sabato 7 luglio 2012
PER PASSIONE O PER VENDETTA
IL FATTACCIO DI VIA MORGANTINI.
Il 17 febbraio 1944 viene ucciso a coltellate il gioielliere genovese Clemente Mazzarello, 36 anni. La moglie racconta di un'aggressione. Ma proprio quel rapporto, una passione perversa, iniziò ad alimenatre dubbi.
Sotto il profilo giudiziario, caso chiuso e definito, ma sotto il profilo storico, in considerazione soprattutto del periodo in cui si sviluppò e si concluse, restarono interrogativi e dubbi, al punto che più di un esperto di errori giudiziari lottò per la revisione del processo, ma dovette arrendersi davanti al fatto che molti testimoni erano già morti e che gli anni della guerra avevano distrutto tracce e carte. Era l'epoca in cui molti appartamenti restavano vuoti. La gente preferiva lasciare Genova e aspettare momenti più tranquilli in paesi dell'entroterra. Era il 1944. I coniugi Mazzarello abitavano al terzo piano di un palazzo di via Morgantini, quartiere della piccola borghesia. Quel 17 febbraio intorno alle 13, 30 il portinaio Salvatore Turra, avvertito da un inquilino che dal loro appartamento provenivano prima dei rumori sordi, poi come dei lamenti, andò a vedere. La porta era socchiusa. Gli bastò aprirla per trovarsi in un lago di sangue: il gioielliere Clemente Mazzarello, 36 anni, era steso nella cucina e aveva ancora il tovagliolo al collo per il pranzo, ma era così chiaro che era morto che, al primo medico chiamato, non fu difficile contare alla prima occhiata ben 47 coltellate.
Quando arrivò la polizia, il portinaio dichiarò: "Non riconobbi subito il gioielliere, tanto era sfigurato e lordo di sangue. Allora mi avvicinai alla porta della camera da letto e scoprii, girando la chiave, che non era chiusa, ma solo accostata. Spinsi a fatica: il corpo della moglie era a terra e impediva alla porta di aprirsi del tutto. La pregai di scostarsi. E così ella fece. Era tutta macchiata di sangue sul petto e mi disse che lei e il marito erano stati aggrediti. Il telefono era vicino alla testa, ma non feci caso se la spina fosse attaccata o no. La signora aveva un vestito scollato, ma non ho visto collane. Era semisvenuta, legata e imbavagliata". Quando i poliziotti le chiesero cosa le fosse accaduto, Cora Grisolia Mazzarello, detta "Corinna", 30 anni, raccontò: "Stavamo mettendoci a tavola, avevo cucinato delle lasagne, quando qualcuno suonò il campanello. Mio marito andò ad aprire, facendo entrare nella cucina due giovani. Evidentemente li conosceva, perché li trattò molto amichevolmente. A un certo momento udii un grido, soffocato. Mi precipitai nella cucina e vidi mio marito disteso a terra mentre i due gli stavano sopra. A quello spettacolo fui colta da svenimento. Svegliandomi, mi trovai strettamente legata".
Non si trovò l'arma del delitto. Durante un sopralluogo da sotto il letto spuntò una pantofola di Corinna macchiata di sangue. E non appena un magistrato le chiese di ripetere per filo e per segno ciò che aveva già detto alla polizia arricchendolo però dei particolari più minuti, incominciò ad accusare più di un'amnesia, non seppe dire quanto fosse durato l'agguato, non riuscì a mettere a fuoco particolari somatici che consentissero di fare un identikit degli assassini. Ampliò solo la versione originaria: "Appena mio marito rientrò in cucina, seguito dai due uomini, mi fece cenno che andassi di là. Coprii le mie lasagne con un piatto pulito, affinchè non si raffreddassero, poi uscii chiudendo la porta della cucina alle mie spalle. Però non accadde niente, poi sentii rumori come di lotta e un grido strozzato. Corsi in cucina, spalancai la porta e vidi mio marito stesso a terra e tutto quel sangue. Senza curarmi degli altri, mi buttai in ginocchio tentando di soccorrere Clemente, sollevandolo tra le mie braccia. Ma uno dei due individui mi diede uno spintone e mi disse sottovoce, ma con tono perentorio: "Taci, se no ti ammazzo. Va' a prendere delle bende perchè sono ferito". Cercai le bende, ma non le trovai, Tornai in cucina, ma
l'uomo mi spinse nello stanzino da bagno e volle che gli pulissi il risvolto delle maniche, sporche di sangue. A questo punto fui portata quasi di peso in camera, stordita, venni imbavagliata e legata...".
