSI che si rese responsabile di numerosi rastrellamenti, di torture e violenze, specialmente nella sede milanese di via Rovello e dell'eccidio di Piazzale Loreto.

Barzaghi fu un esponente della Repubblica di Salò, ed era conosciuto anche come "boia del Verzeè" (dal dialetto milanese, con significato di "mercato agricolo").

Fu responsabile di crimini di guerra come la compilazione di elenchi di ebrei e oppositori poi deportati nei campi di sterminio nazisti. Barzaghi fu anche implicato nella strage di Piazzale Loreto del 1944, dove vennero fucilati quindici partigiani dai militi del gruppo Oberdan della Legione Autonoma Mobile Ettore Muti. 

Ma come si è arrivati all'identificazione del fascista ucciso il 28 aprile?

Anche questa volta non dobbiamo ringraziare Giampaolo Pansa, che aveva tratto l’immagine dal libro dell’ex esponente della Repubblica Sociale - Giorgio Pisanò - “Storia della guerra civile”, poiché per lui era "genericamente" il fascista ucciso il 28 aprile.

Dobbiamo idealmente stringere la mano a Daniele Biacchessi, giornalista e scrittore, che ha trovato l'immagine, con relativa storia, negli archivi dell’Istituto storico della Resistenza di Sesto San Giovanni. Grazie alla sua determinazione possiamo dare un nome ed una storia a quella fotografia, utilizzata da Pansa come atto d'accusa nei confronti dei partigiani.


Fabio Casalini

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martedì 31 marzo 2026

“SIAMO IL POPOLO PIÙ DEBOLE DELLA TERRA”

 “SIAMO IL POPOLO PIÙ DEBOLE DELLA TERRA” – UMBERTO GALIMBERTI, FILOSOFO, PSICOANALISTA, PSICOLOGO, ANTROPOLOGO E SOCIOLOGO, SUONA IL DE PROFUNDIS PER LA SOCIETÀ OCCIDENTALE, E PER GLI ITALIANI: “PER MANGIARE, APRIAMO IL FRIGO ANZICHÉ SUDARE NEI CAMPI. L’IMPERO ROMANO FINÌ COSÌ, FRA POSTRIBOLI E SPETTACOLI CIRCENSI. NON LAVORAVA PIÙ NESSUNO. DOVETTE IMPORTARE I BARBARI PER FARE LE GUERRE E LE OPERE IDRAULICHE. UN TEMPO PENSAVO CHE LE CIVILTÀ FINISSERO PER CAUSE ECONOMICHE. ORA INVECE SONO CERTO CHE MUOIONO PER DECADENZA DEI COSTUMI” – “I FIGLI SONO UN OSTACOLO ALL’EDONISMO SFRENATO. IL DENARO È DIVENTATO L’UNICO GENERATORE SIMBOLICO DI VALORI. NON SAPPIAMO PIÙ CHE COSA È BELLO, VERO, GIUSTO, SANTO” – L’INCREDIBILE STORIA DELL’INCONTRO CON LA MOGLIE, TATJANA SIMONIC. MORTA NEL 2008: “DA QUANDO NON C’È PIÙ NON SO PERCHÉ RESTO AL MONDO, LA MIA VITA È SOLO NOIA. FACCIO LE COSE SOLO PERCHÉ SONO CAPACE DI FARLE. HO PERSO L’ANIMA, RESTA IL DOVERE" - L'INTERVISTA BY LORENZETTO



 

Intervista realizzata da Stefano Lorenzetto per i quotidiani di “Nord Est Multimedia” (“Il Mattino di Padova”, “La Nuova di Venezia e Mestre”, “La Tribuna di Treviso”, “Messaggero Veneto”, “Il Piccolo”, “Corriere delle Alpi”)

 

umberto galimberti con la moglie tatjana simonic

Moderno Ulisse fra due mari, il golfo di Trieste e la laguna di Venezia, Umberto Galimberti, filosofo, psicoanalista, psicologo, antropologo e sociologo che per 36 anni ha insegnato all’Università di Ca’ Foscari, divenne nordestino d’adozione per una punizione.

