martedì 30 dicembre 2014

Monasteri esempio concreto di sostenibilità

#SacraSanMichele-Marco Casazza- Colgo con piacere l'occasione di condividere con i lettori di questo giornale il frutto del lavoro, che sto conducendo insieme ad altri ricercatori.
Ringrazio, dunque, sin d'ora la bontà con cui vorrete accogliere questo scritto, nonché le vostre osservazioni.
Risulta evidente agli occhi, non solo degli studiosi, che lo stile di vita adottato (non direi puramente scelto) negli ultimi decenni, mentre ha portato a godere di un grado di benessere elevato per molti, sta accelerando la decadenza di questo modello sociale.
Non intendo aggiungere argomentazioni etiche a questa affermazione, anche se ogni scelta ha uno sfondo e delle conseguenze morali.
Più semplicemente, il consumo delle risorse disponibili (a quale prezzo?) e, spesso, non rinnovabili, non è privo di costi. Né in termini ambientali (da una parte sottraggo risorse e, dall'altra, genero rifiuti, ottenuti in seguito alla trasformazione delle materie prime) né, indirettamente, per tutti gli esseri viventi e, quindi, per l'uomo (inquinamento, alterazione – a lungo termine – delle condizioni climatiche, creazione di depositi immensi di scarti inutilizzabili…).
Grida di allarme lanciati, a ragion veduta, da molti ricercatori. Molti gli incontri di natura politica, per discutere del futuro dell'uomo e dell'ambiente. Pur essendoci linee discordanti, dal punto di vista politico, sui percorsi da seguire, molti Paesi (Stati Uniti, Cina…) e strutture politiche internazionali (Nazioni Unite, Unione Europea…) sono concordi sulla necessità di una transizione ad una società a basso impatto ambientale e, finalmente, sostenibile. La responsabilità per una natura ed una umanità sostenibile è nostra.
Al fine di garantire la sopravvivenza dell'uomo e la salvaguardia dell'ambiente (che garantisce le possibilità di sopravvivere) è necessario cambiare gli stili di vita, salvaguardando le risorse disponibili, la biosfera e, più in generale, appunto, l'ambiente. Bisogna dunque ridiscutere il rapporto tra uomo e ambiente, cioè approfondire la riflessione sull'ecologia umana. Con un enorme sforzo di studio sia scientifico sia legislativo si vogliono imporre stili di vita più sobri, senza per questo farci tornare nelle caverne.
La realtà, che appare agli occhi di molti, però, spaventa. La miseria, l'esclusione sociale e la fame non sono cose solo da “terzo mondo”. In tal senso potrebbero preoccupare le evidenze degli studiosi di collasso delle società, in primis il Prof. Joe Tainter, dell'Università dello Utah. I suoi studi mostrano come la mancanza di risorse marginali energetiche, che supportino la risoluzione delle crisi, siano causa di collasso sociale. Lo dimostra nel caso dell'Impero Romano. Ma discute anche di interessanti paralleli con la attuale “civiltà occidentale”.
Perciò è importante trovare delle soluzioni rapidamente. Queste devono, in primis, essere adattabili facilmente alla cultura di ogni popolo (è inutile che proponga ad un Cinese o un Indiano un modello culturale e di vita materiale, che non gli appartenga). Di qui il ruolo della conoscenza ecologica tradizionale (in inglese, Traditional Ecological Knowledge o TEK), cioè del sapere storico di ogni popolazione rispetto al rapporto uomo-ambiente. In secondo luogo, le soluzioni devono essere fondate su dei dati. È importante non prendere decisioni politiche unicamente fondate sulle previsioni. La previsione, semplificando, è un calcolo delle probabilità fondato su una serie di dati esistenti e di parametri, scelti da chi costruisce il sistema previsionale. Il binomio previsione-conoscenza storica è, invece, ideale (non sarà perfetto, ma funziona). Naturalmente entrerà in gioco anche l'aspetto etico, ma, non essendo oggetto dei miei studi, bensì delle mie convinzioni, non ne tratterò.
Per quanto riguarda l'aspetto di conoscenza storica, il difetto di una parte della tradizione storiografica risiede nel trascurare – considerando invece regni, battaglie, intrighi e quant'altro – il ruolo del rapporto tra uomo e ambiente nel mantenimento in vita delle società del passato e del presente. Un grande spiragliosi è, ovviamente, aperto con lo studio della cosiddetta storia materiale. Un'altra speranza concreta risiede nello sviluppo della storia dell'ambiente e delle“environmental humanities”. Infine esiste l'ecologia storica (“historical ecology”) nella sua articolazione collegata con l'archeologia, intesa come studio delle testimonianze materiali (archeologia) indizianti la storia dei rapporti tra società umane e contesto ambientale.
In tale contesto l'apporto di uno studio multi-disciplinare – unendo conoscenze storiche, evidenze archeologiche e raccolta di dati nonché modellazione propria delle scienze fisiche – potrebbe valorizzare lo sforzo di ricerca, rendendo maggior ragione del valore delle conoscenze storiche ed archeologiche.
#monasteroSe siete sopravvissuti a questo lungo preambolo, utile per capire il senso della ricerca che stiamo conducendo, sarete pronti ad entrare nel merito.