Ma come mai, mentre lei era imbrattata di sangue, il letto dov'era stata scaraventata, non presentava una goccia? E' possibile che lungo le scale gli assassini non avessero lasciato una sola impronta? La polizia volle mettere a fuoco passato e personalità dei due coniugi. Corinna, originaria di Buenos Aires ma trasferitasi in Italia insieme alla madre che voleva farle prendere un diploma, non era bellissima ma aveva un fisico particolarmente sensuale che l'aveva introdotta negli ambienti dei pittori e l'aveva spesso portata a posare nuda come modella. Ma poichè era capricciosa, le piaceva la bella vita e i soldi non erano mai abbastanza, pur evitando i bordelli, aveva dato la sua disponibilità a tenutarie di case equivoche. Qui aveva conosciuto uomini ricchi. Qui era riuscita a farsi più di un amante. Qui aveva anche familiarizzato anche con Clemente Mazzarello, ricco gioielliere, il quale aveva perso talmente la testa per Corinna e ne era sessualmente così soggiogato che aveva addirittura pensato di redimerla sposandola. Ma dopo pochi mesi d'armonia, lei aveva ripreso a frequentare altri uomini, lui le faceva tremende scenate di gelosia poichè non gli piaceva proprio il ruolo del "cornuto ufficiale". Però si placava e subito si eccitava non appena Corinna incominciava a raccontargli le sue vicende erotiche. Insomma una situazione di passione perversa, amore e odio, tradimenti e complicità. E che lei avesse sempre bisogno di nuovi amanti, Clemente Mazzarello l'aveva capito anche quando, da sfollati a Capriate D'Orba, Corinna s'era scelto un giovane universitario dal quale si faceva raggiungere nei fienili, incurante che su quegli amplessi furiosi potessero sbirciare, nascosti, giovanotti del paese. Ma oltre ad aver fallito nella sua "opera di redenzione" e a quel vizietto che, dopo le arrabbiature, lo portava a godere dei racconti erotici che le faceva la moglie, pure Clemente Mazzarello aveva il suo giro d'avventure e Corinna un giorno era arrivato a minacciarlo con un coltello da cucina solo per aver visto tra le sue carte la foto di una giovane donna. Cosicchè, a sentire un'ex cameriera al loro servizio per ben due anni, erano continue scenate. La più perversa, amorale, viziosa, felice di andare con chiunque la pagasse, quasi una specie di "diavolessa", restava però Corinna: non solo moglie infedele, ma anche madre impietosa. Pensate: si raccontava che avesse avuto un bimbo a letto malato di difterite. Però per poter uscire la sera, misurata la febbre, fosse solita scuotere il termometro per far scendere il mercurio e dire a chi si trovava in casa che la temperatura era modesta. Poi il bimbo era morto, ma lei non era corsa in ospedale poichè - aveva detto - le era stato impossibile trovare un taxi, "a nessun prezzo". Si era invece presentata quasi subito a riscuotere l'assicurazione stipulata già alla nascita del bimbo. E ora, in seguito al fattaccio di via Morgantini dove era rimasto accoltellato il marito, si rifiutava di recarsi all'obitorio per il riconoscimento formale dicendo: "A me i cadaveri fanno ribrezzo"
Ultimata l'indagine sulla vittima e sulla presunta assassina, oltre che sul loro passato, al magistrato restò un dubbio: "Come ha potuto una donna, tutt'altro che un gigante, avere la forza di uccidere una persona tanto più grossa di lei, sino a riuscire a colpirlo 43 volte?". Poiché però molti altri elementi erano contro la donna, firmò il mandato di cattura. Così Corinna Grisolia Mazzarello si trovò rinchiusa nel carcere di Genova. E il dibattimento decollò etichettato come il processo delle nebbie: sembrava un puzzle tanto pieno di chiari e di ombre che, per rimettere a posto i vari pezzi, occorreva fortuna e fatica. A ingarbugliarlo ulteriormente arrivò ai giudici la lettera di un detenuto il quale comunicava che un suo vecchio compagno di cella, tale Aldo Allia, l'aveva pregato di approfittare della
sua prossima scarcerazione per recarsi all'Albergo Federale di Genova e recuperargli un anello che lui aveva sottratto a Clemente Mazzarello dopo averlo assassinato. Una seconda lettera da parte di un italiano che militava nella Legione Straniera aggiungeva che Aldo Allia, ex ufficiale della guardia nazionale repubblicana e spia dei tedeschi al punto da infiltrarsi tra i partigiani, gli aveva raccontato d'essere stato l'amante di Corinna Grisolia; che la donna, descrivendogli "le ricchezze del marito", gli aveva fatto venire in mente la possibilità di toglierlo di mezzo per poi vivere insieme; che all'inizio lui aveva detto di no, ma poi era effettivamente andato a ucciderlo a pugnalate, senza neppure avvertire Corinna; che comunque nessuno l'aveva visto e quindi aveva potuto ritirarsi inosservato, piantando però la donna al suo destino. Poi Allia, secondo il racconto del legionario, scoperto dai partigiani come doppiogiochista, era stato fucilato.