 

«Ero sergente della Cavalleria, solo che invece dei cavalli usavamo i carrarmati. Un cannoniere alzò troppo il tiro e io fui giudicato responsabile di avergli dato il comando sbagliato. Anziché vedermi assegnato a Monza, la mia città natale, fui esiliato a Opicina, che a quel tempo si chiamava Poggioreale del Carso, sulla frontiera con la Slovenia.

 

UMBERTO GALIMBERTI

Insomma, mandato a difendere l’Italia dalla paventata invasione comunista. Poi fui anche promosso: tenente. I miei superiori non hanno mai saputo quale immenso favore mi fecero. Lì c’era lei!».

 

Lei era, anzi è, Tatjana Simonic, la moglie di Galimberti, ordinaria di biologia molecolare all’Università di Milano, nata a Trieste nel 1946 e morta nel 2008, «presto, troppo presto, le ho vissuto accanto per 41 anni, senza mai annoiarmi, da quando non c’è più non so perché resto al mondo, la mia vita è solo noia».

 

Il professore combatte questa sconfinata malinconia girando l’Italia in lungo e in largo. Due viaggi a settimana. Più di 100 serate l’anno. […] Ovunque, folle adoranti, applausi, strette di mano, selfie, autografi sui frontespizi. I suoi libri, editi da Feltrinelli, vanno via come il pane. [...]

 

tatjana simonic

Come morì Tatjana?

«Di tumore. Aveva appena 62 anni. Senza di lei, faccio le cose solo perché sono capace di farle. Ho perso l’anima, resta il dovere. Vivo da solo, cucino, vado al supermercato, porto i vestiti in lavanderia. Il problema più piccolo diventa grande, quando non puoi diluirlo in una conversazione».

 

In che modo la conobbe?

«Era marzo del 1967. Fui spedito a Opicina. In un giorno di libertà, andai a Trieste e scesi al mare da una scalinata terribile, subito dopo il tunnel per Monfalcone. In spiaggia vidi questa ventunenne con i suoi amici. Attaccai bottone, chiedendole notizie topografiche su Trieste».

 

Ingegnoso.

«[…] La sorpresa del destino fu che i Simonic in realtà abitavano a Monza come me. Il papà di Tatjana era poliglotta, a Trieste aveva avuto come insegnante di lingue il fratello di James Joyce, lo scrittore dell’Ulisse. Lavorava alla Pirelli come interprete, credo per Leopoldo Pirelli. Non c’era idioma che non conoscesse. Avevo trascorso un anno in Germania e lui, che non ci aveva mai messo piede, correggeva il mio tedesco».

 

umberto galimberti tatjana simonic trieste 1987

Ma come arrivò a conoscere la famiglia Simonic?

«Tatjana aveva un fratello gemello, Marco, che studiava filosofia all’università. M’invitò a casa loro per parlare con lui. Da marzo a settembre la mamma ci tenne a nutrirmi, diceva che in caserma mangiavo male. Scendeva in pescheria a Trieste a comprare gli sgombri per me».

 

E lei flirtava con Tatjana.

«Tutt’altro. Disinteresse totale da parte sua. Finché, al momento del congedo, non restammo fuori a parlare tutta la notte, sotto le stelle, il mare davanti, fino alle 5 del mattino, senza baci, senza abbracci. La mia conclusione fu brusca: decidi che vuoi fare».

 

E lei?

umberto galimberti

«Tornò a vedermi a Monza, quando riprese gli studi. Lì ebbi un altro colpo di fortuna insperato: una sera il padre mi cacciò in malo modo perché l’avevo riaccompagnata a casa alle 18.30 anziché alle 18».

 

E la chiama fortuna?

«Certo, perché Tatjana da tempo non sopportava più la severità del padre, soprannominato Ivan il Terribile. Quella fu la goccia che fece traboccare il vaso e la indusse ad andarsene. Mio suocero era una pasta d’uomo. Buonissimo e severissimo.

 

joseph stalin

Aveva due miti: l’imperatore Franz Joseph I, detto Cecco Beppe, e Stalin. I fascisti lo avevano perseguitato, costringendo lui e la moglie a italianizzarsi i cognomi, da Simonic a Simoni e da Mikolaucic a Michelazzi. Su delazione di un prete, gli avevano bruciato la trattoria, sede della comunità slovena di Trieste. Mio suocero avrebbe preteso che la figlia sposasse un ingegnere della Pirelli».

