domenica 14 dicembre 2014

CI MANCAVA LA PILLOLA DEL TAGLIAGOLE – SI CHIAMA “CAPTAGON” ED È UN’ANFETAMINA CHE RENDE SERENAMENTE FEROCI – LA USANO I MILITANTI DELL’IS MA È DIFFUSA ANCHE IN LIBIA E IN TUTTO IL MEDIO ORIENTE

La pillola della ferocia è stata trovata dai curdi nelle tasche dei militanti del Califfato uccisi a Kobane. E secondo l’intelligence Usa il boia con accento inglese del famoso filmato sarebbe stato sotto l’effetto di anfetamine. I nostri carabinieri, in Libia dal 2013 per addestrare i miliziani, hanno trovato parecchi tossicodipendenti…


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Si chiama Captagon ed è la droga sintetica che sta devastando il mondo islamico, tanto da diventare una nuova "piaga sociale". Dai manifestanti della "Primavera araba" ai miliziani dello Stato Islamico, la "pillola dell'orrore" regala uno stato d'eccitazione tale che "si sgozza e si massacra con il sorriso sulle labbra e il vuoto nella testa" come scrive il Giornale oggi, giovedì 4 dicembre.
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La pillola - Questa terribile anfetamina sarebbe stata trovata sia dai curdi nelle tasche dei militanti dell'Is uccisi a Kobane, che dalle stesse analisi effettuate dall'intelligence statunitense sull'audio-filmato in cui appare il boia "con accento inglese" John che, a quanto dicono i servizi americani, rivela i chiari presagi di un discorso pronunciato sotto gli effetti di anfetamine. Come detto, i primi ad ammettere di averle usate furono proprio i manifestanti delle primavere del 2011, che confessavano di averle ricevute dagli organizzatori: un concentrato di coraggio sintetico che riduce al tempo stessa la soglia di fatica.
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Piaga sociale - In Libia, a notare qualche stranezza furono al tempo stesso i nostri carabinieri, che, arrivati nel 2013 col tentativo di addestrare e trasformare in un vero esercito alcuni miliziani capirono, grazie agli esami del sangue, che almeno il 30 per cento di loro, presentava gravi forme di tossicodipendenza. Quel che è certo è che la pillola, diventata nel frattempo l'incubo del Medio Oriente per diffusione, è sospettata di essere l'additivo capace di trasformare in ferocia senza precedenti il fanatismo già bestiale dei militanti Is.

IL ROSSO E IL NERO – SALVATORE BUZZI, IL COMPARE DI CARMINATI, SIEDEVA NEL CONSIGLIO DI SORVEGLIANZA DEL CNS-CONSORZIO NAZIONALE SERVIZI, UNO DEI PILASTRI DELLA LEGA DELLE COOPERATIVE - - - - -

La cooperativa “29 giugno” aderisce al Cns e Buzzi scriveva nell’ultimo bilancio che attraverso il consorzio rosso sono state conquistate importanti commesse. Ieri il Cns ha fatto sapere che espellerà Buzzi dal consiglio. Il Cns negli ultimi anni ha vinto commesse per centinaia di milioni dal Tesoro…

Stefano Sansonetti per La Notizia (www.lanotiziagiornale.it)

SALVATORE BUZZISALVATORE BUZZI
Inserito nei gangli più importanti del mondo delle cooperative rosse. Al punto che il suo gruppo è entrato a far parte di uno dei consorzi più rilevanti della Legacoop, in grado negli ultimi anni di aggiudicarsi addirittura maxiappalti del ministero dell’economia per attività da svolgere su tutto il territorio nazionale. Al centro della scena ci sono gli incarichi di Salvatore Buzzi, presidente della Cooperativa “29 giugno”, secondo le accuse il “ministro dell’economia” di quella cupola mafiosa romana su cui si è concentrata l’attenzione della procura di Roma. Un’organizzazione criminale a capo della quale, secondo le ipotesi investigative, ci sarebbe l’ex boss dei NarMassimo Carminati, arrestato nei giorni scorsi. Il fatto è che Buzzi sembrerebbe inserito in una dimensione anche più grande di quella “semplicemente” romana.