Verità? Bugie? Mitomania? Le due lettere produssero l'effetto di bloccare il processo e provocare un supplemento d'istruttoria il quale accertò in maniera irrevocabile che Aldo Allia, quel 17 febbraio 1944 in cui era stato ammazzato Clemente Mazzarello, si trovava in una caserma della Liguria, momentaneamente agli arresti perchè sospettato di furto. Ergo, il processo delle nebbie poteva ricominciare. Ma nell'aprile del 1945 Cora Grisolia, approfittando dello sbarco degli alleati che aprivano le carceri, spacciandosi per prigioniera politica, riuscì a lasciare Marassi e raggiungere Milano dove riuscì a farsi l'ennesimo amante, tale Vincenzo Barbaro, fama di personaggio stravagante ma anche di ladro e ricettatore, nella cui casa venne dopo riacciuffata.
Comparve davanti alla Corte d'Assise di Genova il 16 aprile del 1949, ma sempre per la questione di un memoriale in cui si prospettava l'ipotesi che a uccidere Clemente Mazzarello potessero essere stati alcuni miliziani della Guardia repubblicana fascista, in testa ancora il ben noto Allia, l'inizio del dibattimento subì un rinvio. "Sono innocente e non ho mai conosciuto Allia", disse con decisione l'imputata ai magistrati i quali, peraltro, tornarono a riscontrare come quell'uomo, il giorno dell'assassinio del Mazzarello, fosse già in mano alla giustizia per altri presunti reati. Il vero processo iniziò dunque il 12 ottobre 1950.
In aula c'erano 47 inviati speciali di quotidiani italiani ed europei. Tra questi una giovane cronista dell'Europeo che rispondeva al nome di Camilla Cederna, il cui primo pezzo venne titolato:"La donna immobile". E diceva: "Immobile come sanno esserlo soltanto le suore, le modelle e certe assassine in gabbia, Corinna Grisolia sta seduta in mezzo a due carabinieri...Solo le sue palpebre battono veloci quando un testimonio depone contro di lei, solo a tratti una delle sue mani ancora belle viene a posarsi sul collo e resta lì per qualche minuto in un gesto che sembra di difesa. Pare in posa per un ritratto. Ed è nel medesimo atteggiamento nel quale la dipinse un pittore genovese nel 1937, quando ancora la chiamavano Cori o Coretta...".
Non si scompose neppure quando le dissero che se fosse risultata colpevole, la condanna l'avrebbe portata al carcere a vita. Si mostrò distaccata e cocciuta anche quando le fecero passare davanti ogni fotogramma della travagliata e peccaminosa esistenza accanto a Clemente Mazzarello che, pur tra i suoi vizi e difetti, veniva anche definito "uomo gentile, debole e generoso". Udì nell'indifferenza quanti dicevano che amava i vestiti aderenti, che dava appuntamento all'amico di turno davanti al Circolo della Marina di Bolzaneto, che pure la domenica le capitava qualcuno disposto ad accompagnarla a sciare, verbo che sulla sua bocca per ironici sottintesi diventava "scivolare". Lesse
corrucciata persino l'articolo di un giornale che gli portarono nella gabbia, in cui un'ex compagna di detenzione si levava a sua difesa e diceva ai cronisti: "Conobbi la Grisolia a Marassi nel 1944, intonava orazioni ogni sera, faceva la comunione ogni domenica, correva ad aiutare qualsiasi detenuta. Se, come donna di facili costumi, frequentatrice di case equivoche, la Grisolia sapeva fingere il piacere con uomini diversi, perchè non ha finto di disperarsi alla morte del marito? Le sarebbe stato facilissimo. Invece non lo ha fatto, perchè il suo carattere è questo. E davanti al delitto ha avuto le solite scarse reazioni".
