mercoledì 30 ottobre 2013

Ho visto Occupy

Gruppi di cittadini che bloccano le strade per protestare contro le imprese delle sabbie bituminose, reti che resistono alla costruzione di giganteschi serbatoi di gas, ma anche gruppi che lavorano contro la guerra oppure contro i pignoramenti delle case. Il movimento Occupy, che si chiami così oppure no, è più vivo di quello emerso due anni fa, anche se meno visibile. Crystal Zevon ha visitato 59 località degli Stati uniti alla ricerca del movimento. Tra le altre cose scrive: “A New Orelans ho visitato un magazzino che era pieno di vecchi pneumatici e di macchinari. Quando ci sono arrivata, quelli di Occupy Nola, acronimo di New Orleans Louisiana America, non soltanto avevano sgombrato e pulito il magazzino, ma avevano lavorato con il martello pneumatico per rompere in parte la pavimentazione di cemento e avevano installato le tubazioni, un bagno e una cucina. C’era un’officina per biciclette, e un’area per rappresentare spettacoli di marionette, un centro di informazioni e una biblioteca. C’era anche un palco per tenere concerti e posti dove gli occupanti che venivano da fuori potevano dormire”.
occ
di Crystal Zevon
Riesco ancora a ricordare il senso di ‘shock e di terrore’ (‘shock and awe’ è un’espressione, usata qui con significato un po’ diverso, che definisce una tattica militare: ‘colpisci e stupisci’ oppure ‘dominio rapido’, n.d.t.) quando, tornata a casa per un intervallo dopo aver trascorso 4 mesi di ‘occupazione’ in una tenda, con due assemblee generali al giorno e molteplici proteste ogni settimana, ho osservato in live stream la polizia che faceva delle cariche nella la tendopoli di Occupy installata nella Freedom Plaza a Washington, D.C. Hanno fatto a pezzi le nostre tende, hanno smontato la cucina e hanno fatto minacce agli Occupanti che restavano ancora sul posto. Da casa, ho fatto l’unica cosa che potevo fare: ho risposto ai Tweet che dicevano che gli Occupanti avevano fame, e ho pubblicato un annuncio per fargli mandare delle pizze. Quando tutto è stato detto e fatto, sono rimaste poche tende simboliche, ma il movimento Occupy è stato dichiarato ‘morto’ (secondo i media convenzionali).
Sono rimasta per mesi a casa, seduta, depressa, svuotata, e tuttavia riluttante a essere sconfitta. Nel luglio 2012 ero a Paonia, in Colorado, per disperdere le ceneri dei miei genitori, quando un tizio del posto, di nome Sid e io, abbiamo deciso di protestare contro il carro armato della II Guerra mondiale del minore dei fratelli Kock, Bill, che doveva aprire la parata del 4 luglio. Brandendo un cartello fatto in casa che diceva “Tenti di comprarti il pianeta o di prendertelo soltanto?” e che sull’altro lato diceva: “La democrazia non si può comprare”, Sid ha fermato il carro armato e la parata e io ho filmato tutto sul mio telefonino. Ho caricato le immagini su YouTube, e, con nostra sorpresa, è diventata la notizia di apertura del Rachel Maddow show la sera dopo.
Alimentata da quell’evento, un’idea ha cominciato a sbocciare. Forse l’opinione corrente aveva dichiarato morto Occupy, ma sapevo che dei gruppi di Occupy si riunivano ancora, protestavano e facevano la differenza. Ho capito che se continuavamo a filmare e a raccontare tutto quello che potevamo, una parte di questo sarebbe stata ripresa dalla opinione pubblica e – ancora meglio – potevamo trovare il modo di creare una nostra propria corrente.
