venerdì 6 luglio 2012

Dopo aver condannato Jorge Videla, la giustizia argentina saprà processare se stessa?



Erano in migliaia, ieri a Buenos Aires, ad aspettare davanti al Tribunale la lettura della esntenza contro il dittatore Jorge Videla e gli altri gerarchi del regime militare argentino per essersi appropriati dei figli partoriti dalle desaparecidas in carcere, prima di essere uccise, e dati poi in adozione a famiglie vicine alla dittatura. E in migliaia hanno applaudito, accompagnati da chiunque creda nei diritti umani, la condanna degli imputati, colpevoli di aver permesso una "pratica sistematica e generalizzata di sottrazione e occultamento di minori d'età", "nell'ambito di un piano generale di annientamento preparato contro parte della popolazione civile, con l'argomentazione della lotta contro la sovversione e introducendo metodi di terrorismo di Stato durante l'ultima dittatura militare, dal 1976 al 1983".

Per aver progettato e permesso questa trama, che ha privato centinaia di bambini argentini, oggi intorno ai 30 anni, delle proprie origini e dell'affetto delle proprie famiglie, Jorge Videla è stato condannato a 50 anni di carcere; condannati anche altri otto repressori e militari, per varie decine di anni di prigione.
E' una sentenza storica per l'Argentina, per l'America Latina che si libera del proprio passato attraverso la Giustizia e per il mondo che crede e lotta affinché i reati contro l'umanità abbiano la loro giusta condanna. Ed è una storica vittoria delle Abuelas de Plaza de Mayo e dei nipoti ritrovati, che si sono costituiti parte civile,che hanno duramente lottato per ritrovare i bambini appropriati dalla dittatura e che continuano a lottare per ritrovare e identificare quelli che mancano all'appello. "E' un giorno memorabile per l'Argentina e per tutto il mondo civile, che sa che in un Paese in cui non c'è Giustizia non può esserci democrazia. E qui la stiamo facendo, tra tutti" ha detto Estela de Carlotto, storica leader delle Abuelas, subito dopo la lettura della sentenza "Ho una mescola di sensazioni, perché da una parte celebro la condanna a 50 anni per Videla, che avviene per la prima volta, e c'è il riconoscimento esplicito e chiaro della Giustizia del fatto che c'è stato un piano sistematico per sequestrare i bambini e si condanna il responsabile emblematico. Ma, d'altra parte, per tutti gli altri le pene sono state più leggere di quanto ci aspettassimo, anche se gli avvocati hanno la loro spiegazione". La signora Carlotto è una delle Abuelas che non sono mai riuscite a ritrovare il proprio nipote, strappato dalle braccia della figlia Laura subito dopo il parto, avvenuto in prigionia. Con lei, ad ascoltare la lettura della sentenza, c'erano numerosi familiari dei bambini desaparecidos e anche vari giovani nipoti ritrovati, come Francisco Madariaga, che ha denunciato chi si è appropriato di lui e che ha ascoltato la sentenza accanto a suo padre Abel, l'unico genitore sopravvissuto tra i 35 casi analizzati in questo processo.
Il punto più importante della sentenza, sottolinea il quotidiano Página 12, "è stata la definizione di furto dei bambini. In una formula compatta, precisa e molto studiata, il tribunale ha chiarito quello che non era stato detto finora e che a partire da adesso la Giustizia ripeterà. Roqueta ha pronunciato il punto otto della sua sentenza: "Non si procede alle richieste di prescrizione penale presentate dalle difese, al trattarsi di fatti giudicati di reati di lesa umanità, realizzati attraverso una pratica sistematica e generalizzata di sottrazione, detenzione e occultamento di minorenni, rendendo incerta, alterando o sopprimendo la loro identità in occasione del sequestro, prigionia, sparizione o morte delle loro madri, nell'ambito di un piano generale di annientamento realizzato su parte della popolazione civile con l'argomento della lotta alla sovversione, con metodi di terrorismo di Stato, durante gli anni della dittatura militare, dal 1976 al 1983. Articolo 118 della Costituzione". Non ha detto "piano", ma ha detto "pratica sistematica" così come avevano sostenuto nella denuncia le Abuelas de Plaza de Mayo e la Procura. Questa decisione era rimasta nell'aria dal Giudizio contro le Giunte, in cui si assolse Videla per cinque dei sei casi arrivati a processo. Lì si considerò che questa pratica sistematica non esisteva e che le appropriazioni erano casi "isolati"".
