mercoledì 10 dicembre 2014

L’imprescindibile utilità dell’inutile

prova invalsi-Sergio Calzone- In principio, fu l’SSIS, scuola di specializzazione all’insegnamento secondario, un corso universitario biennale dove si insegnava a insegnare.
Chi avrebbe osato, allora, spiegare alle nuove, entusiaste leve di docenti che insegnare è come guidare l’automobile: si impara facendolo, così come si diventa bravi medici praticando la Medicina, o s’impara a fare iniezionibucando patate.
Giammai!
In un mondo dove ogni cosa deve essere misurabile perché la si possa apprezzare, il talento medico, infermieristico, docente o quant’altro non possono essere riconosciuti poiché non sono, appunto, misurabili. Probabilmente, oggi,Mozart resterebbe disoccupato se non avesse dato fino all’ultimo gli esami al Conservatorio e fosse dunque misurabile il suo curriculum.
Per la cronaca, questa mecca del sapere, la SSIS, nata in pompa magna nel 1999-2000, chiuse i battenti nel 2008-2009: forse aveva ormai misurato tutto il misurabile.
Il piacere del sapere nessun SSIS potrà misurare mai, né potrà misurarlo (tanto meno) una Prova Invalsi, quel test che oggi il Ministero (Un tempo Ministero dellaPubblica Istruzione; oggi, Ministero dell’Istruzione…) impone come misurazione(guarda caso) dell’apprendimento di fine anno, allo scopo di creare una graduatoria di valore tra le scuole (e/o tra gli insegnanti?).
La Prova Invalsi mi ha sempre fatto venire in mente un passo dell’ultimo libro scritto (e non, purtroppo, finito) da Ernest Hemingway: vi si racconta di uno scultore che andava nei musei con un centimetro a nastro e misurava le statue che fossero ritenute dei capolavori. Dopo di che, rientrava nel suo studio, scolpiva rispettando quelle stesse proporzioni e si stupiva di non creare, diciamo automaticamente, altrettanti capolavori. Hemingway riferisce che, nel loro ambiente, era conosciuto come “il verme misuratore”.
Perché un tempo i medici provenivano tutti dal liceo classico? Era soltanto l’esigenza di una buona dose di latino per comprendere meglio l’etimologia dei nomi delle malattie? Non credo proprio. La verità è che lo studio dei classici primadello specializzarsi in Medicina formava uomini e donne alla pietas, alla capacità di aggiungere un sorriso al referto, di trovare un sinonimo a un termine troppo crudo, di saper conversare con il dotto come con l’analfabeta. Creava quei medici di campagna capaci di bere un bicchiere di vino in una cucina modesta, comediscutere da pari a pari con un sindaco o un alto graduato dei carabinieri.
Si formava, insomma, l’essere umano prima dello scienziato.
Formazione. Oggi, significa una cosa diversa: significa specializzazione. Si fanno “corsi di formazione” in cui, sostanzialmente, si insegna una sola materia, quella utile.
La formazione che costruisce un uomo o una donna in quanto uomo e donna, prima che lavoratore e lavoratrice, sembra una bizzarria d’altri tempi. Diciamolo più chiaramente: sembra una perdita di tempo. Il liceo classico, se gli insegnanti erano intelligenti e gli studenti ricettivi, insegnava invece il dubbio. Oggi, il dubbio è percepito come l’anticamera della sovversione o, come minimo, dell’incapacitàLa pubblicità ci propone donne (e uomini) privi di dubbi, “sicuri delle proprie scelte”, “che non devono chiedere mai”. Quali scelte, disgraziati!, se a stento distinguete la vostra labile personalità da quella della vostra immagine riflessa nello specchio?
Ho letto il pamphlet di un’insegnante certamente informata che, però, tra molte altre cose sacrosante, scrive: «Non è lo studio del D’Annunzio o delle crociateche porta l’alunno nella realtà quotidiana o a orientarsi, ma lo studio, o comunque, l’approccio alla tecnologia e alla ricerca. Ed è già tardi consentire questo approccio alle superiori. Bisogna farlo prima, per trasmettere ai ragazzi un minimo di conoscenze che gli permettano la scelta futura e per accrescere in lorol’entusiasmo della conoscenza delle materie tecnico-scientifiche».
E ancora (e soprattutto):
«Molti hanno capito che affrontare integrali e differenziate o altri argomenti di Fisica prevede l’uso di celluline grigie in quantità uguale o ancora più che lo studio di Platone o Schopenhauer».
Ella rivendica (come biasimarla?) più attenzione alla propria materia, come fanno molti altri insegnanti di molte altre materie, del resto.
Ecco: attenzione alla propria materia. Perché non attenzione al proprio studente?
Occorre forse ricordare che Platone (per cui, abbiamo visto, non occorrono poi molte celluline grigie) fa dire a Socrate ne La Repubblica, come ben ci soccorre Nuccio Ordine nel suo bellissimo L’utilità dell’inutile – Manifesto: l’insegnamento non può essere «una costrizione ad apprendere» perché «un uomo libero non deve apprendere nessuna conoscenza con spirito servile». E il primo strumento per allontanare da sé la spirito servile è proprio l’esercizio del dubbio: è Platone, è anche D’Annunzio, è il latino, è il medico che legge, la sera, a casa, Montaigne, anziché Dan Brown o la Mazzantini.
Del resto, ancora Nuccio Ordine ci soccorre: «Nell’universo dell’utilitarismo, un martello vale più di una sinfonia, un coltello più di una poesia, una chiave inglese più di un quadro: perché è facile capire l’efficacia di un utensile mentre è sempre più difficile comprendere a cosa possano servire la musica, la letteratura o l’arte». Per il Gradgrind di Tempi difficili di Dickens, del resto, gli alunni non erano forse dei“piccoli recipienti che dovevano essere colmati di fatti”?
Anche un perito chimico, anche un pizzaiolo, anche un operatore turistico, anche un geometra, anche un avvocato, a maggior ragione un ingegnere dovrebbero essere,prima che perito chimico, pizzaiolo, operatore turistico, geometra, avvocato, ingegnere, uomini e donne liberi, checché ne dica Il Mercato. Si fotta, il mercato! Io, come Diogene, cerco l’uomo!

http://www.articolotre.com/2014/12/limprescindibile-utilita-dellinutile/

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