Quindi ho comprato una macchina fotografica, ho fatto un corso di una settimana di produzione di film, ho caricato i bagagli sulla mia Toyota Prius e il 12 gennaio 2013 sono partita con il mio spaniel giapponese, Wilma (la cagnetta che costantemente mi accompagna da quando la ho soccorsa mentre ero ancora a Freedom Plaza) in cerca di Occupy. In realtà non sapevo che cosa avrei trovato e devo ammettere che avevo una paura inquietante che sarei tornata a casa raccontando che Occupy era effettivamente morta. Come poi è risultato, non è stato assolutamente quello che ho scoperto.
59 punti sulla carta geografica
Iniziando dal Maine in mezzo a una bufera di neve, sono andata verso Sud, zigzagando nel Mid-West, ho toccato la costa occidentale e ho preso la strada a nord per tornare a casa nel Vermont quattro mesi dopo. Ho aggiunto più di 48.000 chilometri alla mia machina, e ho visitato 59 punti sulla carta geografica. Ho incontrato Occupanti e attivisti che, sia che tenessero alla denominazione ‘Occupy’ oppure no, erano stati costretti all’azione da Occupy, e, come me, erano riluttanti a dire: ‘mi arrendo ‘, soltanto perché le tendopoli non c’erano più. Ho circa 400 ore di filmati che, spero, documenteranno un po’ di quello che ho scoperto. Mentre esamino le fotografie e i filmati so che quello che ho trovato nelle persone chi ho incontrato e nei luoghi che ho visitato, era più che resistenza, più che coraggio, più che determinazione: era speranza.
Nel Maine ho incontrato attivisti che mi hanno parlato della proposta di un serbatoio di gas ‘naturale’ da 23 milioni di galloni in un villaggio di mare chiamato Seaport. Le sue dimensioni erano gigantesche, e l’impatto su questa sonnacchiosa città turistica sarebbero devastanti. L’infrastruttura era, però al suo posto, e, malgrado la presenza di attivisti molto determinati del Maine e di Occupanti, c’era poca speranza di fermare la grossa impresa con sede a Denver, che distribuirebbe mediante tubazioni il gas canadese per metterlo nel serbatoio e per spedirlo poi per nave attraverso l’Atlantico.
Un paio di mesi dopo, quando sono arrivata Denver, un giovane Occupante, Mark Chavez, mi ha detto entusiasticamente come Occupy del Maine avesse contattato Occupy di Denver per chiedere: “Se vi mandiamo dei costumi da aragosta li indosserete e protesterete alla riunione annuale? E’ la vostra ultima occasione di fermare questo serbatoio. Credeteci o no, la decisione di smantellare il serbatoio, è stata presa soltanto un paio di giorni prima che arrivassi a Denver. Oh! ho pensato. Ecco che cosa è Occupy.
La regione dei monti Appalachi
Nel Kentucky, ho camminato con un gruppo che si chiama Impronte per la Pace. Uno dei partecipanti alla camminata aveva aiutato a organizzare una marcia di OWS da New York a Washington, e ora camminavano durante bufere di neve con buddisti che cantilenavano in testa al corteo, per attirare l’attenzione sulla rimozione della cima della montagna. Il primo giorno della camminata abbiamo incontrato Rick Handshoe, un montanaro che stava caricando le sue cose sulla sua casa mobile per traslocare, dato che non poteva più sopravvivere agli effetti sulla salute causati della rimozione della cima della montagna vicino a casa sua.
Ogni giorno Rick, una persona che “non ha neanche un diploma di scuola superiore” aveva controllato l’acqua che gocciolava dal suo apparato idraulico. La famiglia di Rick era stata per generazioni proprietaria della montagna che si innalza dietro la sua casa mobile, e da quando sono iniziate le esplosioni sulla proprietà accanto alla sua, grossi crateri, il erosione del suolo, e ruscelli di acqua tossica che sgorgavano, hanno cominciato ad apparire con frequenza crescente. Giorno dopo giorno, Rick controllava l’acqua e avvertiva la sua famiglia e i vicini dei pericoli. Mostrava loro le sue unghie delle dita che gli stavano cadendo.
