Nel 2012, ossia 9 anni prima che, alla terza candidatura, Giorgio Parisi ricevesse il Nobel, nella mia autobiografia scientifica “La passione di conoscere”, Rizzoli, di lui scrivevo:
“Come spesso accade tra le persone dotate di genio, la sua capacità di muoversi efficacemente su molti fronti è pari alla sua apparente sbadataggine e al suo aspetto dimesso e trasandato. Non un'ombra di vanità o di presunzione, nemmeno un piccolo sforzo per esibire il livello al quale sa operare. Giorgio è stato sempre coccolato dal Dipartimento e dalla Facoltà di Scienze, che gli hanno attribuito incarichi e responsabilità culturali a ripetizione, sovente più di quanto compatibile con le sue risorse di tempo e di energia. Ha collezionato premi in tutti gli angoli del mondo – la medaglia Dirac, la Boltzmann, la Planck, il premio Fermi, il premio Lagrange, il premio Nonino come “maestro del nostro tempo”, e vari altri ancora – ed è stato accolto, caso rarissimo per un italiano, nella National Academy of Science degli USA. Ha prodotto lavori in svariati campi della fisica, ma anche in biologia, immunologia, scienze cognitive, scienze sociali, finanza. Tanto che per ben due volte noi colleghi di Roma, in sintonia con scienziati di altri paesi, lo abbiamo proposto per un Nobel nell'ambito della fisica della materia. Non ha funzionato, forse perché il premio va solitamente a ricerche che conducono ad applicazioni di vasta risonanza, com'è stato il caso di tutti i vincitori di cui narro in questo libro.
E anche perché attorno al Nobel girano lobby diverse, dalle quali l'Italia, come in tanti altri campi, risulta tagliata fuori (ho già detto dell'esclusione del nostro Nicola Cabibbo da una recente terna di vincitori). Faccio un esempio che ho presente per conoscenza diretta. Ci fu un momento in cui presso i Laboratori Bell erano stati già accumulati numerosi Nobel, mentre la più giovane IBM, malgrado in tempi recenti la sua attività di ricerca multinazionale fosse divenuta importante, era ancora all'asciutto. All'IBM fu presa la decisione di cercare di colmare tale lacuna e a questo compito fu espressamente assegnato una specie di ambasciatore - Praveen Chaudhary, bengalese di fine intelligenza - che in pochi anni riuscì a far arrivare all'IBM tre premi Nobel per la fisica: in ordine di tempo Leo Esaki per l'effetto tunnel nei semiconduttori, Gerd Binnig e Heinrich Rohrer per la microscopia a effetto tunnel, Georg Bednorz e Alex Müller per i superconduttori ad alta temperatura (è lo stesso Chaudhary ad avermene parlato). Naturalmente si è sempre trattato di grandi scopritori, ma è legittimo sospettare che, senza il peso dell'IBM e il lavorio diplomatico di Chaudhary, le cose non sarebbero andate altrettanto bene.
Giorgio Parisi è anche fortemente impegnato in politica, fatto alquanto raro per un fisico, e soprattutto per un fisico di vaglia, colmo di ruoli scientifici e di allievi da seguire. Io per questo l'ho sempre ammirato, indipendentemente dal fatto che non condividessi appieno le sue posizioni: il suo impegno è indice di un basilare ottimismo e di una solida fiducia nella possibilità di realizzare delle idee malgrado le disfunzioni e il marciume che caratterizzano la nostra vita pubblica. Di tale atteggiamento positivo, confesso di aver scarseggiato. E studiando Giorgio ho capito, magari un po' tardi, che un realismo eccessivo, una troppo accurata coscienza delle difficili condizioni al contorno, spengono ogni entusiasmo e fors'anche la fantasia creativa, con ricadute negative sulla propria attività professionale e su quella dei discepoli.” E questo è tutto.
In foto Giorgio Parisi riceve la Medaglia Galileo del Rotary Club insieme a John L. Heilbron, storico della scienza statunitense.
Condivido con voi questo estratto che il prof Andrea Frova ha scritto. Un grande grazie a lui che ha scelto di condividerlo con noi!
Storie Scientifiche

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