 

Invece sposò lei.

«Il giorno di Pasqua del 1968 trovai nella buca delle lettere una missiva in cui lui mi chiedeva di ricomporre la nostra amicizia. Due anni dopo Tatjana diventò mia moglie. Ancora adesso penso che abbia deciso di venire con me solo per liberarsi del genitore.

 

Una volta, molti anni dopo, glielo chiesi e lei mi rispose: “Con te ho visto la possibilità di una vita più libera”. Era la mia ragazza segreta, percepivo in lei un qualcosa che non mi avrebbe mai confidato. Per stare insieme a lungo nessuno dei due deve disvelarsi compiutamente all’altro. Chi fosse davvero mia moglie, io ancora non lo so. Quando le dedicai il libro sull’amore, scrissi sul frontespizio: “A Tatjana, per ragioni che mi sono in parte note e in parte ignote”. Il mistero era la sua cifra».

 

Le nozze non furono facili.

MARESCIALLO TITO

«Io volevo sposarmi in chiesa. Tatjana era atea e comunista, cresciuta sotto il maresciallo Tito, quindi le veniva chiesto un atto di fede, che non avrebbe mai accettato. Allora la portai dal mio amico padre David Maria Turoldo.

 

Il teologo friulano si era ritirato a vivere a Sotto il Monte, il paese natale di Giovanni XXIII. Nella frazione di Fontanella aveva restaurato con le proprie mani l’abbazia di Sant’Egidio. Parlarono per un’ora, loro due da soli. Alla fine, Turoldo mi disse: “Umberto, Tatjana ha innato il senso della giustizia. Sposala! È importante essere giusti, non essere santi”. Ci unì in matrimonio e le diede la comunione senza neppure confessarla».

 

Quando sua moglie morì, in che cosa trovò conforto?

«Mi gettai a capofitto nella scrittura del Nuovo dizionario di psicologia, 1.640 pagine. Ho un lato paranoico».

 

Dov’è sepolta Tatjana?

Umberto Galimberti

«A Milano, nel cimitero di Lambrate, non lontano da casa nostra. Una bellissima tomba, con Atena, dea greca della sapienza, che piange appoggiata a uno stelo. Quando sono in disordine con me stesso, vado lì. Lei mi osserva dalla foto sulla lapide e mi obbliga a riflettere. È la mia terapia. Mi ricorda che devo morire anch’io. Ma sono greco, quindi lo sapevo già, non è una sorpresa».

 

Che cosa intende per greco?

«Che prendo sul serio la morte, non ho speranze ultraterrene, e ciò crea in me l’etica del limite. Sono diventato greco sulle orme di Emanuele Severino. È stato il mio maestro, insieme con Karl Jaspers, che frequentai a Basilea e che mi avviò alla psicopatologia, a Mario Trevi, con il quale feci il percorso psicoanalitico, a Gustavo Bontadini e a Sofia Vanni Rovighi, miei docenti all’università, a Eugenio Borgna.

 

gianfranco miglio

Avrei voluto diventare medico, ma due borse di studio mi spalancarono le porte di Filosofia alla Cattolica di Milano. Lì trovai Gianfranco Miglio, poi divenuto l’ideologo della Lega, e Francesco Alberoni. Per anni d’estate ho passato un mese intero in Grecia con Tatjana, sotto la tenda. Ora è diventata un’immensa Rimini. La ritrovo solo a Patmos, dove Giovanni scrisse l’Apocalisse».

 

Come mai ha smesso di credere in Dio? Non studiava per diventare prete?

«Ero un buon cristiano. Entrai nel seminario di Seveso a 12 anni e uscii da quello di Venegono Inferiore nel 1958, in seconda liceo. Avevo per compagno di classe il futuro cardinale Gianfranco Ravasi. Fra una lezione e l’altra correvo in chiesa a suonare sull’organo le fughe di Bach».