“Nessuno mi ascolta,” diceva. “Sono proprietà delle compagnie del carbone. Ma sono la mia gente. Devo continuare a dirglielo. Rick non era un Occupante, tranne che della sua terra, ma è un eroe che esemplifica la storia di Occupy. Questo uomo senza diploma fornisce all’ Agenzia per la Protezione dell’Ambiente (EPA – Environmental Protection Agency) i test dell’acqua che usano per le loro analisi, e ogni giorno combatte con i giganti delle imprese. “Ogni cosa è morta, qui, adesso. Perfino gli insetti se ne sono andati,” dice Rick. Anche se ora smettono, nulla ritornerà nel resto della mia esistenza.”
Nel Deep South
Un giorno mi è arrivato un messaggi su Facebook da una donna di Jackson, nel Mississippi che diceva: “Non penso che considererebbe la possibilità di venire già nella piccola vecchia Jackson”. Ci puoi scommettere che ci verrei e, una volta arrivata a Jackson, ho trovato un altro esempio luminoso di quello che Occupy significa ancora per un gruppo infaticabile che ora si chiamano ‘famiglia’. Quando sono arrivata all’ora e nel luogo fissato, mi hanno accolto tre uomini: un artista di strada, un seguace del Libertarianismo e un senzatetto, che mi avrebbero accompagnato, mi hanno detto, dove sarei stata in quei giorni. Con un’alzata di spalle leggermente preoccupata, li ho seguiti, pensando: “E’ tutta un’avventura.’
Mi hanno portato passando per un quartiere di classe medio-alta a casa di una coppia, che probabilmente erano sulla fine dei 60 anni o all’inizio dei 70. Ognuno abbracciava l’altro e sono stata accompagnata dentro. Subito il resto della famiglia ha cominciato ad arrivare portando cibo, vino e centinaia di storie da raccontare. E’ venuto fuori che la coppia che mi ospitava erano Repubblicani da una vita che da poco si erano stufati e un giorno hanno deciso di ‘fare un salto al picnic di Occupy e di vedere di che cosa si trattava.’ Ci sono tornati ogni giorno. Quando la tendopoli ‘ha chiuso’ , questo gruppo largamente diverso, ha continuato a incontrasi due volte a settimana. Si sono accordati per comprare circa un ettaro di terreno e allora stavano lavorando alla costituzione di una comunità auto-sufficiente.
Hanno fatto anche da accompagnatori alle donne che venivano nell’unica clinica del Mississippi che praticava ancora l’aborto. Si sono scusati per il fatto che non avevano più il tempo di fare dimostrazioni di piazza. Non erano stati arrestati. Quello che facevano era di impossessarsi degli ideali di OWS e di fornire la prova che possiamo essere – e alcuni di noi lo sono – il cambiamento che vogliamo vedere.
Mentre scrivo questo, i nomi, i volti, i luoghi e gli sforzi instancabili (e, troppo spesso, senza riconoscenza) di gruppi e di individui in tutto il paese, sommergono la mia coscienza. A New Orelans ho visitato un magazzino che era pieno di vecchi pneumatici e di macchinari. Quando ci sono arrivata, Occupy i membri di NOLA (acronimo di New Orleans Louisiana America) non soltanto avevano sgombrato e pulito il magazzino, ma avevano lavorato con il martello pneumatico per rompere in parte la pavimentazione di cemento e avevano installato le tubazioni, un bagno e una cucina. C’era un’officina per biciclette, e una zona per rappresentare spettacoli di marionette, un centro di informazioni e una biblioteca per gli attivisti. C’era un palco per tenere concerti e posti dove gli Occupanti che venivano da fuori potevano dormire.