IL PERIMETRO
CENA 2010 - GIULIANO POLETTI - FRANCO PANZIRONI - UMBERTO MARRONI - DANIELE OZZIMO - ANGELO MARRONI - SALVATORE BUZZI -GIANNI ALEMANNOCENA 2010 - GIULIANO POLETTI - FRANCO PANZIRONI - UMBERTO MARRONI - DANIELE OZZIMO - ANGELO MARRONI - SALVATORE BUZZI -GIANNI ALEMANNO
Si dà infatti il caso che la principale realtà del suo gruppo, ovvero quella cooperativa sociale “29 giugno” che si occupa di manutenzione aree verdi, gestione rifiuti, gestione centri di accoglienza,  e servizi di pulizia, sia associata nientemeno che al Cns. Quest’ultimo è il Consorzio nazionale servizi, sede a Bologna, uno dei pilastri della Legacoop presieduta fino a non molto tempo fa dall’attuale ministro del lavoro,Giuliano Poletti. Ebbene, la “29 giugno” compare tutt’ora nella lista degli aderenti al Cns. Per carità, nel Consorzio trovano spazio tante cooperative, ma il rilievo assegnato a Buzzi è dimostrato anche dal fatto che occupa un posto nel consiglio di sorveglianza dello stesso Cns.
SALVATORE BUZZI E GIULIANO POLETTISALVATORE BUZZI E GIULIANO POLETTI

Il Consorzio, negli ultimi anni, ha portato a casa fior di appalti nazionali assegnati dalla Consip, la società del ministero dell’economia, da poco retto da Pier Carlo Padoan, che si occupa di approvvigionamento di beni e servizi per la Pa. E le cifre che ballano sono enormi, da far impallidire le commesse di ambiente romano.

Tanto per far qualche esempio, lo scorso 12 settembre la Consip ha assegnato a un raggruppamento con dentro il Cns un lotto geografico (Toscana) del valore massimo di 77 milioni di euro di un maxiappalto per il “Servizio integrato energia”, in pratica tutta una serie di attività di manutenzione degli impianti energetici degli immobili pubblici. In una delle precedenti edizioni del bando, risalente al 2011, il Cns aveva fatto di meglio, mettendo le mani su quattro lotti geografici (complessivamente coprivano Emilia Romagna, Trentino Alto Adige, Marche, Abruzzo, Molise e Campania), per un valore massimo di 150 milioni di euro.

LE ALTRE FETTE
CENA 2010 - GIULIANO POLETTI - FRANCO PANZIRONI - UMBERTO MARRONI - DANIELE OZZIMO - ANGELO MARRONI - SALVATORE BUZZI - GIANNI ALEMANNOCENA 2010 - GIULIANO POLETTI - FRANCO PANZIRONI - UMBERTO MARRONI - DANIELE OZZIMO - ANGELO MARRONI - SALVATORE BUZZI - GIANNI ALEMANNO
Il 13 settembre del 2013 sempre la Consip ha assegnato a un raggruppamento con dentro il Cns 4 lotti (Sardegna, parte del Lazio, Umbria, Marche, Abruzzo, Molise, Valle D’Aosta, Piemonte e Liguria) di un maxiappalto per i servizi di pulizia degli edifici scolastici. Qui addirittura il valore massimo arriva a 415,3 milioni di euro. Il 25 maggio del 2012 è stata la volta di un lotto (Lazio e Sardegna) assegnato a un raggruppamento con Cns per servizi di manutenzione generale degli edifici pubblici (facility management).

SALVATORE BUZZI - LUCIANO CASAMONICA - GIANNI ALEMANNOSALVATORE BUZZI - LUCIANO CASAMONICA - GIANNI ALEMANNO
In questo caso il “bottino” massimo è di 52 milioni di euro. Insomma, il Cns di Legacoop è una macchina da guerra. E la “29 giugno” di Buzzi ci si è inserita alla grande. Per carità, gli appalti vengono divisi tra i vari aderenti al Consorzio. Ma che Buzzi faccia grande affidamento sulle commesse affidate al Cns è confermato dal bilancio 2013 del suo gruppo. In un passaggio chiave si legge che “i nostri rapporti con Cns sono sempre eccellenti e tramite il Consorzio abbiamo potuto concorrere e poi acquisire importanti commesse con importanti risultati economico-occupazionali per il nostro gruppo”. Del resto lo stesso bilancio dice che per il gruppo di Buzzi il 2013 è stato un anno d’oro, con un fatturato di 60 milioni di euro e un patrimonio che ha raggiunto i 16,4 milioni. Ieri il Cns ha fatto sapere di voler espellere Buzzi dal Consiglio di sorveglianza.

