mercoledì 21 gennaio 2015

Il senso del voto “vagante”

Roma 20080410 - Chiusura campagna elettorale PDL. FOTO ALESSANDRO DI MEO-Sergio Calzone- Durante un agitato Consiglio di Circoscrizione, fui spinto dagli eventi a impegnarmi in un intervento.
La circostanza mi imponeva dicriticare aspramente il comportamento della giunta PD che amministrava il mio Comune. Nel farlo, dissi che, tuttavia, avreinaturalmente continuato a votare il PD, anche se, in quella circostanza particolare, uno o due dei suoi rappresentanti locali, niente meno che assessori a Torino, si stavano comportando, a parere mio e di molti altri presenti, in maniera assai poco… democratica.
Quando il Presidente dell’assemblea concesse la parola all’opposizione, uno dei rappresentanti di Forza Italia mi si rivolse con aria di sostenuta sufficienza, dicendomi: «Il signore dice di disapprovare l’operato della giunta ma afferma che continuerà a votare per il partito che la forma. Mah!…» Dopo di che, con un gesto noncurante della mano, passò a esporre le critiche di rito che ogni opposizione di minoranza fa alla maggioranza che l’ha battuta alle elezioni.
Quella frase, quel “mah!” mi fecero riflettere. Da una parte, è implicito nella prassi democratica che ogni cittadino voti quel partito che meglio rappresenti i suoi interessi materiali e la sua visione della vita. Tuttavia, è persin troppo facile comprendere che interessi materiali e (magari alta) visione della vita siano elementi che, in un retto sentire, possano anche collidere violentemente.
Quali sono, infatti, gli interessi materiali di un elettore e che cosa chiede, in nome di essi, a un partito? Sono il guadagno o, almeno, la possibilità di guadagno, e a un partito l’elettore che badi soprattutto a ciò chiede che persegua una politica che lo favorisca, anche, al limite, ai danni di altri cittadini che abbiano interessi materiali diversi o addirittura opposti. In parole meno ipocrite, «voto un partito perché mi conviene, perché crea le condizioni per cui io possa guadagnare. E gli altri? Gli altri si aggiustino come possono».
Da qui, i cosiddetti partiti-azienda, nati a tavolino per servire gli interessi, non diciamo di una singola persona, ma di un determinato gruppo umano, collegato internamente da legami reciproci, anche a scapito di tutti gli altri. «Partiti che io voto in quanto e fino a che mi servono, e che smetto di votare se altri sembrano più funzionali ai miei scopi».
Profondamente diverso è il caso di una determinata alta visione della vita. Ebbene, sì, stiamo parlando di ideali! Troppo spesso o forse troppo presto si è stabilito che gli ideali siano morti, come se fossero l’equivalente del Gott ist tot (Dio è morto) di Nietzsche: basterebbe parlare di più con la gente e non accontentarsi di quella farsache sono le “interviste per strada” dei telegiornali che, ovviamente, selezionano quelle che meglio si adattano all’assunto esposto in precedenza. Molte, moltissime persone hanno ancora un progetto di società, addirittura un ideale di giustizia sociale. Il che equivale, grosso modo, ad avere un’alta visione della vita, appunto.
Come voteranno costoro? Potrebbero addirittura, per un soltanto apparente paradosso, votare contro i loro stessi interessi di bottega, purché avessero sentore che l’interesse generale delle classi sociali più disagiate ne potesse trarre profitto!
Risposi a quel consigliere di Forza Italia che ho sempre votato un’idea, non degli uomini in particolare; che, certo, mi disturbava il fatto che un mio eletto mostrasse indifferenza al volere popolare, ma che questo non impediva di credere a un progetto di società più equa e meno sperequativa. Ammisi che lui, il consigliere di Forza Italia, in particolare, non poteva capire e, infatti, non pretendevo che capisse.
Al di là dell’episodio, di per sé di nessun interesse per il lettore, resta forse una domanda di carattere generale e, dunque, valida per tutti: perché una gran parte dell’elettorato italiano (e non soltanto italiano) è così mobile? Come può accadere che la stessa persona voti ora al Centro, ora a Destra, ora a una Sinistra ancorché “moderata”? Come è possibile essere “pescati” da un campo politico e messi nel retino di un campo opposto? In altre parole, come posso io, cittadino, votare una volta la Lega, l’altra Italia dei Valori, l’altra ancora Forza Italia, e magari, ancora dopo il PD? Che cos’è, per me, il voto, se non rappresenta un valore, non commerciale ma, se non vogliamo dire ideologico (aggettivo caduto in disgrazia), almeno identitario?
La realtà che è pericoloso ma forse necessario dire è che la Democrazia non pare essere la migliore delle soluzioni possibili, ma, semplicemente, il minore dei mali possibili: essa dà la stessa opportunità di influenzare la vita di milioni di persone tanto a chi si informa di Politica, medita, soppesa, ha, insomma, un’idea, come si è detto, di società, quanto a chi si disinteressa magari per l’intera vita a tutto ciò e vota sotto l’influsso di suggestioni che non hanno nulla a che fare con un progetto politico. Aggiungiamo, poi, coloro che, come prima si è accennato, votano nella pura ricerca di un ritorno economico, in un contesto di lobby, diciamo: magari una lobby de’ noantri, ma pur sempre una lobby. Tutti costoro, indistintamente, tutte e tre le tipologie (e le varie combinazioni intermedie) hanno tuttavia diritto a un voto e ciò, sommandosi, crea quella mobilità che produce spesso confusione, sfociando, poi, così facilmente nel qualunquismo, oppure facendosi incantare dal populismo.
Un esempio di voto dato con preoccupante leggerezza viene dall’India, dove milioni di elettori votano attori che, a Bollywood, interpretano parti suggestive o, addirittura, danno il loro volto a divinità. Non si vuole, qui, ridicolizzare l’ignoranza! Si vuole indicare, piuttosto, un caso estremo (si spera) che supera, in fallimento democratico, persino, al limite, il voto di scambio.
Attenzione a non attribuire alle mie parole una volontà di sminuire il valore della Democrazia: essa, lo si è detto, è pur migliore di ogni altra forma fino a oggi sperimentata nella Storia. Tuttavia, come ogni creazione umana, ha delle manchevolezze e queste manchevolezze, però, pesano spesso in maniera determinante nel dare una risposta a quella domanda, ingenua e fondamentale, che si sente porre da qualche anima genuinamente candida: «Com’è che, nel mondo, i poveri sono di gran lunga più numerosi dei ricchi ma, anche dopo elezioni democratiche, finiscono per governare i ricchi?»
Il voto vagante, dunque, è il voto di chi non si schiera, di chi esclama, dopo aver posto la scheda nell’urna, «Mah, proviamo anche questo! Se mai, la prossima volta, cambio…»
Domanda: e, se a forza di vagare, un giorno non ci fosse più una “prossima volta”? Non è mai accaduto, vero?

http://www.articolotre.com/2015/01/il-senso-del-voto-vagante/

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