mercoledì 10 dicembre 2014

L’asse stragista

Opera, 16 giugno 2012
Nella geografia politica dell’Italia post-bellica, a partire dalla metà degli anni Sessanta, si evidenzia un asse stragista che collega tre città: Padova-Venezia-Roma.
Non è un’opinione.
Il primo tentativo di strage su un treno si verifica a Trento. Il 30 settembre 1967, quando una valigia contenente un ordigno esplosivo viene lasciata su un vagone dell’ “Alpen Express” e prelevata, su segnalazione di una passeggera, da due agenti di polizia che muoiono quando tenta di aprirla.
Unico indiziato di reato, Franco Freda, confidente del Sid, padovano, che verrà prosciolto perché gli elementi raccolti a suo carico non saranno ritenuti sufficienti per incriminarlo e portarlo a giudizio.
Franco Freda, insieme a Giovanni Ventura, sarà viceversa condannato per le tentate stragi del 25 aprile 1969, a Milano, alla Fiera campionaria ed all’ufficio cambi della stazione ferroviaria.
I due informatori dei servizi segreti italiani saranno, poi, assolti per insufficienza di prove dall’accusa di aver concorso nella strage del 12 dicembre 1969, a Milano, alla Banca dell’Agricoltura. Ma, con venti anni di ritardo, perfino la Corte di cassazione ha dovuto convenire sulla loro certa colpevolezza.
Due confidenti dei servizi segreti e una città: Freda, Ventura, Padova.
Il 12 dicembre 1969, però, esplodono anche bombe con finalità stragiste a Roma, di cui saranno chiamati a rispondere gli uomini di Avanguardia nazionale, che salgono alla ribalta per i collegamenti operativi con Freda e ventura.
Il 20 dicembre 1986, il “Mattino” di Padova, pubblica una dichiarazione, ma i valorizzata sul piano storico e processuale, di Giovanni ventura:
“Si, il 68 ha prodotto le circostanze del nostro avvicinamento. Allora era normale. Valpreda, Merlino, Delle Chiaie. Il giro era così…”.
Agli stragisti padovani si sommano, quindi, quelli romani, autori degli attentati alla banca nazionale del Lavoro e all’Altare della patria, che solo per un caso fortuito non hanno prodotto morti.
Il 7 aprile 1973, un militante del Movimento sociale italiano di Milano, Nico Azzi, tenta di fare una strage sul treno Torino-Roma, da attribuire a “Lotta continua”.
L’inetto Azzi si ferisce da solo e la strage sfuma.
Per questo attentato fallito sono, poi, condannati con sentenza passata in giudicato Giancarlo Rognoni, Nico Azzi, Mauro Marzorati e Francesco De Min.
Fra i nomi di quattro stragisti spicca quello di Giancarlo Rognoni, legatissimo a Carlo Maria Maggi, ispettore triveneto di Ordine nuovo.
E Rognoni sarà imputato anche nel processo per la strage di piazza Fontana, insieme a Carlo Maria Maggi, che si concluderà con la sua assoluzione con formula ampia.
Il 17 maggio 1973, a Milano, è compiuta una strage dinanzi alla Questura ad opera di Gianfranco Bertoli, confidente del Sid, e legato agli ordinovisti veneziani, fra i quali Carlo Maria Maggi.
Il 28 maggio 1974, a Brescia, è compiuta una strage in piazza della Loggia, per la quale, con trent’anni di ritardo, saliranno sul banco degli imputati ordinovisti veneti, fra i quali Carlo Maria Maggi.
Il 4 agosto 1974, è compiuta una strage sul treno “Italicus”, partito dalla stazione Tiburtina a Roma,  che per le sue modalità ricorderà a Stefano Delle Chiaie i “fratelli Karamazov”, ovvero Fabio ed Alfredo De Felice.
Il 30 luglio 1980, a Milano, fallisce la strage, tentata mediante l’esplosione di un’autobomba dinanzi alla sede del Comune, che è pacificamente attribuita al gruppo romano che fa capo a Paolo Signorelli, punto di riferimento del gruppo veneto guidato da Carlo Maria Maggi e in stretto collegamento con i fratelli Fabio ed Alfredo De Felice.
