venerdì 12 dicembre 2014

RENZI ATTACK! PRONTA LA SOLUZIONE FINALE PER BONIFICARE IL PD DALLA MINORANZA EX COMUNISTA: VIA LE POLTRONE AI BERSANIANI CAMPANA (QUELLA DELL’SMS A BUZZI) E DE MARIA, A RISCHIO LE CANDIDATURE DEGLI EX GOVERNATORI ROSSI E MESSA ONLINE DELLE SPESE DI BERSANI E EPIFANI

Renzi stufo della premiata ditta Bindi-D’Alema: “Vogliono un segnale? Mettiamo online i bilanci del Pd durante le segreterie di Epifani e Bersani”. A rischio tutte le presidenze di commissioni, i posti da ministro e le altre potlrone regalate alla minoranza. Rischia anche il capogruppo alla Camera Speranza?

Francesco Bei per “La Repubblica

IL SALUTO TRA RENZI E BERSANIIL SALUTO TRA RENZI E BERSANI
Due partiti ormai convivono sotto lo stesso tetto democratico. E ogni pretesto è buono per darsele di santa ragione. Dopo “l’incidente” di mercoledì alla Camera, quando la minoranza dem ha votato con le opposizioni in commissione affari costituzionali, mandando a gambe all’aria il governo, ieri i toni sono saliti alle soglie della rottura. Persino un moderato come il sottosegretario Graziano Delrio, incrociando un cronista dell’ Agi, si è lasciato andare a uno sfogo pesante: «Se la minoranza del Pd vuole andare a votare lo dica. Gli incidenti parlamentari possono anche capitare, ma quello che è successo ieri non esiste. Basta segnali di vecchia politica».
VIGNETTA VINCINO DAL FOGLIO RENZI BERSANI ABUSI SUI MINORIVIGNETTA VINCINO DAL FOGLIO RENZI BERSANI ABUSI SUI MINORI

Un colpo al quale ha subito risposto per le rime Massimo D’Alema: «È stupefacente che una persona ragionevole come il sottosegretario Delrio non trovi di meglio che minacciare i parlamentari». E così via, Boccia contro Renzi, D’Attorre contro Delrio, Chiti contro Giachetti, in un crescendo di minacce e ripicche.

Quanti ai «segnali politici» che la minoranza ha inteso dare sulle riforme costituzionali, da Ankara il premier risponde sibillino: «Ne parliamo domenica all’assemblea del Pd. Per me comunque la legislatura finisce a febbraio 2018». Un rinvio a domenica per la resa dei conti interna, in quello che si preannuncia come un vero mini-congresso democratico. Un appuntamento che il segretario concepisce come una sorta di tribunale interno per isolare e colpire definitivamente l’opposizione interna.

Micaela CampanaMICAELA CAMPANA
L’umore che dalla Turchia corre sul filo delle telefonate fatte da Renzi ai suoi è nero. «Sono stufo di queste critiche sprezzanti dei vari Bindi e D’Alema», ripete in privato il capo del governo. «Rieccoli, la premiata ditta Bindi-D’Alema di nuovo in azione», chiosa Debora Serracchiani. La minaccia del segretario sa di arma finale. «Volevano mandare un segnale? Lo manderò anch’io. Per esempio mettendo online i bilanci del Pd durante le segreterie di Epifani e Bersani».

L’assemblea, il suo esito, sarà dunque «vincolante » per tutti. Renzi presenterà un documento («vergato di mio pugno») sulle riforme e, come accaduto in Direzione, lo metterà ai voti. A quel punto nessuno potrà far finta di non aver capito. I renziani sono anche più neri del capo. Il tam-tam tra i fedelissimi suona come una campana a morto per la segreteria unitaria, dove siedono Micaela Campana (bersaniana) e Andrea De Maria (cuperliano). «Le loro poltrone traballano», riferiscono dal giglio magico.

Le possibili ritorsioni, i «segnali» come li chiama il premier, non si contano. Al punto che, «per il bene del partito» s’intende, il segretario potrebbe sospendere le primarie in Toscana. E colpire così il governatore Enrico Rossi, facendo magari balenare l’ipotesi di un cambio di cavallo. «La verità - spiega Michele Anzaldi in un corridoio della Camera - è che con “loro” Renzi è stato fin troppo generoso. Hanno le presidenze di commissione, hanno posti in segreteria, fanno quello che vogliono, mentre il presidente del Consiglio ha solo due ministri “renziani”, la Boschi e Gentiloni».
GRAZIANO DELRIOGRAZIANO DELRIO

A bruciare più di tutto è quel voto che ha cancellato i senatori a vita. Non tanto per il merito, ovviamente, quanto per il colpo inferto all’immagine del premier. «Il governo ha fatto una forzatura - ricostruisce Alfredo D’Attorre - non c’era nessun accordo e la Boschi è voluta andare al voto comunque. Renzi è irritato? Noi più che lavorare di notte nei weekend che possiamo fare?».

Roberta Agostini, un’altra della minoranza, insiste che «non è interesse di nessuno sabotare le riforme, ma quello che si può migliorare va migliorato». Una lettura minimale che non è condivisa da chi regge oggi le sorti del Pd. A partire dal presidente Orfini: «Hanno mandato sotto il governo. A che gioco giochiamo?». Tanto che si riparla di una sostituzione dei “ribelli” in prima commissione, un atto che sarebbe una vera dichiarazione di guerra.
Vannini ChitiVANNINI CHITI

Se a Montecitorio si gioca duramente, a palazzo Madama le cose non vanno meglio. Il cammino dell’Italicum infatti è a rischio, sommerso com’è da una valanga di 12 mila emendamenti e migliaia di sub-emendamenti, in gran parte escogitati da Roberto Calderoli. Oltre millecinquecento arrivano anche dai frondisti e fittiani di Forza Italia e Gal. «L'intento è ostruzionistico », ammette Augusto Minzolini.

Anche la minoranza dem non resta con le mani in mano con una ventina di emendamenti. Miguel Gotor, in particolare, insiste affinché i capilista non siano bloccati «perché deve essere restituito ai cittadini il diritto di scegliere i parlamentari soprattutto in vista del fatto che avremo solo una Camera politica».

ALFREDO D'ATTORREALFREDO D'ATTORRE
Insomma, l’obiettivo di Renzi di spedire in aula il testo prima di Natale a questo punto sembra sfumato, a meno che gli emendamenti non vengano ritirati. Calderoli è disposto a farlo solo in cambio di «una legge elettorale equilibrata». Nico Stumpo, bersaniano, di fronte al campo di battaglia in cui si è trasformato il Pd, riscopre un antico proverbio di Sezze: «Quando due ciechi si prendono a sassate si fanno male tutti». Un invito ad abbassare i toni, altrimenti a rimetterci sarà tutto il partito.

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