sabato 7 luglio 2012

IL DELITTO DELLA CATTOLICA


E' stato ribattezzato "il delitto alla Cattolica", perché qui, nella prestigiosa università milanese, nel 1971 la dottoressa Ferrero venne assassinata. Per ilNuovo.it Enzo Catania ne ricostruisce la vicenda.
Si può morire trafitta con ferocia da un'arma da taglio, difendersi con le unghie e con i denti, urlare, senza che nessuno ti ascolti? Trentatrè ferite, quanti gli anni di Gesù Cristo, all'Università Cattolica di Milano. Trentatrè fendenti per Simonetta Ferrero, 29 anni, che alla Cattolica si era laureata nel 1969 in Scienze Politiche, nella facoltà diretta dal professor Gianfranco Miglio, conseguendo 96 su 110. Tesi: "Il premio nell'ordinamento costituzionale inglese". Abitava in via Osoppo, con i genitori e due sorelle. Era una donna riservata e discreta. Non si era fatta coinvolgere dai fermenti politici che allora tenevano banco nelle università. Aveva preferito la Cattolica sia per convinzioni personali, sia perchè zio Carlo, monsignore e presidente dell'Istituto di Scienze Teologiche dell'Università Internazionale Pro Deo di Roma, le aveva fatto una lettera di presentazione. Era persino bella Simonetta, ma non portava trucco, fiera d'essere cresciuta acqua e sapone. Non ci teneva neppure a vestire alla moda, anche se le sue gonne appena sotto il ginocchio avevano il tocco del buon gusto. Il tempo libero? Partite a tennis, capatine in montagna per qualche sciata, serate in relax al circolo cinematografico di via Vitruvio, ferie all'estero, un'ultima vacanza in Danimarca. E poi tanto volontariato sia come crocerossina, sia come dama di San Vincenzo. Rimandava probabilmente ad altri tempi anche la possibilità di farsi un fidanzato in quanto era concentratissima sul lavoro. Pur abbastanza giovane, dirigeva il Centro Laureati della Montedison. La scrivania della dottoressa Ferrero era una specie di crocevia dai cui passavano curricula, richieste di avanzamenti di carriera, bocciature, segnalazioni varie. Era lei che faceva molti colloqui d'assunzione. Era sempre lei che dava disco verde a certe mansioni, anzichè ad altre. Sfoggiava tanta solarità che nessuno faceva mistero sul percorso che l'aveva portata in Montedison: da una parte le sue doti, emerse al primo impatto con i selezionatori, dall'altra la certezza da parte dell'azienda di acquisire un tipo in gambissima, proveniente da quella facoltà del professor Miglio che allora, agli occhi del presidente Eugenio Cefis, appariva come uno dei consulenti con maggior carisma. A completare una situazione di assoluta serenità, la famiglia. Papà Francesco Ferrero, originario di Serravalle Sesia (Vercelli), con anni di residenza a Casale prima di trasferirsi a Milano, era uno stimatissimo ragioniere, funzionario dello stessa Montedison. Delle due sorelle, Elena era biologa e assistente alla Statale, Elisabetta frequentava il primo anno di biologia. In questo scenario perchè mai la Simonetta avrebbe dovuto temere un assassino alle calcagna? Il 24 luglio 1971, un sabato mattina, uscì per alcune commissioni. In caso di ritardo, avvertiva sempre. A sera però il telefono in via Osoppo era ancora muto. Allora papà Francesco e la figlia Elisabetta corsero in Questura, pregarono di non farne parola con la stampa, magari sperando che non si
trattasse di una scomparsa, ma di un ricovero improvviso in qualche ospedale per malore. E intanto telefonarono a monsignor Carlo di raggiungere Milano per consigliarsi sul da fare. Domenica la mamma ebbe un presentimento: disse che la figlia era stata aggredita. Ma come immaginare che il cadavere sarebbe stato trovato lunedì mattina nelle toilettes delle donne, accanto all'aula G, rannicchiato sul pavimento, in una pozza di sangue raggrumato? Il primo giornale del pomeriggio sparò a caratteri cubitali: "Delitto alla Cattolica". Incorniciata, una fototessera: quella di Simonetta Ferrero.