Un anno prima, a Roma, il 20 maggio 1979, era fallita una strage anche in piazza Indipendenza, organizzata dal Movimento rivoluzionario popolare che faceva capo a Paolo Signorelli, Massimiliano Fachini, Fabio ed Alfredo De Felice.
L’ultimo processo per la strage di piazza Fontana, ha visto sul banco degli imputati Carlo Maria Maggi, Delfo Zorzi, Carlo Digilio, del gruppo veneto di Ordine nuovo.
La strage del 2 agosto 1980, alla stazione ferroviaria di Bologna, vede condannati tre militanti del Msi romano, Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini, che in quel periodo risiedevano in veneto.
Dal 1967 al 1980, non c’è episodio stragista in Italia che non sia stato ricollegato sul piano processuale e militanti politici del Movimento sociale italiano, Ordine nuovo e Avanguardia nazionale, tutti collegati agli apparati segreti dello Stato sia militari che civili, che hanno operato in tre città: Padova, Venezia, Roma.
La strategia della confusione e del depistaggio oggi più che mai operante pretende che non si conoscono e non si “sapranno mai” i nomi degli autori delle stragi che, viceversa, in parte si conoscono:
Franco Freda e Giovanni Ventura, per le stragi del 15 aprile 1969;
Giancarlo Rognoni, Nico Azzi, Francesco De Min e Mauro Marzorati, per la strage del 7 aprile 1973;
Gianfranco Bertoli, per quella del 17 maggio 1973;
Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Lugi Ciavardini, per la strage del 2 agosto 1980, a Bologna.
Dieci militanti del “neofascismo” di servizio segreto condannati con sentenze passate in giudicato, mentre sui loro colleghi assolti con formula dubitativa sarà il caso di ricordare che l’insufficienza di prove non sancisce la loro innocenza ma solo il fatto che i magistrati non hanno ritenuto che gli indizi a loro carico fossero sufficienti per raggiungere l’assoluta certezza della loro colpevolezza.
La premessa è necessaria per introdurre il tema relativo al cosiddetto “spontaneismo armato” che avrebbe visto, a partire dal 1977, la costituzione dal basso di gruppi giovanili di estrema destra che avrebbero ripudiato i metodi dei “vecchi fascisti stragisti e golpisti” per adottare quelli più consoni ad una “lotta armata” contro lo Stato condotta emulando i metodi della sinistra rivoluzionaria e combattente.
Inserita nel contesto di quella menzogna storica che pretende che in Italia ci sia stato un “neofascismo” che avrebbe tramato contro la democrazia, la favola dello “spontaneismo” viene ribadita, ad ogni possibile occasione, dall’alto, dai rappresentanti dello Stato e della politica, e dal basso, dai protagonisti e dai comprimari della presunta “lotta armata” neofascista ai quali non pare vero di passare alla storia come romantici rivoluzionari che hanno, più o meno eroicamente, combattuto contro lo Stato democratico ed antifascista.
Fa testo, come esempio, a questo proposito, quanto ha scritto qualche anno fa sul suo blog un certo Gabriele Adinolfi, già militante di “Terza posizione”:
“Ho combattuto una guerra e l’ho persa. Ho sparato fino all’ultima cartuccia, anzi fino all’ultima raffica”.
In realtà, lo psicolabile Adinolfi da sempre spara, perfettamente impunito, dal suo blog raffiche di quelle che nel linguaggio popolare sono definite con una parola che inizia con “c” e finisce con “e” (c…e) che non ha niente a che vedere con cartucce, difatti lui scappò, veloce come un coniglio, in Francia dove attese la prescrizione della irrisoria pena inflittagli per rientrare in Italia senza aver mai scontato un solo giorno di carcere.