Le acque della costa del Golfo
Viaggiando lungo un braccio secondario del Mississippi, mi sono fermata a Rayne, Louisiana, per parlare con Cheryl Foytlin, madre di 6 figli, che è stata arrestata innumerevoli volte dopo avere tentato di salvare un pellicano che stava affogando dove fuoriusciva il petrolio della British Petroleum. Da Rayne, sono andata a Seadrift, in Texas, dove ho passato un giorno e una notte con la famosa Diane Wilson, una pescatrice di gamberi che aveva combattuto da sola contro grosse compagnie chimiche e le raffinerie di petrolio da quando si era resa conto che scaricavano nel Golfo del Messico i loro rifiuti tossici.
I pescatori sono in massima parte andati via, ma Diane si rifiuta allentare la pressione della sua lotta per ripristinare una certa integrità ambientale per la terra e per il mare. Quando sono andata a trovarla, aveva appena terminato uno sciopero della fame di 60 giorni per combattere contro gli oleodotti che sfruttano le sabbie bituminose. Molto di recente, ero a Washington, D.C. per darle appoggio in tribunale dopo un altro sciopero della fame che è culminato con il suo “atterraggio” sul prato della Casa Bianca (dopo aver scavalcato la recinzione della Casa Bianca) per attirare l’attenzione sui prigionieri che da tempo erano stati autorizzati a uscire ma che erano ancora detenuti a Guantanamo.
Una tappa che mi ha messo in ginocchio è stata Houston. Ero ospite di una coppia che aveva una bella casa sulla Baia di Galveston, dritta al centro di una pittoresca insenatura delimitata su un lato dall’estremità del Canale navigabile di Houston, un ammasso aggrovigliato di acciaio, tubi, e che sputavano fuoco e fumo nella stratosfera e sull’altro lato dal simbolo del denaro del petrolio, lo Yacht Club di Houston. Mi sono alzata la prima mattina a Houston e sono stata attirata fuori da un cielo dipinto di blu, mentre il sole sorgeva sul Golfo. Al centro della scena c’era un airone che guardava fisso i rosa e i viola che sbiadivano in questo mare di veleni ingannevolmente tranquillo. Era la perfetta metafora della giustapposizione di maestà e di parodia che il paese ora rappresentare.
Giro tossico
Quello però che mi ha turbato di più è stato l’incontro avvenuto alla fine della giornata con una squadra formata da padre e figlio, Juan e Bryan Parras, che hanno fondato e che gestiscono un’organizzazione che si chiama T.E.J.A.S (Servizi degli attivisti per la giustizia ambientale del Texas). Mi hanno portato nei loro uffici dove fornivano un ricovero a coloro che partecipavano al blocco di protesta per le sabbie bituminose. Poi, una sera, Juan mi ha portato a fare il suo ‘giro tossico’.
Dopo un’occhiata all’impianto di riciclaggio che emette ogni genere di sostanze inquinanti pericolose ed è comodamente sistemato nel quartiere di Juan, fatto di dimore di classe medio-bassa abitate per lo più da persone di colore, il camioncino di Juan è uscito sulla autostrada di fianco al canale navigabile e ha zigzagato tra i pinnacoli di acciaio svettanti attraverso il labirinto di industrie in funzione. Siamo entrati proprio nelle viscere del Canale navigabile di Houston. Riuscivo a sentire letteralmente le tossine dei metalli pesanti nell’aria che, respirando, immettevo nei miei polmoni. Non sono soggetta a mal di testa, e tuttavia, più stavo lì e più la testa mi doleva.
Juan mi ha detto che suo figlio Bryan non poteva più condurre la persone a fare questi giri perché i suoi mal di testa erano peggiorati. Dato che mi sto preoccupando per il mio livello di immissione di tossicità, Juan mi fa notare che le casette curate con cortili si sono letteralmente appoggiate alle cisterne. La gente vive lì. I bambini giocavano nei cortili. C’era arredamento da patio e patio forniti di barbecue. “La Valero Petroli ha costruito qui una scuola,” mi dice Juan mentre ci avviciniamo a un campo di football illuminato a giorno. “Per dimostrare la loro ‘buona volontà,’ la hanno chiamata Scuola César Chávez.” **
Juan che negli anni della sua gioventù aveva lavorato insieme a César Chávez , ride di questa ironia.
