lunedì 26 agosto 2013

FINITO IL PROCESSO A BO XILAI, CHIESTA UNA PENA ESEMPLARE

Dopo cinque giorni, si è concluso nel Tribunale intermedio della città di Jinan, il “processo del secolo” che ha avuto come imputato Bo Xilai, l’ex segretario del Partito comunista cinese nella grande città d Chongqing ed ex membro dell’Ufficio politico del Comitato centrale del partito. Ad allungare i tempi del dibattimento, previsto inizialmente di soli due giorni, la difesa strenua dell’imputato che non soltanto ha negato le accuse di corruzione, peculato e abuso di potere, ma ha contrattaccato confutando in particolare le dichiarazioni di sua moglie e dell’ex capo della polizia di Chongqing.
Alle dichiarazioni della consorte Gu Kailai, condannata a morte esattamente una settimana fa per l’uccisione nel novembre 2011 di un imprenditore britannico, Bo aveva risposta sostenendo l’incapacità mentale di Gu e confessandone, proprio ieri nel giorno della sua difesa, un rapporto extra-matrimoniale con il capo della polizia. Il quale, Wang Lijun, aveva cercato di coprire l’azione di Gu, contando proprio sul sostegno del segretario del partito che per questo era finito sotto accusa e sospeso da ogni carica politica prima di finire indagato anche per gli altri reati.
Una torbida vicenda familiare che ha dato colore al processo ma che non è servita a distogliere l’accusa dai due principali capi d’imputazione a carico di Bo Xilai: quello di corruzione per avere ricevuto insieme alla moglie e a un figlio oltre 21 milioni di yuan al tempo in cui era sindaco della città di Dalian, e quella di peculato per i 5 milioni che, stornati dai fondi per un’opera pubbica a Chongqing, erano finiti sui suoi conti. Bo ha rifiutato il ruolo di corrotto, ma ha ammesso la sua “leggerezza” nel non avere saputo controllare gli interessi dei suoi familiari e dei collaboratori.
Oggi il pubblico ministero ha chiesto per Bo una “pena esemplare”, in base alla gravità dei reati commessi e anche alla sua mancanza di pentimento.
Qualunque sarà la sentenza (prevedibili almeno vent’anni di carcere, oppure una condanna a morte subito commutata in ergastolo) per la quale non è stata comunicata alcuna data, il processo di Jinan è stato probabilmente manovrato per estromettere un personaggio fino a un anno fa destinato ai vertici politici ma le cui idee radicali sono state giudicate incompatibili con il “nuovo corso” cinese, rinnovato tra novembre 2012 e marzo 2013. Un’occasione, anche, per mostrare al popolo cinese – che con sempre più forza chiede lotta alla corruzione e fine dei privilegi e degli abusi di potere – che nessuno è oggi sopra la legge.
Un giudizio in cui è stato sperimentato anche un nuovo sistema di comunicazione, che ha fatto un ampio uso dei mezzi d’informazione e dei social network, ma con una trasmissione parziale e “in differita” dei testi delle conversazioni, alcune limitazioni ai media locali e nessuna presenza in aula della stampa straniera.
[CO]

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