Aveva solo 12 anni quando lo hanno ucciso. Eppure, in quel poco tempo, aveva già fatto tremare il mondo.
Si chiamava Iqbal Masih ed era un bambino pakistano. A 4 anni lavorava già in una fornace. A 5 venne venduto a un fabbricante di tappeti per saldare un debito: incatenato a un telaio, costretto a lavorare oltre 10 ore al giorno. Le sue mani, piccole e fragili, erano considerate “perfette” per annodare i fili. Come lui, migliaia di altri bambini.
Ma Iqbal non abbassò mai lo sguardo.
A 10 anni partecipò a una manifestazione contro la schiavitù minorile. Ebbe il coraggio di ribellarsi, pur sapendo cosa lo aspettava. Subì minacce, percosse, ritorsioni sulla sua famiglia. Eppure non si fermò. Fu accolto in un ostello del Bonded Labour Liberation Front e lì tornò a studiare. Non era affamato di pane, era affamato di giustizia.
Nel 1993 cominciò a viaggiare per il mondo. Parlava nei congressi, denunciava lo sfruttamento, chiedeva il boicottaggio dei tappeti pakistani. La sua voce era piccola, ma il suo coraggio immenso. Grazie a lui, centinaia di fabbriche vennero chiuse, migliaia di bambini tornarono liberi.
Il 16 aprile 1995, mentre tornava a casa in bicicletta, un colpo di pistola lo fece cadere per sempre. Aveva appena 12 anni. La verità su quel delitto non è mai stata pienamente svelata. Ma chi l’ha ascoltato, chi ha visto i suoi occhi, sa che il seme che ha piantato non è morto.
Iqbal diceva:
«L’unico strumento che un bambino dovrebbe impugnare è una penna, non un attrezzo da lavoro.»
Aveva ragione.
E ricordarlo non è solo un dovere: è un impegno verso tutti quei bambini che ancora oggi aspettano la loro libertà.
Piccole Storie.

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