 

Avrà avvertito il richiamo del sesso.

gianfranco ravasi

«No, era un pensiero che nemmeno mi sfiorava, magari ero troppo acerbo. È che non sopportavo l’autorità gerarchica, incarnata da monsignor Arturo Parolini, insegnante di lettere e latino. Da adulto, gli mandai un biglietto quando andò in pensione. Mi rispose: “Galimberti, neppure gli auguri sei capace di scrivere in italiano”. Eppure sono riconoscente a lui, al rettore Guidotti e a don Molon, docente di greco. Se ho imparato a parlare in pubblico, lo devo alle loro omelie mattutine».

 

Quindi torno alla domanda: che cosa le fece smettere di credere in Dio?

umberto galimberti epidauros 1998

«Nacque mia figlia Katja. Volevo farla battezzare. Chiesi a un docente di religione del liceo di Monza, dove insegnavo, se fosse disponibile. Rifiutò: anche lui voleva che mia moglie si convertisse. Però ci mise a disposizione la chiesa di Muggiò, dove il rito clandestino fu celebrato all’1 di notte da padre Gaetano Favaro, missionario del Pime, istituto dove insegnavo antropologia culturale. Un freddo della madonna. Tatjana si buscò un accidente. In un mese perse 7 chili. Mi dissi: basta, con i preti ho chiuso».

 

I preti non sono Dio.

«Non riesco a capacitarmi di come la gente possa credere in Dio, non riesco proprio a capirlo. Il mondo accade come Dio vuole? No. Allora significa che Dio è morto, il mondo non soggiace più alle sue leggi. Chi ha fede pensa di possedere la verità. Ma la fede è fede, non è verità. Perché, se credi, vuol dire che non sai. Io non credo che 2 più 2 faccia 4: lo so che fa 4, quella è verità».

 

emanuele severino

Mai pensato di risposarsi?

«No, mai. Queste sono le vendette dell’amore. Quando tu hai incontrato la donna del destino, ti rendi subito conto che non sarà mai più intercambiabile con un’altra».

 

Venezia le rimane nel cuore?

«Ci ho vissuto per 15 anni allo sbando, prima in un convento di suore a Dorsoduro, poi ospite dei preti. Finché non ho comprato casa dietro le Gallerie dell’Accademia. Non ci metto piede da anni.

 

Venezia è magica, ma non ti dà tanta gioia. È una città dove si va o per far l’amore o per morire. Infatti nel 1976 aveva 120.000 abitanti, ora saranno sì e no 40.000. I bàcari sono tutti gestiti da cinesi. Peccato, perché io alla trattoria Do Farai ho imparato da Stefano Ponga, veneziano doc, come si sfiletta il branzino e si marina all’istante con limone e Prosecco, una ricetta con la quale stupisco ancora gli amici».

 

Più tornato a Ca’ Foscari?

Umberto Galimberti

«La mia università è diventata un albergo. La facoltà di filosofia era a Palazzo Mocenigo. Lo vendettero e fummo trasferiti in una sede dismessa dall’Enel. Una nemesi. Nani Mocenigo fu il nobile che fece arrestare come eretico il filosofo Giordano Bruno e lo consegnò a papa Clemente VIII perché lo bruciasse in Campo de’ Fiori».

 

Dopo aver vissuto tra Trieste e Venezia, non le pesa stare nella Milano dei grattacieli e del cemento?

«Ci sto perché in qualsiasi altra casa non entrerebbero i miei libri. Ho dovuto comprare pezzo dopo pezzo un intero piano del condominio. Non sarà la biblioteca di Umberto Eco, però si difende bene».

 

Dove trova la forza per tenere conferenze in tutta Italia?

«Questione di genetica, credo. Mia sorella ha 96 anni. Un’altra è morta nel 2025 alla stessa età. Io sono il numero 8».

 

UMBERTO GALIMBERTI

In che senso?

«L’ottavo dei 10 figli di Ernesto, ex partigiano, venditore di cioccolato Theobroma, che s’improvvisò impiegato bancario. Aprì a Biassono la prima agenzia del Credito artigiano. Morì di tumore il giorno dell’inaugurazione. Da bambino lo aiutavo in ufficio: mi faceva timbrare gli assegni».

 

Ha ancora pazienti in psicoanalisi?