“Vedi quelle particelle nell’aria dove ci sono le luci?” Indica una foschia nebbiosa di particelle che vorticano e che intrecciano figure nel bagliore dei riflettori. “Pensi che sia smog, o nebbia, ma non è quello. Quelli sono metalli pesanti. Mercurio. Benzene. Butadiene.” Guardavo fissamente, incredula, i ragazzini che lanciavano un pallone, una bambinetta che girava su un triciclo dentro un cortile con una staccionata, una coppia seduta nel portico davanti alla casa. Juan ha continuato a parlare e mi ha detto che i bambini che vivono in un raggio di circa 4 km dal Canale Navigabile di Houston hanno il 56% di possibilità in più di sviluppare una leucemia rispetto ai bambini che vivono in un raggio di circa 16 km. Non avevo mai visto nulla del genere. Una volta ancora ho capito per che cosa stavamo combattendo.
I combattenti degli sfratti
A Seattle mi sono incontrata con Josh Farris, che a un certo punto era venuto a Freedom Plaza. Occupy Seattle era carica di problemi e di distrazioni, e quindi Josh ha cominciato a guardarsi in giro per cercare dei modi per contribuire fornendo il massimo aiuto. Ha scoperto che i pignoramenti delle case erano un problema importante nel quartiere dove viveva, che è vario dal punto di vista etnco, e quindi ha cominciato a operare con le persone disposte a lottare contro le banche. Mi ha presentato a due donne, una cinese e l’altra di Portorico. Entrambe hanno dovuto fare i conti con il pignoramento quando, a causa di una malattia e della perdita del lavoro, avevano saltato un pagamento.
OCC2A Portland, Oregon, sono stata da una donna sull’ottantina, Nan Wigmore. Aveva frequentato regolarmente la tendopoli di Occupy e io la avevo già incontrata a Chicago per le proteste contro la NATO di qualche mese prima. Quando la tendopoli di Portland è stata chiusa, Nan ha deciso di aprire la sua casa ad alcuni Occupanti e questa era adesso un centro movimentato per l’attività di Occupy.
Di tutte le persone che ho incontrato, e di tutti i problemi che si sono affrontati, ce ne è stato uno che mi ha colpito più profondamente di tutto il resto. All’inizio del mio viaggio, ha fatto una deviazione per St Louis, per unirmi ad alcuni dei miei amici dell’associazione Veterani per la Pace (che avevano provveduto a fare il servizio di sicurezza a Freedom Plaza) per protestare contro le devastanti pratiche dell’attività estrattiva della [enorme compagnia carbonifera] Peabody Coal. Stavo filmando la manifestazione davanti al quartier generale della compagnia quando Don Yellowman, un dineh (altro nome di Navajo) della Nazione Navajo in Arizona, ha cominciato a parlare. Parlava di genocidio, di trattati infranti, di bambini malati di asma, della prevalenza delle malattie renali, di diabete e di cancro, delle sorgenti una volta intatte e ora invase dall’arsenico e da altri metalli pesanti, degli anziani senza elettricità o acqua potabile. Ha parlato della parte avuta dalla Peabody Coal, dal governo statunitense, dal governo tribale, dall’Ufficio per gli Affari Indiani (BIA Bureau of Indian Affairs) e dall’Ufficio per la Gestione delle Terre (BLM – Bureau of Land Management) in tutto questo.
