La preziosa solitudine della Turchia
L'intransigenza verso l'Egitto
Ankara rischia di danneggiare i rapporti sia con l'Occidente che col mondo arabo

Istanbul - Una mano e quattro dita alzate, il pollice piegato sul palmo. E' il simbolo di indignata solidarietà che la Turchia ha adottato per denunciare il Colpo di Stato in Egitto e la sanguinosa repressione subita dai sostenitori dei Fratelli Musulmani; quattro in arabo è Rabaa: il nome della piazza del Cairo -intitolata a una donna di fede e mistica, Rabaa al-Adawiya (la quarta tra i fratelli)- teatro della strage del 14 agosto. Lo hanno adottato il Primo Ministro Recep Tayyip Erdoğan in occasione di impegni politici, chi partecipa alle manifestazioni organizzate nelle città turche -l'ultima proprio oggi, dopo la preghiera del venerdì attorno alla moschea di Fatih- e virtualmente migliaia di persone sul loro profilo Facebook; l'impegno è trasversale, molto più partecipato e convinto, però, quello dei settori più sensibili all'islam politico. Solidarietà turca, solidarietà musulmana.
La Turchia ha ormai assunto una posizione di pronunciata ostilità retorica nei confronti del regime golpista guidato dal generale al-Sisi, soprattutto dopo che le vittime della violenza armata sono diventate molte centinaia: il vice-premier Bekir Bozdağ lo ha chiamato 'Ramses del XXI secolo'; lo stesso Erdoğan ha detto che gli egiziani e la comunità internazionale sono obbligati a scegliere tra il faraone e Mosè: e ieri sera ha pianto in diretta tv, mentre veniva data lettura di un messaggio di un padre -Mohammad al-Beltagy, esponente dei Fratelli musulmani- alla figlia Asma uccisa da un cecchino, in piazza Rabaa, mentre aiutava i feriti.
Ma il Premier, nei suoi interventi in pubblico e in tv, ne ha avute ripetutamente per tutti: per i Paesi europei e gli Usa, accusati di sfacciata reticenza nel chiamare il golpe col proprio nome e di flebili risposte alla repressione; per Israele, colpevole secondo lui di aver ispirato i generali egiziani nelle loro azioni; per gli Stati arabi -l'Arabia Saudita e agli altri Paesi del Golfo Persico (ad eccezione del Qatar)- che stanno finanziando il nuovo regime e non hanno invece elargito fondi durante la Presidenza Morsi:in vena di riferimenti biblici, li ha paragonati ai fratelli del patriarca Yusuf/Giuseppe che hanno scaraventato nel pozzo -e poi venduto a mercanti- il loro congiunto.
Nell'ultima settimana, la situazione in Egitto -così come in Siria- è stata esaminata dagli organi decisionali del Partito della giustizia e dello sviluppo (Akp), nel corso della riunione del Consiglio nazionale di sicurezza, in un incontro riservato tra Erdoğan e il Presidente Abdullah Gül, dal Consiglio dei Ministri alla presenza dell'Ambasciatore al Cairo -ma richiamato in Turchia per consultazioni senza scadenza- Huseyin Avni Botsalı; le richieste sono chiare e sono state ripetute più volte: fine della repressione, liberazione del Presidente Morsi e degli altri membri dei Fratelli Musulmani arrestati, ritorno alla democrazia attraverso un processo massimamente inclusivo, elezioni a breve.
Questa posizione è stata ribadita dal capo della diplomazia Ahmet Davutoğlu, impegnato in un tour di sensibilizzazione che ha toccato -tra ieri e oggi- Berlino, Londra e Roma: in agenda Egitto e anche Siria, per chiedere un intervento deciso e nelle intenzioni decisivo contro Assad che si sarebbe macchiato dell'uso di armi chimiche; ha proposto di lavorare insieme -Unione europea e Turchia- per meglio fronteggiare la duplice crisi, ha fatto notare come, secondo lui, le esitazioni della comunità internazionale in Siria hanno rappresentato un implicito via libera alla deposizione di Morsi in Egitto e alle successive stragi: e ha espresso il timore che in Egitto si scateni una guerra civile, ancora più sanguinosa e destabilizzante -per tutto il Medio Oriente- di quella siriana.
Nella posizione della Turchia sull'Egitto, possono distinguersi quattro motivazioni di fondo: i principi, il sostegno ai processi di trasformazione democratica di cui le cosiddette 'primavere arabe' sono l'aspetto più visibile; la realpolitik, la perdita di un nuovo e potenzialmente prezioso alleato; l'ideologia, l'affinità di derivazione religiosa col movimento dei Fratelli musulmani e col presidente Morsi; le analogie, la spiccata avversione ai colpi di Stato e alla repressione di regimi militaristi per averli vissuti in prima persona: a cui si aggiunge il timore che le proteste di Gezi e Taksim -che potrebbero riesplodere con l'inizio dell'anno accademico- possano essere strumentalizzate per attivare scorciatoie anti-democratiche.
Al di là della retorica e degli incontri bilaterali, la Turchia, però, non sembra avere molte carte da giocare: è stato richiamato l'Ambasciatore, sono state cancellate le manovre navali congiunte, le imprese turche che operano in Egitto hanno cominciato a sospendere la produzione; lo stesso Davutoğlu, nonostante la creazione di canali diretti con le autorità del Cairo, non è riuscito a incontrare Morsi in prigione. Ankara rischia in sostanza di trovarsi isolata: di estromettersi completamente dai rapporti bilaterali con l'Egitto, se non emergerà immediatamente un'alternativa democratica al Governo militare; di danneggiare pesantemente il cammino verso la piena inclusione in Europa e le forme di collaborazione politica e di partnership economica e commerciale instaurate coi Paesi arabi. Conseguenze a cui si sommano quelle provocate dalla crisi siriana: con il tramonto dell'area di libero scambio a quattro insieme anche a Libano e Giordania; per non parlare della rivalità -più o meno consolidata- che la oppone all'Iran e all'Iraq di Maliki.
Il Consigliere per la politica estera di Erdoğan, Ibrahim Kalın, non è d'accordo: niente isolamento, tutt'al più -come ha scritto su Twitter- una 'solitudine' che -giocando con le parole, 'değerli yalnızlık'- è contestualmente 'di valore' (o 'preziosa') e 'basata sui valori'.
http://www.lindro.it/politica/2013-08-23/96814-la-preziosa-solitudine-della-turchia#sthash.8GjFAWtM.dpuf
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