«L’ultimo che ho accompagnato per cinque anni fu il regista Luca Ronconi. Ma solo perché lì c’era un uomo. Capace di riflettere, incuriosito dalla sua vita. La psicoanalisi è conoscenza di sé: sapere chi sei è meglio che vivere a tua insaputa. Il dolore non lo puoi cancellare con i farmaci. Oggi i giovani sono vittime del nichilismo, non stanno bene e non capiscono nemmeno perché. Gli manca lo scopo. Per loro, da promessa il futuro è divenuto minaccia. Nel 1979, quando cominciai a fare lo psicoanalista, le problematiche erano emotive, sentimentali, sessuali. Ora riguardano il vuoto di senso».

CULLE VUOTE IN ITALIA

 

Ai nostri figli che accadrà?

«Non lo so. Non riesco a immaginare il loro futuro. Il domani non è più prevedibile. La tecnica ha assoggettato il mondo. Scambia lo sviluppo per progresso. È regolata da una razionalità rigorosissima, raggiunge il massimo degli obiettivi con il minimo dei mezzi e mette l’uomo fuori dalla storia. Ma l’amore non è razionalità, e neppure il dolore, la fede, il sogno, l’ideazione lo sono».

 

Per questo gli italiani hanno smesso di farne? Solo i giapponesi procreano meno degli italiani.

«I figli sono un ostacolo all’edonismo sfrenato. Il denaro è diventato l’unico generatore simbolico di valori. Non sappiamo più che cosa è bello, vero, giusto, santo. Siamo il popolo più debole della terra. Per mangiare, apriamo il frigo anziché sudare nei campi. L’impero romano finì così, fra postriboli e spettacoli circensi. Non lavorava più nessuno. Dovette importare i barbari per fare le guerre e le opere idrauliche. Un tempo pensavo che le civiltà finissero per cause economiche. Ora invece sono certo che muoiono per decadenza dei costumi».

 

A me pare che nel Triveneto si lavori ancora, e parecchio.

UMBERTO GALIMBERTI

«Ho parlato alla Confartigianato di Vicenza. I padri si lamentavano perché i figli non vogliono saperne di portare avanti le loro aziende. Per forza, quando compiono 18 anni si vedono regalare la Porsche! Si è mai chiesto perché, su 5 milioni d’immigrati, 500.000 siano imprenditori? Vedo negli africani una potenza biologica che in noi è andata perduta».

 

Avrebbe un rimedio?

«Un rito iniziatico che interrompa l’adolescenza perenne: a 18 anni servizio civile per 12 mesi, ma a 1.000 chilometri da casa. Bisogna separare i figli da padri e madri. E cacciare dalla scuola i genitori, interessati più alla promozione che alla formazione».

 

san tommaso d aquino

Tutto qui?

«Sono favorevole alla spiritualità. La vita è tanto difficile. Se la fede ti aiuta, perché no? È la benvenuta quando mitiga fatica e sofferenza».

 

Parola di non credente.

«Rimpiango la messa in terza, celebrata da tre sacerdoti, solenne. Se la fede è irrazionale, e ci arrivi con un atto di volontà, come dice san Tommaso, allora ha bisogno di riti, paramenti, canti, incenso, ceri. Oggi vai in chiesa e vedi gli effetti del Concilio Vaticano II: un prete da solo sull’altare, senza il chierichetto, che brontola parole in italiano. La fede ha perso la bellezza. Certo, non rimpiango il funerale di mio padre. Fu terrificante. Era il 1956, nella chiesa di San Carlo a Monza vennero schierati 40 orfanelli vestiti di nero, prelevati a forza in un istituto».

 

Fa ancora in tempo a convertirsi.

«Padre Turoldo mi diceva che le chiese oggi sono ridotte a garage in cui è parcheggiato Dio. Ma la gente per credere ha bisogno della liturgia, del canto, dell’organo. Lo dissi anche a papa Francesco. E aggiunsi: Santità, lei ha messo le persone davanti ai princìpi, però ha un polmone solo, lavora come un pazzo, è pieno di nemici, stia attento a non morire, altrimenti dopo ne eleggono uno che rimette i princìpi davanti alle persone. Lui rise e mi abbracciò, sussurrandomi: “Si ricordi che Dio salva le persone, non i princìpi”».

nicoletta ceccolini piero maranghi umberto galimberti maddalena maranghiemanuele severino natalino sapegno