è sufficiente ricordare che Caterina Picasso, nota come “nonna Mao”, ad oltre 70 anni d’età, per “associazione sovversiva” ha riportato una condanna di 5 anni e 8 mesi di reclusione, superiore a quella inflitta, per più reati, a Gabriele Adinolfi che lo stato non ha considerato combattente né pericoloso.
È giusto dire, però, che lo psicolabile in questione è una figura minore nello zoo dell’estrema destra romana perché la favola dello “spontaneismo armato” poggia principalmente su altri individui, primi fra tutti Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, protagonisti indiscussi della vicenda dei Nuclei armati rivoluzionari (Nar).
Francesca Mambro ha dichiarato di essere stata lei, insieme al suo compagno, ad inventare la denominazione di Nuclei armati rivoluzionari (Nar), ma questa è un’interessata menzogna.
Il 10 giugno 1947, difatti, l’agente americano Victor Barret redige un rapporto sul neofascismo nel quale delinea la struttura dei Fasci di azione rivoluzionaria (Far) che fanno capo a Pino Romualdi, strutturati nei Gruppi di azione rivoluzionaria (Gar) i quali, a loro volta, sono costituiti da tre Nuclei di azione rivoluzionaria (Nar), che sono composti da tre Squadre d’azione rivoluzionaria (Sar).
Quando nel 1977 inizia a comparire la scritta “Nar”, Pino Romualdi è ancora al vertice del Movimento sociale italiano – Destra nazionale, così che possiamo escludere pacificamente che essa sia stata inventata di sana pianta dalla coppia Fioravanti-Mambro.
Inoltre, a conferma di un inganno storico che prosegue senza interruzioni dall’estate del 1946, i Fasci di azione rivoluzionaria, nei quali erano inseriti i Nar, non erano un’organizzazione di lotta armata al sistema democratico ed antifascista, ma erano collegati al gruppo ebraico Irgun al quale fornirono l’esplosivo necessario per compiere un attentato contro l’ambasciata britannica a Roma, il 31 ottobre 1946, ed erano finanziati dai servizi segreti americani come segnala un rapporto dell’intelligence militare italiana dell’ 11 febbraio 1949 sul conto dell’agente del Cic, Jospeh Luongo.
La coppia stragista, insomma, mente quando si attribuisce il merito di aver inventato la parola “Nar” e continua a mentire quando pretende di aver partecipato, se non iniziato, la “lotta armata” per distinguersi dai metodi impiegati dai “vecchi fascisti”.
I giovani protagonisti di una nuova stagione di terrore, in realtà, sono tutti militanti del più vecchio gruppo “fascista” italiano, il Movimento sociale italiano.
Hanno per capi Giorgio Almirante, Pino Romualdi, Pino Rauti e Gianfranco Fini che, per la sua veste di segretario nazionale giovanile, è il loro primo e più diretto interlocutore.
I giovani missini la gistificazione valida per iniziare la “lotta armata” contro lo Stato l’hanno avuta quando, nel corso degli incidenti in via Acca Larentia a Roma, un capitano dei carabinieri uccide Stefano Recchioni.
È la prima volta nel dopoguerra che un ufficiale dell’Arma cosiddetta “benemerita” uccide a sangue freddo un giovanissimo militante di destra nel corso di incidenti di piazza, ma dinanzi alle veementi proteste dei suoi compagni, Pino Romualdi in persona risponde che possono dimenticarsi che il partito prenderà posizione contro i carabinieri.
In quei primi giorni del 1978, le armi non mancano ai missini romani ma nessuna di esse aprirà il fuoco, anche a scopo meramente dimostrativo, contro l’Arma che rappresenta l’istituzione militare e di polizia più rappresentativa dello Stato democratico ed antifascista.
Gli “spontaneisti” si uniformano alle direttive di Pino Romualdi e decidono che l’Arma dei carabinieri non sarà mai un bersaglio per le loro armi, e che Stefano Recchioni potrà giacere nella sua tomba senza pace, senza vendetta e tantomeno giustizia.