La sentenza di condanna era già stata rifiutata nei giorni scorsi da Jorge Videla, che non riconosce l'autorità del Tribunale che lo ha condannato, al considerare, tra le altre cose, che "oggi ci sono al potere i terroristi" contro cui lui ha lottato, nel nome e per il bene dell'Argentina, ovviamente.
La grande commozione ed emozione delle Abuelas e dei nipoti ritrovati alla lettura della sentenza, che, in alcuni casi, ha condannato anche le persone che hanno cresciuto i giovani, sottraendo loro la loro reale identità, è comprensibile, ma non deve far dimenticare che non tutti i colpevoli sono stati giudicati. Página 12 ricorda che "la pratica sistematica" che portò centinaia di bambini a perdere al propria identità, non sarebbe stata possibile senza la collaborazione dei giudici affini al regime ed evidentemente estranei alla Giustizia. Adesso, sottolinea il quotidiano argentino, "sarà messa alla prova la volontà del Potere Giudiziario di indagare su se stesso". Perché, ricorda ancora il quotidiano, "in piena dittatura militare le Abuelas de Plaza de Mayo arrivavano ai tribunali in cerca dei loro nipoti, nati in prigionia o scomparsi con i loro genitori. Andavano con cartelle di foto, documenti e dati. Aspettavano l'aiuto dei giudizi. Ed era impegnata in questo, Estela de Carlotto, nel 1978, quando si recò al Tribunale di Gustavo Mitchell. Sapeva che avevano una bambina consegnata a Casa Cuna, la cui data di nascita poteva coincidere con quella data alla luce in prigionia dalla figlia Laura, prima di essere assassinata. Al testimoniare davanti al TOF6, Estela ha ricordato il messaggio ricevuto da parte del magistrato: "Stia attenta"… "perché potrebbe male"."
E non solo il ricordo di Estela de Carlotto. C'è anche un magistrato, Delia Pons, oggi morta, che alle Abuelas diceva che i bambini non sarebbero mai stati loro restituiti e che ha evitato sistematicamente, eliminando documenti o rifiutando con sentenze, che i bambini di desaparecidos tornassero con i loro familiari (terribile il caso dei tre fratelli Ramirez, che avevano perso la madre, ma che avevano ancora il padre e una zia, che li reclamavano: rifiutò di restituirli e li mandò in un orfanotrofio, dove subirono abusi sessuali, perché "erano figli di un paraguayano montonero, che aveva sfidato la Costituzione e non meritava riaverli").
"Rimangono da giudicare i partecipanti del piano sistematico: ci saranno processi ai medici presenti nei parti e bisogna indagare sui funzionari che intervennero nei procedimenti di adozione, sapendo che, in molti casi, erano figli di desaparecidos. Oltre il 30% dei nipoti recuperati fu consegnato con questi procedimenti" ha detto l'avvocato delle Abuelas, Alan Iud.
Le complicità con questa atrocità perpetrata in Argentina durante la dittatura, non sono finite con la caduta dei generali e, anzi, continuano ancora oggi, negli stessi tribunali; durante il processo Victoria Montenegro ha raccontato come il procuratore Juan Martín Romero Victorica aiutasse il suo appropriatore, anticipandogli tutta l'informazione sulle cause che lo riguardavano e indicandogli gli avvocati a cui ricorrere. La Giustizia argentina si trova probabilmente davanti alla sua prova più grande: giudicare se stessa. 

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