Le indagini? Difficili: al sostituto procuratore Ugo Paolillo sembrò come cercare un ago in un pagliaio. Innanzitutto il ritrovamento del cadavere: casuale, dalla persona che meno di qualsiasi altra avrebbe dovuto trovarsi là. Mario Toso, 22 anni, era un diligente seminarista della provincia di Padova. Frequentava l'istituto salesiano di Mirabello Monferrato, ironia della sorte lo stesso dove Somonetta Ferrero aveva fatto le elementari. Ebbene, la mattina del 16 luglio 1971 Toso alle 7,15 era già in Cattolica, ascoltò la Messa, poi si portò nell'ammezzato per curiosare se nelle bacheche dell'Istituto di Scienze Religiose ci fossero comunicazioni che potessero interessarlo. Gli parve d'udire uno scroscio d'acqua. E poichè in seminario aveva il compito di tenere sotto controllo gli alloggiamenti, per un senso di automatismo si trovò a portarsi verso quel rumore. E a suo dire, non fece neppure caso che proveniva dal bagno delle donne. Vide il rubinetto aperto, ma avvertì anche un odore di morte. Si ritirò portandosi negli occhi l'immagine di quel corpo immobile, diede l'allarme e ne riferì al portiere. Poi, sconvolto, salì sul primo treno per Mirabello Monferrato. E ricomparve due giorni dopo per ricostruire quanto aveva visto e soprattutto per spiegare come aveva fatto, lui maschio e seminarista, a trovarsi in quel bagno. Confermò: "Ero andato a controllare se un rubinetto perdeva e invece...". D'altronde, se avesse avuto qualcosa da temere, sarebbe stato lì? Dunque le indagini partirono da zero. Gli unici particolari certi apparvero quelli che Simonetta Ferrero aveva detto ai suoi uscendo di casa che sarebbe passata da un ufficio cambi per munirsi di franchi, in quanto prossima a partire per la Corsica, insieme alla famiglia; che poi sarebbe andata dal tappezziere per lasciare un pezzo di stoffa campione con la quale ricoprire una poltrona; che avrebbe anche fatto un salto dall'estetista; che infine avrebbe cercato di prendere alla libreria interna della Cattolica delle dispense per il fidanzato di un'amica. Aveva davvero fatto in tempo a cambiare le lire in franchi. Non era andata nè dall'estetista, nè dal tappezziere. Invece si era fermata in una comune libreria per acquistare un dizionario tascabile italiano-francese e in una profumeria. Poi s'era diretta verso la Cattolica. Ma non poteva essersi certo fermata nella libreria interna perchè, arrivandoci, non aveva potuto non notare che il locale aveva chiuso i battenti per ferie da due settimane. E allora cosa l'aveva ugualmente indotta a fermarsi alla Cattolica? Ecco l'ipotesi più banale, ma anche la più plausibile: conoscendo l'ambiente,
essendoci stata mille volte, quale posto migliore per appagare un urgente bisogno fisiologico? E non doveva neppure chiedere il permesso: la conoscevano bene, il suo viso sarebbe passato inosservato. Ed essendo poi sabato mattina, c'erano pochissime persone in circolazione: i due custodi tenevano sotto controllo il viavai con l'aria di registrare solo routine e normalità. E alle 13 in punto chiusero tranquillamente i battenti, mai sospettando di quanto era già accaduto o stava accadendo all'interno. Possibile che nessuno avesse udito un urlo, una richiesta di aSi accertò che a pianterreno tre operai stavano risistemando il parquet e usavano il martello pneumatico, così assordante da assorbire ogni altro rumore. I tre vennero torchiati e sospettati, ma presto anche liberati da ogni noia giudiziaria: caddero letteralmente dalle nuvole, apparvero in assoluta buonafede, non seppero dire usola parola del trambusto nel bagno delle donne.