Apriranno il fuoco due mesi più tardi, il 18 marzo 1978, a Milano, uccidendo due ragazzi dei centri sociali, Lorenzo Jannucci e fausto Tinelli, che ovviamente non rappresentano lo Stato ma solo il nemico politico ed ideologico del Msi e dei gruppi affini.
Può costituire il duplice omicidio di Milano l’inizio della “lotta armata” da parte degli “spontaneisti” di destra?
No, perché dalla morte di due giovanissimi “compagni” lo Stato non subisce alcun danno, eventualmente ne trae il vantaggio di provare all’opinione pubblica l’esistenza di due estremismi, quello “rosso” che il 16 marzo a Roma ha sequestrato Aldo Moro e massacrato gli uomini della scorta, e quello “nero” che, due giorni dopo, il 18 marzo, uccide senza alcuna motivazione plausibile due ragazzi di sinistra.
Per verificare l’esistenza della “lotta armata” di destra contro lo Stato, abbiamo preso in esame il periodo che va dalla fine del mese di maggio 1978 al 2 agosto 1980, data in cui con la strage alla stazione ferroviaria di Bologna si conclude definitivamente la sciagurata azione del “neofascismo” post-bellico.
Abbiamo circoscritto la ricerca alle sole vittime dello Stato procedendo, inoltre, a fare un veloce raffronto fra le azioni compiute nello stesso arco temporale dai militanti della sinistra armata e quelle attuate dagli “spontaneisti” di Giorgio Almirante e Gianfranco Fini.
Dal 1° giugno 1978 al 2 agosto 1980, i combattenti della sinistra uccidono, quasi sempre in agguati preordinati, 28 rappresentanti dello Stato fra funzionari ed agenti di Ps, ufficiali e militi dei carabinieri, agenti di custodia e magistrati.
In guerra si uccide e si muore: nello stesso periodo, difatti, per mano delle sole forze di polizia, i militanti di sinistra perdono 10 uomini.
Nessun dubbio può di conseguenza, sussistere sull’esistenza di un confronto armato fra sinistra rivoluzionaria e Stato.
E la “lotta armata” che viene presentata ancora oggi come durissima e spietata da parte dei “terroristi neri” contro lo Stato, cosa ha prodotto?
Dal 1° giugno 1978 al 5 febbraio 1980 gli “spontaneisti”, contro lo Stato, non fanno proprio nulla. Si materializzano il giorno successivo, 6 febbraio 1980, a Roma, quando tentano di disarmare un giovanissimo agente di Ps, Maurizio Arnesano, che però si ribella e non lascia a Valerio Fioravanti e Giorgio Vale altra scelta che ucciderlo.
Se il ragazzo in divisa avesse consegnato le armi non sarebbe morto.
Il 28 maggio 1980, sempre a Roma, la banda si presenta dinanzi ad un liceo romano dove sosta una pattuglia di polizia che non rappresenta un bersaglio.
Purtroppo, l’appuntato di Ps Franco Evangelista compie un movimento che spaventa il minorenne Luigi Ciavardini, quello che Valerio Fioravanti bollerà come “infame per stupidità”, che gli spara e lo uccide.
Bisogna giungere al 23 giugno 1980 per assistere ad un agguato preordinato da parte degli “spontaneisti” che, quel giorno, uccidono il giudice Mario Amato che, in totale solitudine, stava conducendo indagini sull’estremismo di destra romano.
Dal 1° giugno 1978 al 2 agosto 1980, la “lotta armata” condotta dagli “spontaneisti” ha prodotto, pertanto, allo Stato 3 morti, uno solo dei quali in un agguato premeditato.
Possono bastare per affermare che i “terroristi neri” hanno condotto una guerra contro lo Stato?
Crediamo ragionevolmente che non si possa parlare di “guerra” e di “lotta armate” se, come abbiamo visto, su 3 morti de sono stati provocati da cause impreviste ed uno solo è stato ucciso con premeditazione.
La controprova è offerta dall’assenza di vittime fra le file dei “terroristi neri” per mano delle forze di polizia, cosa del resto ovvia perché se no si attacca non si rischia, non si uccide, e sopratutto, non si muore.