CHI CREA IGNORANZA, CREA L’ISIS - LO SCRITTORE HANIF KUREISHI: “QUANDO VEDETE LA VIOLENZA DEI RAGAZZI-JIHADISTI CHIEDETEVI COSA ‘NON’ AVETE FATTO: NON GLI AVETE INSEGNATO LA DEMOCRAZIA”

“Quali modelli e quali ideali offre loro la società occidentale? Il consumismo, la commercializzazione, la ricchezza come valore in sé, la fama da conquistare a colpi di reality show. È così sorprendente se un giovane povero trova nella religione islamica un modello alternativo a questi valori e a questi ideali?”…

Enrico Franceschini per “la Repubblica

HANIF KUREISHIHANIF KUREISHI
«I giovani occidentali che si arruolano nella jihad fanno una scelta mostruosa, ma siamo noi che abbiamo generato quei mostri». È l’opinione di Hanif Kureishi, il grande scrittore anglo-pachistano, autore di tanti romanzi, da Il budda delle periferie a L’ultima parola ( tutti pubblicati in Italia da Bompiani), che trattano il tema dell’identità, del conflitto inter-etnico, dell’integrazione delle minoranze nella società occidentale al tempo della globalizzazione.

Come è possibile, signor Kureishi, che ragazzi cresciuti a Londra, in Inghilterra, in altri Paesi occidentali, diventino dei jihadisti pronti a sgozzare ostaggi inglesi e americani?
«È possibile per due ragioni. La prima è che l’Islam radicale è nato come forma di liberazione, contro il colonialismo e contro le dittature sostenute dall’Occidente, come abbiamo visto con la rivoluzione khomeinista in Iran e con le rivolte della Primavera Araba, non tutte fondamentaliste queste ultime, ma almeno in parte sì.

E la seconda ragione è che i giovani sono spesso idealisti. Molti dei miei amici, quando ero ragazzo a Londra, erano maoisti, trotzkisti, leninisti. Ma poi sappiamo come finiscono tante volte le rivoluzione e l’idealismo: con la violenza, il terrore, la tirannia».

HANIF KUREISHIHANIF KUREISHI
Intende dire che in un certo senso la scelta di quei giovani è comprensibile?
«Non è giustificabile, perlomeno da me, io ho altri idee e altri ideali. Ma se vogliamo comprendere le loro ragioni dobbiamo chiederci da dove nascono. Questi giovani credono in qualcosa, qualcosa che a essi sembra un ideale nobile e puro. Ebbene, i giovani hanno di questi bisogni, il desiderio di avere puri ideali e di combattere per realizzarsi. Il Ventesimo Secolo è pieno di giovani così».

Ma perché odiano tanto l’Occidente, pur essendo nati e cresciuti in mezzo a noi? Cosa gli abbiamo fatto che li disgusta così tanto?
«Forse bisognerebbe chiedersi che cosa “non” gli abbiamo fatto e che cosa non siamo stati capaci di dirgli, di insegnarli. Certo, sono cresciuti in mezzo a noi. O più precisamente, di fianco a noi: in genere in quartieri, famiglie, ambienti più poveri rispetto all’establishment nazionale. Quali modelli e quali ideali offre loro la società occidentale? Il consumismo, la commercializzazione, la ricchezza come valore in sé, la fama da conquistare a colpi di reality show. È così sorprendente se un giovane povero trova nella religione islamica un modello alternativo a questi valori e a questi ideali?».
HANIF KUREISHIHANIF KUREISHI

Non ci sono tuttavia solo il consumismo e la fama da reality nei valori occidentali. Perché non riusciamo a insegnare loro l’importanza anzi la bellezza della libertà di pensiero, della democrazia, della tolleranza?
«Mi chiedo quanti sforzi facciamo veramente per spiegare la bellezza degli ideali democratici. La verità è che vengono dati spesso per scontati. E che il più delle volte vengono coperti da altre presunte “bellezze”, che sono invece valori deteriori, quali il consumismo esasperato.

E poi: dovremmo dire ai giovani musulmani britannici, francesi, italiani, che la nostra democrazia è bella e va difesa. Prendiamo il caso del vostro paese, l’Italia: avete avuto per vent’anni un leader come Berlusconi, un uomo vergognoso, la cui immagine ha infangato i principi democratici. È più difficile esaltare la politica, quando quella politica esibisce un fallimento».

Ha mai incontrato, personalmente, giovani di questo genere?
«Ho scritto saggi e romanzi su questo tema, e molti di quei personaggi li ho conosciuti davvero. I giovani che crescendo sono diventati seguaci di Al Qaeda, del fanatismo distruttivo dell’11 settembre, e che sono poi i fratelli maggiori dei jihadisti odierni. Vivono in mezzo a noi, poi un giorno fanno una scelta radicale e mostruosa nel nome dell’Islam. Ma siamo noi che abbiamo partorito quei mostri».