Mentre Don parlava mi sono accorta che non riuscivo a vedere quello che filmavo. Ero accecata proprio dalle mie lacrime. I miei genitori si erano ritirati in Arizona, ed ero solita attraversare in macchina la Nazione Navajo, fermandomi al trading post (insieme di albergo, ristorante, negozi di artigianato indiano, n.d.t.) di Cameron per comprare i tacos fatti dai Navajo. I miei genitori erano diventati amici dei tessitori e compravano i tappeti Navajo. E tuttavia, per quanto mi consideri politicamente consapevole, ignoravo in gran parte le politiche di genocidio attuate per generazioni nei riguardi del popolo delle Prime Nazioni.
L’opposizione contro le sabbie bituminose
Dopo Saint Louis sono andata in Oklahoma per il Campo di opposizione alle sabbie bituminose delle Grandi Pianure e ho incontrato Casey Camp-Horinek, e suo fratello dell’American Indian Movement (AIM) che si chiama Carter Camp. Mi hanno descritto la rete di tubature sotto la loro terra, l’impossibilità cui si trovano di far crescere le colture a causa delle tossine lasciate nel suolo in nome del progresso, la loro cultura che si è erosa quando le generazioni più giovani sono state costrette a lasciare le riserve indiane per trovare lavoro. Mi hanno raccontato di come erano abituati a partecipare alle danze e ai festeggiamenti per le nascite; adesso, invece vanno almeno a un funerale alla settimana.
Sono andata in Arizona e nel Nuovo Messico e ho incontrato di nuovo Don Yellowman, che è a capo di un gruppo che si chiama Il popolo Navajo dimenticato. Sono stata con i suoi genitori e sua madre Louise, mi ha mostrato degli album di fotografie con immagini di lei che da bambina pascolava le capre. Mi ha parlato della storia del suo popolo, e della speranza cha ha ancora per la sopravvivenza della loro cultura. Il padre di Don è venuto a salutarmi su una sedia a rotelle. Faceva funzionare macchinari pesanti nelle miniere di uranio. Louise mi ha detto che aveva maneggiato a mani nude l’ossido di uranio. Ora deve sottoporsi a dialisi varie volte a settimana.
Sono andata anche a Pine Ridge (nel Sud Dakota) dove ho incontrato Charmaine White Face (Faccia Bianca), una signora della Grande Nazione Sioux che lavora con i Difensori delle Black Hills per ottenere che le miniere di uranio a cielo aperto che stanno uccidendo il suo popolo, vengano ripulite. Garvard Good Plume (Bella Piuma) e Richard Broken Nose (Naso Rotto) mi hanno parlato del caso del trattato infranto che riguarda i loro diritti che vogliono presentare alla Corte Mondiale a L’Aja. Nathan Blindman ha seguito la documentazione cartacea della proprietà di Wounded Knee dove i parenti delle persone che ho incontrato erano stati massacrati dalla Cavalleria degli Stati Uniti nel 1890. *
Quando ho parlato ai miei nuovi amici delle First Nations, ho capito che sebbene essi fossero l’incarnazione di tutti i principi che sosteneva Occupy, sebbene continuassero a chiederci di unirsi a loro, sebbene e ci implorassero di ascoltarli e di imparare dai loro modi tradizionali, non potevano, in quanto nazioni occupate, entrare a far parte di un movimento che si chiama ‘Occupy’.
Mentre tornavo in macchina nel Vermont, diretta nella casa dove mia figlia e i miei nipoti vivono lontani da località con strutture pubbliche, e dove stavo per aprire la nostra casa ad attivisti e a membri della comunità, mi sono commossa a pensare agli eroi che avevo incontrato. Sia che si trattasse di Occupy o delle First Nations o soltanto di un uomo solitario in Kentucky, il significato è chiaro. Siamo una famiglia. Siamo impegnati tutti insieme. Viviamo tutti seguendo la stessa corrente.

*http://it.wikipedia.org/wiki/Massacro_di_Wounded_Knee
** http://it.wikipedia.org/wiki/César_Chávez

Fonte:  znetitaly.org
Originale: The Indypendent
Traduzione di Maria Chiara Starace

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