L’omicidio di Mario Amato non rappresenta una rottura con il passato, viceversa si palesa come la reiterazione di un’azione che era stata compiuta, il 10 luglio 1976, quando non si parlava ancora di “spontaneismo” e di “spontaneisti”, contro il giudice Vittorio Occorsio da parte del militante di Ordine nuovo Pierluigi Concutelli dipendente sul piano gerarchico da Paolo Signorelli.
L’isolamento nel quale versava Mario Amato all’interno del Tribunale di Roma è noto, anche perché personalmente denunciato dallo stesso magistrato.
Meno note sono le dichiarazioni rese da Cristiano Fioravanti, il 12 settembre 1990, al giudice istruttore veneziano Carlo Mastelloni al quale l’ormai “pentito” fratello di Valerio racconta delle protezioni godute da lui e dai suoi amici all’interno del Tribunale di Roma assicurate al giudice Antonio Alibrandi, padre di Alessandro, che ”faceva parte di una corrente di magistrati molto forte ed influente… tutti i nostri processi – spiega il “pentito” – venivano gestiti da tale corrente”.
Sarebbe sufficiente ricostruire le vicende giudiziarie degli “eversori neri” romani per trovare il riscontro alle dichiarazioni di Cristiano Fioravanti, ma lo faremo quando dedicheremo un documento al ruolo ricoperto dalla magistratura italiana nella storia del terrorismo di Stato.
Qui, ci limitiamo a segnalare la straordinaria coincidenza derivante dal fatto che gli “spontaneisti” de Nar uccidono il giudice Mario Amato 10 giorni dopo che costui ha denunciato dinanzi al Csm le condizioni di isolamento in cui è obbligato ad operare in un Tribunale in cui i “terroristi neri” contano su amici e protettori ben decisi a garantire loro impunità.
Come già Vittorio Occorsio, anche Mario Amato paga con la vita l’incapacità di non comprendere che il “neofascismo”, quand’anche si presenti nelle vesti di “terrorismo nero”, è espressione del regime e dello Stato.
I fatti dimostrano, al di là di ogni ragionevole dubbio, che gli “spontaneisti” di Giorgio Almirante e Gianfranco Fini non hanno come obiettivo lo Stato ed i suoi rappresentanti ma quello che Pino Romualdi ha indicato fin dal 1946: i comunisti, nemici dello Stato.
Sono gli oppositori dell’opposizione allo Stato ed al regime che con esso si identifica.
Per questa ragione sparano sui “compagni” come Ivo Zini, ucciso il 28 settembre 1978; Valerio Verbano, il 22 febbraio 1980; Roberto Ugolini, ferito il 30 marzo 1979; il figlio dell’avvocato Edoardo Di Giovanni, ferito il 10 aprile 1979, e prima ancora il 9 gennaio 1979, su un gruppo di ragazze all’interno della sede di “Radio Città futura”, per limitarci solo agli episodi più eclatanti.
Gli “spontaneisti” del Movimento sociale italiano le armi le hanno ma non le usano contro lo Stato.
Hanno anche, in abbondanza, esplosivo con il quale compiono attentati che perseguono l’obiettivo di indebolire il Partito comunista e rafforzare i suoi avversari politici, dalla Democrazia cristiana al Movimento sociale italiano, ed al compimento dei quali i “rivoluzionari” dei Nar partecipano attivamente.
Dagli attentati dimostrativi, alcuni dei quali non rivendicati, a quelli apertamente stragisti, alcuni dei quali rivendicati con sigle e linguaggio di sinistra, la lista è lunga.
Ma prima di prendere in esame i più significativi c’è da chiedersi quale fosse lo scopo di questo rifiorire di ferimenti, omicidi, attentati dimostrativi e stragisti.
Nella Roma del 1978 non ci sono più gli “avanguardisti” di Stefano Delle Chiaie o gli “ordinovisti” di Pino Rauti, ormai dirigente nazionale del Msi, ai quali attribuire la violenza della destra cosiddetta extraparlamentare.