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La scena, più che ricostruita, potè essere immaginata. Ecco la dottoressa Simonetta Ferrero, sicura di trovarsi sola. Ed ecco l'assassino (perchè no l'assassina?) sopraggiungere minaccioso all'improvviso (perchè non avrebbe potuto starsene in agguato, ben sapendo che quell'ala era frequentata solo da donne?). L'intento non era certo di rapina: nella borsetta della vittima furono trovati i franchi per la vacanza in Corsica. E non ne mancava uno. E l'anello che Simonetta aveva avuto in regalo il giorno della laurea era stato lasciato al dito. Un'aggressione a sfondo sessuale? Il cadavere non presentava segni di un certo tipo, né l'assassino aveva infierito con fendenti al ventre, gesto caratteristico dei maniaci impotenti e rancorosi per motivi patologici verso l'intero pianeta femminile. L'unica certezza sembrò l'ora del delitto: tra le 13 e le 14,30 di quel sabato maledetto, quando i battenti della Cattolica stavano per chiudere o erano chiusi. Perciò l'assassino si trovava già in quel bagno o l'aveva seguita, scambiandola per una studentessa, l'ultima che si preparava a utilizzarlo. E le trentatrè coltellate al petto, al volto, al collo, alle braccia, alla schiena, erano state inferte all'impazzata, presumibilmente con un coltello a serramanico o con un aggeggio dalle lame sottilissime e bene affilate. Simonetta Ferrero aveva sicuramente tentato una strenua difesa sferrando pugni e calci. Probabilmente era riuscita anche a graffiare l'aggressore: lo provavano leggere striature di carne umana che l'autopsia aveva trovato sotto le unghie. Vedendosi preclusa ogni possibilità di fuga, aveva supplicato, urlato a perdifiato, sino a sgolarsi: ma l'assenza di altre persone nell'ammezzato e quel maledetto martello pneumatico a pianterreno avevano impedito che qualcuno raccogliesse I suoi appelli, finchè non era rimasta esamine in una pozza di sangue. La famiglia Ferrero si chiuse immediatamente in un dignitoso silenzio: nessuna dichiarazione ai giornali, nessun permesso ai cronisti per entrare nella grande casa di via Osoppo e prelevare dall'album fotografie dell'uccisa. Molta cortesia, ma anche molta compattezza per difendere la propria privacy. La madre di Simonetta volle vedere il luogo del delitto, recitò una preghiera, poi
uscì in silenzio. Ai funerali la chiesa era piena: parenti, amici, conoscenti, colleghi della Montedison, semplici sconosciuti, commossi e indignati. Officiava lo zio monsignor Carlo Ferrero: davanti non aveva però alcuna autorità cittadina. Eppure lo scalpore era stato enorme, ne parlavano anche i giornali stranieri. Poi la salma venne caricata su un carro funebre ed avviata presso la tomba di famiglia a Ronsecco Vercellese. Anche qui ultima benedizione, ultime preghiere, ultime lacrime durante la tumulazione. Ma nel riposo della sua pace eterna Simonetta Ferrero non trovò mai uno spiraglio che portasse alla scoperta del suo assassino. I cronisti provarono a introdursi alla Cattolica, ripercorrendo luoghi e interpellando abituali frequentatori, molti dei quali avevano conosciuto Simonetta. Ma non ce ne fu uno che riuscisse a raccogliere un'indiscrezione davvero importante, anche perchè le autorità accademiche sembravano chiudersi a riccio, mostravano aperta ritrosia persino nel dare delucidazioni sul funzionamento operativo della struttura. Dai locali della questura milanese di via Fatebenefratelli furono fatte transitare non meno di 350 persone nel tentativo di trovare la chiave del giallo. E intorno ad esse s'alternavano esperienza, professionalità, scrupolo e passione di uno dei più brillanti investigatori dell'epoca: il capo della Squadra Mobile, Enzo Caracciolo.
