lunedì 2 dicembre 2013

Mario Calabresi, la storia in uno scatto

'A occhi aperti', 10 interviste a 10 grandi fotografi


Beirut 1991 ©Gabriele Basilico

Arlington (Virginia) 25 novembe 1963 ©Elliot Erwitt/Magnum Photos

Afghanistan 1992 ©Abbas/Magnum Photos

Romania 1968 ©Josef Koudelka/Magnum Photos

Bangladesh 1983 ©Steve McCurry

Brasile 2009 ©Sebastião Salgado/Amazonas Images

Copertina 'A occhi aperti'

di Nicoletta Tamberlich
Una porta spalancata sulla storia, attraverso immagini e ricordi di testimoni che hanno immortalato e vissuto alcuni dei momenti più intensi e drammatici del nostro passato. ''Ci sono pezzi di storia, che esistono solo perché c'è una fotografia che li racconta''. Mario Calabresi, direttore de 'La Stampa', negli ultimi due anni ha raccolto una serie di interviste ai più grandi fotografi della scena internazionale. Il risultato dei suoi incontri è "A occhi aperti" (Edizioni Contrasto), un libro in grado di restituire la forza e le emozioni dei protagonisti. Ecco allora Paul Fusco che racconta i funerali di Bob Kennedy o Josef Koudelka che descrive i primi istanti nell'agosto del 1968 dell'ingresso dei carri armati a Praga (svilupperà il rullino solo un mese più tardi).
E poi ancora Steve McCurry, Don McCullin, Elliott Erwitt, Alex Webb, Gabriele Basilico, Abbas, Paolo Pellegrin e Sebastião Salgado. Calabresi trascina con se il lettore in un viaggio appassionato nel tempo, offrendogli contemporaneamente una prospettiva privilegiata: gli occhi di fotoreporter che hanno creato la comune memoria. Cosa potremmo sapere, cosa potremmo immaginare, cosa potremmo ricordare dell'invasione sovietica di Praga se non ci fossero, stampate nei nostri occhi, le immagini di un 'anonimo fotografo praghese', che si scoprì poi chiamarsi Josef Koudelka? Tra le sue immagini quella indimenticabile del vecchio ripreso di spalle, basco in testa e cartella in mano mentre con l'altra lancia un sanpietrino contro i carri armati.
''Quanta giustizia - annota Calabresi - hanno fatto quelle foto, capaci di raccontare al mondo la freschezza e l'idealismo di una primavera di libertà''. Perchè come dice McCurry ''Non puoi stare sulla sponda a guardare ma devi diventare parte della storia''.
L'autore accompagna il lettore in un viaggio attraverso il passato. Una passione quella del direttore de La Stampa per la fotografia, esplosa da bambino: ''Mio zio, Attilio Capra il fratello di mia madre, un fotografo di professione, mi ha trascinato nei laboratori, indicato le mostre che non dovevo assolutamente perdermi. Mi ha cresciuto portandomi con lui ogni volta che poteva. Avevo circa 20 anni quando a Londra mi recai a una mostra, mentre passavo in rassegna quelle foto sono rimasto folgorato: la curiosità di capire cosa ci fosse dietro quegli scatti. Forse in quel momento è nata anche la passione per il giornalismo che è testimonianza diretta''.
E quello che l'autore riesce a regalare al lettore è di aver modo di conoscere anche l'emozione che ha animato ognuno di questi grandi narratori. "Sono partito con tre immagini negli occhi: una immensa terrazza coperta di detriti da cui si vede il panorama della Beirut distrutta alla fine della lunga guerra civile libanese, lo sguardo di un uomo nel momento in cui viene arrestato e vede svanire il suo sogno di attraversare il confine tra il Messico e Gli Stati Uniti, un gruppo di donne italiane che si abbracciano in mezzo a una tempesta di sabbia. Volevo sapere da Gabriele Basilico, Alex Webb e Steve McCurry ''cosa era successo un attimo prima e un attimo dopo di quegli scatti''.
E quella di Basilico a Calabresi è stata l'ultima intervista rilasciata dal grande fotografo dello spazio urbano morto a febbraio: "Che fotografo sono? Arrivo in un posto come un rabdomante, non cerco l'acqua ma un punto di vista". "Penso - spiega Calabresi - al giovane Sebastião Salgado che nel 1984 si presenta alla redazione del quotidiano francese Liberation con i suoi scatti in bianco e nero che denunciano gli effetti della carestia in Sahel, un racconto sconvolgente nella sua forza, che obbliga l'Occidente a fermarsi e impone di non voltare la testa dall'altra parte. Salgado apre gli occhi al mondo".
O a Paul Fusco il fotografo che ha raccontato la fine del sogno americano con il suo reportage del funerale di Bob Kennedy. Il candidato democratico era morto due giorni prima a Los Angeles, colpito da un proiettile al cuore mentre festeggiava la vittoria alle primarie della California. Il funerale si tenne a Manhattan, nella cattedrale di St. Patrick, poi la bara venne caricata su un treno di dieci vagoni che la portò alla destinazione finale: il cimitero di Arlington, dove venne sepolto poco lontano dal fratello John. Un milione di persone aspettavano lungo i binari. Quel treno, è stato il vero funerale, quello dell'America. Fusco scattò quasi duemila fotografie, gli bastò guardare fuori dal finestrino per capire: ''Vidi la folla e tutto fu chiaro. Abbassai il finestrino, allora si poteva fare, e cominciai a scattare. Rimasi nella stessa posizione per otto ore a fotografare la gente accanto ai binari''.
Ma attenzione fa notare il direttore della Stampa "Questo non è un libro sulla fotografia ma sull'essenza del giornalismo: andare a vedere, capire e testimoniare, verificare è ancora oggi fondamentale. Ho scritto queste pagine nei cinque mesi in cui l'inviato Domenico Quirico era sequestrato in Siria. Prima di partire mi aveva ripetuto, non si può scrivere di un bombardamento attraverso il sentito dire o i racconti di altri, non lo puoi raccontare se non ha sentito il rumore delle esplosioni". O come mi ha ricordato Erwitt ''Tutti possono avere una matita e una penna di carta, ma pochi sono i poeti''. Mario Calabresi è direttore del quotidiano La Stampa dal 2009. A occhi aperti è il suo quarto libro, i tre precedenti pubblicati con Mondadori sono Spingendo la notte più in là (2007), La fortuna non esiste (2009), Cosa tiene accese le stelle (2011).
(ANSA)


Nessun commento:

Posta un commento