Ci sono, viceversa, in prima linea i ragazzi allevati nelle sezioni del partito, i “figli” di Giorgio Almirante, i “fratelli” di Gianfranco Fini, Francesco Storace, Maurizio Gasparri. Sono loro la nuova manovalanza del neofascismo di Stato e di regime.
Uno dei motivi per i quali i padroni della stampa italiana hanno creato l’immagine dei “ragazzini” dei Nar, tutti “spontaneisti”, tutti addirittura antagonisti dei dirigenti del Movimento sociale, compreso e per primo Gianfranco Fini, risiede proprio nella necessità di non coinvolgere nel “terrorismo nero” i vertici di un partito politico rappresentato in Parlamento fin dall’aprile del 1948, un autentico pilastro del regime non inseribile fra i nemici della democrazia e dello Stato.
È, invece, legittimo e fondato il sospetto che fra dirigenti e manovali missini ci sia stata una comunanza di intenti e di azioni da occultare come sempre e come al solito ripescando da un passato lontano e ormai dimenticato da tutti la sigla dei Nar.
La verità storica vuole che il cambiamento di rotta della Democrazia cristiana a partire dai primi anni Settanta nei confronti del Partito comunista, visto ora come interlocutore credibile ed auspicabile esterno della maggioranza, e la contestuale fine dei tentativi “golpisti” in Italia hanno portato all’emarginazione il Movimento sociale italiano e alla scomparsa dei gruppi gregari della destra extraparlamentare.
A partire dal 1977 iniziano ad apparire i primi segnali di un tentativo di riorganizzazione che, però, non si traduce in un’azione politica coordinata ed efficace.
È con il sequestro e l’omicidio di Aldo Moro ad opera delle Brigate Rosse, ufficialmente dirette dal futuro direttore onorario del carcere di Opera Mario Moretti, che la destra missina riprende fiato ed intravede la possibilità di reinserirsi nel gioco proponendo una riedizione aggiornata ai tempi della “strategia della tensione”, dell’infiltrazione a sinistra e della provocazione.
L’offensiva riparte da Roma e dal Veneto (Padova e Venezia) con gli stessi metodi e gli identici fini del passato.
A dirigerla sul campo ci sono perfino gli stessi uomini: Pino Rauti e Paolo Signorelli a Roma, Carlo Maria Maggi e Massimiliano Fachini a Venezia e Padova.
Ci sono loro dietro le sigle di “Costruiamo l’azione” e del “Movimento rivoluzionario popolare (Mrp)” che, nel 1978, a Roma, compie attentati dinamitardi non rivendicati per saggiare la reazione della popolazione e l’anno successivo, 1979, cercherà la strage da attribuire – e non poteva essere diversamente – all’estrema sinistra.
Nel solo mese di marzo del 1979 ci sono ben tre segnalazioni sulla ripresa dell’attività politica di Carlo Maria Maggi, insieme a Marcello Soffiati e Carlo Digiglio, in perfetto accordo con Pino Rauti che ormai si propone addirittura di conquistare la segreteria nazionale del Movimento sociale italiano.
La controffensiva missina inizia nel mese di maggio del 1978, con la ristampa a cura di Claudio Mutti, amico di Franco Freda, de “La disintegrazione del sistema” scritto dal confidente del Sid padovano nel 1969.
Ancora oggi questo scritto viene presentato come esempio di una singolare ideologia “nazimaoista”, inventata non dal Freda e dai suoi colleghi ma dagli esperti in disinformazione dei servizi segreti italiani e non solo, difatti il Freda scrive “La disintegrazione del sistema” per ragioni esclusivamente strumentali in un momento in cui, con i buoni uffici dell’ Aginter Presse di Yves Guerin Serac, i “neofascisti” italiani sono entrati in contatto con i diplomatici e gli spioni dell’ambasciata della Cina popolare a Berna.