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In nome dell’Islam, dice: ma l’Islam non dovrebbe fare di più per condannare chi lo invoca per uccidere?
«Le grandi religioni impiegano tempo a redimersi. Pensiamo alla Chiesa cattolica, a quanto ci è voluto prima che denunciasse la pedofilia al proprio interno. Certo, l’Islam dovrebbe fare di più per condannare chi infanga il suo nome. Ma non è semplice. Auguri a chi cercherà di trasformare un fanatico in un liberale».

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L’altra faccia dei giovani occidentali arruolati nella jihad è che ora ogni occidentale dalla pelle scura viene visto come un potenziale jihadista?
«Il rischio è quello e talvolta lo sento anche sulla mia pelle. Ma non darei la colpa soltanto alla guerra santa islamica. L’Europa oggi è attraversata da un’ondata di razzismo, di odio verso gli immigrati e i diversi, che si può chiamare soltanto con un nome: fascismo. E dire che pensavamo di averlo estirpato per sempre, invece ritorna».

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VANESSA BEECROFT TORNA SUL LUOGO DOVE TUTTO INIZIO’: MILANO – “SONO MOLTO CONSERVATRICE E L’ARCHITETTURA CONTEMPORANEA, SPECIALMENTE IN ITALIA, NON MI SEMBRA GRANCHÉ. HO INTRAVISTO LA ZONA INTORNO ALLA STAZIONE GARIBALDI E LA TROVO PIUTTOSTO DEPRIMENTE”

Il suo progetto per il Padiglione Italia a Expo 2015 “non sarà necessariamente legato al tema del cibo. L’evento dura sei mesi, dovrò pensare a qualcosa di meno effimero, ma con brani di performance. Esporre in un contesto diverso da musei o gallerie è challenging. Una sfida”…


Maria Egizia Fiaschetti per corriere.it

(foto Nicola Marfisi)
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Una silfide in camicia bianca e tailleur pantalone nero. Eleganza boysh, maschile, in stile Saint Laurent. Vanessa Beecroft - genovese, classe 1969 - artista italiana tra le più conosciute sulla scena internazionale, martedì era a Milano per il Premio Furla. Un ritorno da madrina, undici anni dopo la sua prima performance, VB1. 

Le mancava lo shopping milanese? 
«Mi hanno perso la valigia e sono dovuta correre a comprare qualcosa. Passeggiando nel Quadrilatero, ho notato che le scelte dell’abbigliamento sono eleganti, sofisticate, con un gusto intellettuale alla Belle de jour (dal film di Buñuel del ‘67, protagonista Catherine Deneuve, ndr): in confronto, Rodeo Drive a Los Angeles è tacky (volgare)». 
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Milano città della moda. L’estetica, il grande spettacolo urbano l’hanno influenzata? 
«Da ragazzina strappavo le pagine di “Vogue” con le foto di icone storiche come Twiggy, ma la moda non è mai stata in cima ai miei interessi. L’ho incontrata più tardi (un caso che a organizzare la sua cerimonia di nozze con il primo marito, Greg Durkin, a Portofino sia stata proprio Franca Sozzani, direttrice della rivista? )». 

Infanzia a Malcesine, un piccolo paese sul lago di Garda, e liceo artistico a Genova: come è stato l’impatto con Milano? 
«Avevo in testa la Milano di Antonioni, grigia, nebbiosa. Una città industriale, antimonumentale. Mi incuriosivano la società e la classe operaia, l’eco di Manzoni e Fontana. Quegli anni sono stati malinconici e deprimenti. La solitudine, in compenso, favoriva la concentrazione». 
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Dove abitava? 
«Dopo due mesi come ragazza alla pari, mi sono trasferita dai nipoti di Palmiro Togliatti in piazza Po, in una casa con giardino di inizio Novecento. All’epoca ero una fervente leninista e mi affascinavano l’atmosfera, i testi sugli scaffali della libreria. Sono rimasta poco, ho sempre avuto difficoltà a condividere gli spazi, così mio nonno comprò un bilocale in via Farini, appartenuto a Getulio Alviani. È ancora di mia proprietà, ma in stato di totale abbandono». 
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Che ricordi ha dell’Accademia di Brera?
«Sono stati anni molto formativi, frequentavo spesso il cinema in via De Amicis e la Statale. Seguivo le lezioni di personaggi storici come Francesco Leonetti, amico di Pasolini, Francesco Ballo, Mario Airò... Non c’erano studi, eravamo ammassati nei corridoi o nelle aule, tutto molto old style, all’antica». 