Venne subito scartata l'ipotesi che nella fine di Simonetta Ferrero potesse esserci un movente politico: non c'era stata rivendicazione. E lo scenario in cui s'era poi mosso l'assassino portava solo a ben altro. Si pensò a un maniaco, a uno sbandato in preda a raptus, a un drogato, a un guardone, addirittura a uno dei tanti "capelloni" che allora venivano visti come fumo negli occhi. E non trovando alcun riscontro, la fantasia popolare si appigliò persino all'idea che potesse trattarsi di qualcuno che, innamorato segretamente, quella mattina avesse pedinato Simonetta sino all'interno della Cattolica. Quella mattina la donna indossava un abito blu a fiori, con gonna leggermente sopra il ginocchio e sandali estivi: vestiva insomma come sempre, non certo da vamp, tant'è vero che nessuno l'aveva notata. In quel luogo insolito, nel respingere la dichiarazione dello sconocsciuto spasimante, la molla della furia omicida? Troppo complicato, troppo difforme dai canovacci dell'amore. Vere o no, circolavano voci incontrollate che spaziavano in ogni direzione. Si parlò dell'interrogatorio di un sedicente ingegnere. Si disse di un chierico astigiano giunto a Palazzo di Giustizia accompagnato addirittura da tre amici sacerdoti. Si sottolineò come il delitto avrebbe potuto essere collegato a una vendetta maturata sul posto di lavoro, visto che alla Montedison la dottoressa Ferrero aveva anche compiti di selezione del personale e di dare disco verde alle assunzioni. In realtà non c'era nulla che facesse pensare all'eventualità di poter lavorare su una pista definitiva. Mettendo anche insieme segnalazioni telefoniche e lettere anonime giunte in Questura o in base a certe deduzioni abituali in criminologia, fu possibile fare il solito schizzo dell'identikit dell'assassino: con quella faccia in circolazione potevano esserci a milioni. Neppure lo straordinario impegno degli inquirenti e ogni loro tentativo di troncare sul nascere eventuali atteggiamenti omertosi portarono a soluzioni. E per anni non se ne parlò più.
Il 23 ottobre 1993, ben 22 anni dopo, sul tavolo di Achille Serra, questore di Milano, giunse una lettera anonima siglata T. B. "Si era nel 1974 o 1975 - scriveva l'autore - quando una persona a me cara venne insidiata nei suoi vent'anni, da un padre spirituale di tale università. Venuto a conoscenza della cosa, mi rivolsi all'autorità religiosa. Il padre fu di colpo allontanato, senza possibilità di rintracciarlo. Non conosco il nome del sacerdote, so solo che aveva cinquant'anni ed era veneto, ma a lungo l'ho messo in relazione con il delitto avvenuto nei bagni della Cattolica. Non posso dire di più". Serra, che ai tempi del delitto era stato uno dei principali collaboratori di Caracciolo e che da abile poliziotto conosceva bene il caso, fece salti mortali per riaprirlo. Vennero fatti arrivare in Questura un centinaio di ex studenti, sacerdoti, frequentatori della Cattolica dell'epoca sempre alla ricerca di un tassello, magari insignficante ma che potesse poi servire a costruire un mosaico. E sui giornali tornò a parlarsi della vicenda. Il prorettore, monsignor Pietro Zerbi, si indignava: "Non può essere stato un prete, nel modo più assoluto. Come allora, penso piuttosto a un maniaco sessuale, in preda a un raptus". Ancora una volta non emerse nulla, cosicchè nell'estate del 1994 il "delitto alla Cattolica" tornò di nuovo negli archivi della polizia giudiziaria. E a ricordare la dottoressa uccisa, neppure una lapide. Uno strano destino quello di Simonetta Ferrero, anche da morta! La sua vicenda venne seguita dall'opinione pubblica tra momenti di intensa attenzione e momenti di assoluto disinteresse, senza mai una vera spinta per snidare e smascherare il suo feroce assassino.


Fonte: www.emule.it

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