Lo scritto di Freda doveva dare impulso e consistenza all’infiltrazione nei gruppi “maoisti” e marxisti leninisti e proporre una alleanza anti-borghese fra i gruppi ideologicamente diversi che, però, avevano come unico denominatore comune al lotto contro la borghesia capitalista e l’imperialismo sia sovietico che americano.
Nel 1978, il gioco si ripete.
Inosservato è passato il tentativo, parzialmente riuscito, da parte di alcuni “neofascisti” romani di stabilire un’alleanza operativa con elementi della sinistra armata nella capitale.
Fra i protagonisti di quest’operazione di infiltrazione c’è Egidio Giuliani, figura ingiustamente sottovalutata del mondo missino romano, che il 3 dicembre 1978 compie un attentato contro il centro elaborazione dati della Motorizzazione civile firmandolo come “Movimento armato antimperialista”.
Un “infiltrato” che, alla pari di altri componenti della suburra romana, una volta in carcere si sentirà ingannato e tradito dai suoi “maestri” tanto che sarà proprio lui, il 28 maggio 1982, nel cortile dell’aria del carcere di Novara a tagliare la faccia a Franco Freda, con un gesto che nel linguaggio   della malavita qualifica il ferito come infame.
Il 3 giugno 1979 si devono svolgere le elezioni politiche anticipate, le prime dopo il sequestro e l’omicidio di Aldo Moro, decisive per il futuro del Paese perché devono necessariamente segnare un arretramento del Pci giunto, nel giugno del 1976, ad un passo dall’acquisire la maggioranza relativa.
Se tre anni dopo, il Pci riconfermerà il risultato o, addirittura, lo migliorerà il fantasma della conquista del potere da parte della “quinta colonna sovietica” in Italia con mezzi pacifici, per via elettorale, si concretizzerà ponendo gli Stati Uniti e la Nato dinanzi al drammatico dilemma di come intervenire per evitare di avere Enrico Berlinguer presidente del Consiglio o, almeno, ministro di un governo del “mondo libero”.
La posta in gioco è, di conseguenza, altissima.
Mario Moretti e il “terrorismo rosso” rappresentano la cara migliore per danneggiare le aspirazioni di una vittoria elettorale del Pci, ma il “neofascismo” di Stato e di regime non intende essere spettatore passivo, al contrario vuol dare il suo contributo alla battaglia anticomunista nella speranza di risollevare le proprie vacillanti fortune.
Lo fa con i metodi già sperimentati negli anni precedenti, quelli impiegati nel corso della cosiddetta “strategia della tensione”, compiendo attentati finalizzati a provocare indignazione nell’opinione pubblica da attribuire alla sinistra.
Non a caso, il primo attentato colpisce il Campidoglio, un obiettivo che non è qualificabile, per la popolazione romana, di destra ma solo di sinistra, il 20 aprile 1979.
Ne seguono altri: il 14 maggio, un ordigno di inusitata potenza è fatto esplodere nei pressi del carcere di “Regina coeli”, rivendicato dal “Movimento rivoluzionario popolare” per “lanciare un appello contro il fascismo di Stato aprendo un fronte dialettico ed armato”.
Il 20 maggio, in piazza Indipendenza, nelle vicinanze della sede del Consiglio superiore della magistratura, si cerca la strage con un’auto imbottita di esplosivo che non esplode per un motivo tecnico.
Il 24 maggio, è compiuto un altro attentato questa volta contro la sede del ministero degli Esteri, sempre a firma Mrp che lo rivendica come un gesto “contro l’imperialismo e il fascismo” e per una “lotta senza tregua”.
Attentati, sigla, rivendicazioni che dagli italiani chiamati di lì a poco a votare sono attribuiti all’estrema sinistra comunista ed eversiva, non certo a Paolo Signorelli, Massimiliano Fachini, Valerio Fioravanti e agli “spontaneisti” dei Nar.
E se questa non è stata un’operazione da “strategia della tensione” per danneggiare le fortune elettorali del Pci, anche a costo di versare sangue innocente, attendiamo che qualcuno ci dica come deve essere interpretata.