Un ambiente rarefatto, fuori dal tempo. 
«Il palazzo era splendido, con la statua di Napoleone nel cortile, ma le stanze erano buie e l’arte contemporanea praticamente assente». 

La prima performance? 
«Giacinto Di Pietrantonio, che teneva una corso di critica d’arte, e Laura Cherubini mi invitarono a esporre alla galleria di Luciano Inga Pin. Non avevo nessun lavoro, solo dei disegni, così decisi di raggruppare le ragazze dell’Accademia in quella che sarebbe stata VB1 (la numero 8, l’anno dopo, sarà al PS1 di New York, “In una reazione a catena fuori dal mio controllo”)». 
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Dagli anni di Brera, come ha visto cambiare Milano? 
«Passo ogni tanto, per occasioni di lavoro o quando sono in vacanza. L’ultima volta è stata nel 2011, per una mostra da Lia Rumma. So che Milano è molto rispettata dai giovani artisti, tra cui anche mio marito, Federico Spadoni. Mi dicono sia in continuo fermento: nuovi spazi espositivi, giovani galleristi, riviste come “Kaleisoscope” e “Mousse”». 

Le piace il nuovo skyline? 
«Sono molto conservatrice e l’architettura contemporanea, specialmente in Italia, non mi sembra granché. Ho intravisto la zona intorno alla stazione Garibaldi e la trovo piuttosto deprimente». 
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I suoi luoghi del cuore? 
«Alloggio sempre alla locanda Solferino. Brera è ancora intima, ha mantenuto la sua autenticità. È la zona che ho frequentato di più e in cui mi sento meglio. Amo molto anche Villa Reale e i giardini di via Palestro». 

Il suo progetto per il Padiglione Italia a Expo 2015? 
«Non sarà necessariamente legato al tema del cibo». 

Una performance? 
«L’evento dura sei mesi, dovrò pensare a qualcosa di meno effimero, ma con brani di performance. Sono onorata dell’invito di Marco Balich, esporre in un contesto diverso da musei o gallerie è challenging. Una sfida».
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LONDON THRILLING - ERANO FINANZIERI, AMICI E SOCI D’AFFARI: SONO TUTTI MORTI - IL GIALLO DEI SEI PICCOLI NABABBI SPAVENTA LA CITY: CHI HA FATTO FUORI QUELLA SPORCA MEZZA DOZZINA DI MILIONARI? - I TABLOID: TUTTE LE PISTE PORTANO ALLA MAFIA RUSSA

I sei amici sono morti apparentemente per una serie di eventi sfortunati: uno è caduto dalla finestra, due si sono gettati sotto il metrò, il quarto è cascato dal tetto, il quinto è precipitato con l’elicottero e l’ultimo è stato trovato impiccato - Sullo sfondo una vicenda di speculazioni, paradisi fiscali e prestiti con interessi da strozzini…

Enrico Franceschini per “la Repubblica”

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Lo chiamavano i l “club dei milionari”. Erano finanzieri, amici e soci d’affari nella Londra effervescente dell’ultimo decennio. Avevano tutto: soldi, belle donne, auto e case di lusso, vacanze da sogno. Adesso sono tutti morti. Ufficialmente, per una serie di eventi sfortunati. Ma se due coincidenze fanno un indizio, sei fanno come minimo un sospetto: uno è caduto dalla finestra impalandosi nell’inferriata sottostante, due si sono gettati sotto il metrò, uno è cascato dal tetto di uno shopping center, uno si è sfracellato a bordo del proprio elicottero e un altro è stato trovato impiccato nel bagno di casa.

Sembra che quello infilzato sull’inferriata, per di più, due anni fa fosse stato lasciato penzolare a testa in giù da due energumeni da una stanza dell’Hotel Dorchester: avventura che sarebbe dovuta bastare a farlo restare lontano dalle finestre per il resto della sua vita. Parafrasando Agatha Christie, lo si potrebbe chiamare il giallo dei sei piccoli nababbi. Alcuni dei quali non tanto piccoli.