Esistono, da 1.700 anni, in Europa e attorno al bacino del Mediterraneo, delle strutture, che sono sopravvissute a guerre, rivoluzioni, carestie e così via.
Sono ancora presenti oggi e ancora attive. Sto parlando dei monasteri cristiani.
Non parerò dei monasteri, ad esempio, buddhisti, perché l'approccio del Buddhismo al rapporto tra uomo e ambiente è di distacco. Cosa che non accade nella tradizione a cui faccio riferimento.
Se si vuole parlare di sostenibilità (ambientale, economica e sociale), abbiamo a che fare con un esempio incredibile di capacità di uso e conservazione delle risorse intra-generazionale, che ha una storia, alle spalle, di quasi duemila anni. Naturalmente si può parlare anche di basso impatto di emissioni (low carbon), se facciamo riferimento al monachesimo medioevale, poiché non si usavano combustibili fossili.
Stiamo lavorando a questa ipotesi, con lo storico Roberto Alciati (Università degli Studi di Torino), dal 2012 e, nel febbraio del 2013, abbiamo presentato uno scritto in tal senso ad un simposio internazionale a Napoli (SDS 2013).
Ci interessiamo al monachesimo, poiché il monaco, a differenza dell'appartenente ai cosiddetti “ordini mendicanti”, ha una vita stanziale e legata alla sopravvivenza del suo monastero. Il monachesimo benedettino ha dato pieno senso alla “stabilitas”, legame tra monaco e monastero, inteso prima dal punto di vista spirituale e, poi, dal punto di vista materiale. In secondo luogo, il monastero non era necessariamente una struttura autarchica. Esistono, in questo senso, esempi di strutture produttive (ad esempio agricole) collegate ad un monastero dal punto di vista amministrativo, ma non geografico.
Accanto alla vita spirituale, che orienta e dà un senso all'esistenza del monaco e delle comunità monastiche, esiste una relazione tra religione (legame della comunità), Regole ed economia (ciò che Alciati chiama triangolo monastico), che orientano la vita materiale dei monasteri. Comunità, Regole ed economia portano a delle scelte, che sono state sperimentate dalle singole comunità, prima di essere codificate nelle Regole stesse. La prima traccia, dunque, della eventuale sostenibilità si troverà li, dove si codifica la vita di ogni Ordine, poiché abbiamo la garanzia di una esperienza vissuta e, poi, codificata.
#orto #monasteroCiò ha un riflesso nella gestione delle risorse disponibili e del rapporto tra uomo ed ambiente. Le regole di gestione del lavoro e delle ricchezze, l'uso delle risorse, l'alimentazione… Queste cose significano scegliere come usare le risorse. E le scelte compiute hanno permesso ai monasteri di sopravvivere per tutto questo tempo.
In primis esistono le evidenze archeologiche. In tal senso abbiamo la fortuna di godere della presenza, nel gruppo, del Prof. Paolo De Vingo (Professore di archeologia cristiana e medioevale presso l'Università degli Studi di Torino). In secondo luogo esistono le evidenze rintracciabili negli scritti, che possono essere letti, trascritti e analizzati. In terzo luogo, ottenuti i numeri necessari, esiste la possibilità di modellare e discutere, attraverso un approccio fisico, l'uso delle risorse.
Le prime evidenze della sostenibilità delle comunità monastiche, partendo proprio dallo studio delle Regole, sono state trovate da me e Roberto Alciati. Sostenibilità ambientale, economica e sociale, come intesa attualmente. Stiamo continuando il lavoro, insieme a Paolo De Vingo, per giungere, al termine, ad una rilettura della vita monastica in rapporto con l'ambiente.
Quale valore attuale può avere un tale tipo di studio? Semplice. In un momento in cui l'esclusione sociale, la miseria e il deterioramento dell'ambiente sono pane quotidiano delle cronache in tutto il mondo, si analizza uno stile di vita differente, che potrebbe portare – adeguato al contesto contemporaneo – alla rinascita di comunità (anche fondate da gruppi di famiglie) orientate a stili di vita simili. Lo studio del triangolo monastico e della vita dei monaci (uso dei materiali, energia, alimentazione…) ci può dare delle indicazioni serie per la sostenibilità delle piccole comunità. L'ampliamento degli studi, passando dai monasteri (di carattere rurale) ai conventi, ci può insegnare qualcosa sul rapporto tra piccole comunità all'interno dell'ambiente urbanosoprattutto in quei luoghi dove forte è la miseria (si pensi, ad esempio, alle favelas).
Dunque un prezioso patrimonio, soprattutto se consideriamo l'avvicinarsi della conferenza di Parigi, nel 2015, dove si parlerà di sviluppo sostenibile. Ma anche per tutti orientamenti sull'uso delle risorse (materiali, energia…) e sulla produzione di cibo.
Infine, proprio nell'anno, che la Chiesa dedica alla vita consacrata, si potrebbero riportare, almeno in parte, queste riflessioni, anche in seno alla Chiesa stessa. Ciò permetterebbe, almeno in parte, di rivitalizzare e valorizzare le esperienze del monachesimo, considerando anche nuove prospettive, rispetto a quelle tradizionali, che privilegiano, attraverso gli studi, gli aspetti puramente spirituali della vita monastica. 

http://www.articolotre.com/2014/12/monasteri-esempio-concreto-di-sostenibilita/

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