L'imputata sembrò addirittura volgere la testa dall'altra parte quando Quinzio Bruzzone, patrono di parte civile, sferrò il suo attacco: "Non sarei qui a scagliarmi contro Corinna Grisolia se non fossi convinto della sua colpa. Ricordo una frase dell'imputata scritta alla sua madre: 'Riposo tranquilla e ingrasso'. E questo mentre il corpo massacrato del marito giaceva da pochi mesi nella tomba! No, signori, questa è l'ultima menzogna. Tu non puoi riposare, Corinna, tu hai ucciso il sonno con il sangue di tuo marito che gronda copioso dal suo corpo... Tu, madre snaturata, sposa infedele, cinica e perversa...una vita fatta di lussuria...Bisogna dare un volto alla causa e questo volto è quello di Corinna Grisolia!".
Il delitto venne così ricostruito: in cucina era scoppiato l'ennesimo litigio. La donna aveva avuto uno scatto, il marito le aveva tirato addosso il piatto di lasagne. Lei aveva allora afferrato la bottiglia di vino e giù, grandi botte sulla testa. Poi le 43 coltellate, una dopo l'altra. L'ultima aveva reciso la giugulare ed allora il sangue era schizzato dappertutto. Infine la donna era corsa in bagno per ripulirsi, poi aveva cercato la corda, era passata in camera da letto e s'era imbavagliata, appoggiandosi alla porta con tutto il suo peso per far credere che fosse stata chiusa dall'esterno. "Sono innocente!", furono le uniche parole prima del verdetto. Non le diedero l'ergastolo poichè la giuria respinse l'aggravante della crudeltà, ma trent'anni di reclusione.
L'appello incominciò a Firenze il 21 ottobre 1953. Cora Grisolia appariva ingrassata, gli occhi fissi nel vuoto. Tornò a parlarsi di "una terza persona". Qualcuno tornò a chiedersi , poiché lei non era ferita, di chi fosse tutto quel sangue di cui s'era imbrattata, visto che una perizia aveva dimostrato che non apparteneva a nessuno dei due coniugi. Ma qualcun altro dimostrò anche che l'imputata aveva la forza e la possibilità di compiere il delitto da sola. Il 3 novembre la sentenza di Firenze confermò il verdetto di Genova. Idem fece la Cassazione nel 1955. Caso chiuso dunque? Ribadì uno degli avvocati difensori: "La donna non poteva da sola commettere il delitto e improvvisare la messa in scena. Nella casa c'erano evidenti tracce di lotta:come mai la signora non presentava alcuna ferita? Quello contro la Grisolia si deve considerare un processo indiziario: non ci sono stati elementi per provare che l'imputata sia stata l' autrice del delitto. A contribuire alla sua condanna è stato innanzitutto il suo passato burrascoso".
Dal carcere di Venezia la detenuta scrisse all'avvocato Luigi Vecchi di Bologna, cultore di errori giudiziari, affinchè facesse riaprire il suo caso: "Sono rimasta vittima di una serie di circostanze che si sono incredibilmente unite per formare un'accusa contro di me. In questo lungo periodo ho meditato e ho potuto ricordare tanti particolari idonei a formare seri elementi per una revisione del processo". Ma non era facile: molti testi erano ormai morti, altri erano irreperibili, la guerra aveva distrutto o ingarbugliato tracce e carte. Allora l'avvocato Vecchi scrisse a Giovanni Gronchi, presidente della Repubblica: "Corinna Grisolia
è una larva di donna...Parla con voce debolissima...e ripete sempre, come oppressa da un incubo: tante sofferenze e non ho ucciso mio marito".
La domanda di grazia, presentata nel 1959, venne accolta quattro anni dopo. Il 24 dicembre 1963, vigilia di Natale, ad attenderla fuori dal carcere c'era solo la vecchia madre novantenne. "Spenderò le mie forze che mi restano - le promise Corinna Grisolia - per ottenere la revisione del processo. Nella mia vita posso aver commesso tanti peccati, ma non ho ucciso".
Fonte: www.emule.it
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