Per cercare il colpevole, non serve Poirot: bastano i tabloid inglesi. Pieni di titoli a caratteri di scatola, dal Mirror al Mail, su una pista che porta alla mafia russa. E a quegli intrecci occulti fra crimine organizzato e politica di cui parla da anni a Mosca. “Project Moscow”, non per nulla, era il nome del piano in cui i sei scomparsi milionari erano coinvolti in un modo o nell’altro: progetto che doveva renderli ancora più ricchi con l’aiuto di poteri legati al governo russo. Investimenti immobiliari, gigantesche speculazioni, prestiti con interessi da strozzini: il “gettone” per partecipare all’impresa erano 150 milioni disterline, 180 milioni di euro. Cifra che per alcuni è poi raddoppiata, generando panico, debiti, minacce.
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Forse una truffa ben congegnata per estorcere soldi a riccastri ingenui. Forse un’operazione andata male quando i garanti corrotti (un ministro di Putin?) si sono tirati indietro. Come che sia, a un certo punto è intervenuta la mafia russa e a quanto pare anche quella turca. Chiedendo soldi, sempre più soldi. O decidendo che era arrivato il momento di tappare la bocca a chi sapeva troppo.

Protagonista del mistero o perlomeno ultimo deceduto è Scott Young, 52 anni, una storia da romanzo di Dickens: nasce in miseria a Dundee, fa fortuna con il primo boom immobiliare, trova finanziamenti in ambienti poco puliti. Tre anni fa era finito sui giornali per il divorzio dalla prima moglie: lui diceva di non avere un soldo, lei sosteneva che il marito nascondeva 400 milioni di sterline nei paradisi fiscali. Un giudice lo ha sbattuto per sei mesi in prigione per le bugie sul suo patrimonio, condannandolo infine a pagare 10 milioni di sterline per il mantenimento dell’ex consorte e della loro figlia.

SCOTT YOUNGSCOTT YOUNG
Young ha continuato a spacciarsi per un businessman in rovina: però ha affittato un appartamento da 8 mila sterline (10 mila euro) al mese nel cuore di Londra ed è apparso in un reality show con la nuova, giovane fidanzata, Noelle Reno: Ladies of London , si chiamava la trasmissione, l’ultima puntata è andata in onda poche ore prima che il suo corpo venisse ritrovato impalato nell’inferriata sotto casa. La polizia ha dovuto usare seghe elettriche per liberare il cadavere. «Mai visto niente di tanto orribile», racconta un agente. È caduto dalla finestra? Era ubriaco? Si è suicidato? O lo hanno spinto, magari dopo averlo fatto penzolare per un po’, come due anni fa all’Hotel Dorchester?

ROBERT CURTISROBERT CURTIS
Tra gli altri cinque figura anche Boris Berezovskij, l’ex ministro di Boris Eltsin al Cremlino, quindi ricchissimo oligarca, poi esule in Inghilterra per sfuggire al mandato di arresto di Putin, nemico di un altro oligarca, il proprietario del Chelsea Football Club Roman Abramovich (gli ha chiesto 4 miliardi di sterline di risarcimento per vecchi affari in Russia, ma ha perso), rovinatosi con le spese legali, ma può darsi non solo con quelle. Trovato suicida nel bagno della villa prestatagli dall’ex moglie alle porte di Londra. Assassinato, secondo la fidanzata e gli amici.

E nel club c’è pure Stephen Curtis, l’avvocato che sapeva troppo (anche sul Cremlino, secondo qualcuno), morto quando il suo elicottero nuovo di zecca, guidato da un pilota espertissimo, si è misteriosamente fracassato al suolo riportandolo al castello in cui viveva nel Kent. Una sporca mezza dozzina di milionari davvero molto sfortunati.

Hong Kong anni ’50 attraverso gli scatti meravigliosi di Fan Ho

Dal 1956 Fan Ho ha vinto 280 premi fotografici da mostre internazionali. Il famoso fotografo negli anni ’50 e ’60 ha realizzato incredibili scatti tra le strade di Hong Kong. Le immagini raccolte nel suo nuovo libro “Fan Ho: A Hong Kong Memoir“, ci riportano indietro nel tempo e nello spazio e ci mostrano un lato della metropoli che probabilmente non abbiamo mai visto.
Quando si trasferì a Hong Kong da Shangai, nel 1949, iniziò a documentare questi momenti di vita quotidiana. Ma le sfide (e le superstizioni) cui si trovò a far fronte erano molto diverse da quelle dei fotografi dei nostri giorni; “con un coltello in mano un macellaio disse che mi avrebbe fatto a pezzi. Rivoleva indietro il suo spirito“, racconta Ho al South China Morning Post.
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