I presunti “spontaneisti” dei Nar sono totalmente inseriti in un contesto in cui il “neofascismo” missino prosegue nella sua azione di contrapposizione ai comunisti e di fiancheggiamento dello Stato e del regime.
La “strategia della tensione” è pienamente condivisa dai “ragazzini” dei Nar che hanno per strategia quella tracciata dai loro capi, come si conviene a gregari che non hanno la capacità di distaccarsi dal mondo umano e politico nel quale sono stati allevati.
La conferma giunge il 30 marzo 1980, quando a quasi un anno di distanza dalle bombe stragiste di Roma, Valerio Fioravanti, Gilberto Cavallini, Francesca Mambro attaccano il distretto militare di Padova, feriscono ad un piede un sergente, asportano armi e munizioni e se ne vanno dopo aver tracciato sui muri il simbolo delle Brigate rosse.
Un’azione che denuncia la disonestà intellettuale di quanto vedono in Valerio Fioravanti e Francesca Mambro i simboli dello “spontaneismo armato”, i “ragazzini dei Nar” che si vogliono distinguere dai “vecchi fascisti” impugnando apertamente le armi contro lo Stato come fanno i “compagni” delle Brigate rosse.
In realtà, l’assalto al distretto militare di Padova, attribuito alle Brigate rosse, insieme alle bombe stragiste di Roma, firmate dal Movimento rivoluzionario popolare “contro il fascismo”, dimostrano l’esistenza di solidi collegamenti politici ed operativi fra il gruppo veneto e quello romano che non sono mai stati approfonditi in sede storica e giudiziaria.
La strategia della destra missina, difatti, ripropone i temi dell’infiltrazione e della provocazione che completano e perfezionano il suo deciso inserimento nell’azione politica finalizzata ad aggravare la situazione dell’ordine pubblico, come sempre e cono i metodi di sempre.
E questi metodi prevedono l’infiltrazione nei gruppi avversari, la “propaganda nera” che contempla l’attribuzione al nemico delle azioni che sollevano lo sdegno dell’opinione pubblica, e la provocazione necessaria per aggravare la situazione dell’ordine pubblico che solo lo Stato ha i mezzi per ristabilire.
Un esempio di destabilizzazione dell’ordine pubblico che denuncia inoltre il coordinamento fra gli “spontaneisti” dei Nar e i vertici del Movimento sociale romano lo troviamo negli eventi verificatisi nella Capitale il 9 e10 gennaio 1979.
Il 9 gennaio, Valerio Fioravanti e suo fratello Cristiano compiono quella che, dopo le stragi, è l’azione più infame di cui si sia macchiato il “neofascismo” di regime.
Fanno, difatti, irruzione nella sede di “Radio Città futura” ed aprono il fuoco su cinque ragazze trovate al suo interno ferendole alle gambe in modo grave, tanto che una perderà la possibilità di avere figli.
La rivendicazione, fatta telefonicamente al quotidiano amico, “Il Tempo”, è grottesca perché dopo aver definito “Radio Città futura” un “covo di predicatori di odio”, prosegue spiegando che “abbiamo scelto un bersaglio particolare perché siamo stufi che siano dei giovani rossi e neri a pagare con la vita le colpe del sistema”.
Sarebbe facile rispondere che, se questa era l’intenzione, avrebbero dovuto colpire un simbolo del sistema, non cinque ragazze nella sede di “Radio Città futura” che, da sinistra, è all’opposizione del sistema.
Ma sappiamo che anche la rivendicazione è studiata in modo tale che da non coinvolgere l’ambiente missino ufficiale che, viceversa, si muove in prefetta sintonia con i presunti “spontaneisti” del partito.
Il 10 gennaio, infatti, nel quartiere Centocelle, ritenuto “rosso”, si svolge una manifestazione di giovani missini, organizzata da Gianfranco Fini, Michele Marchio, Adolfo Urso e Bartolo Gallitto, che si conclude con la morte di Alberto Gianquinto, ucciso da un sottufficiale di Pubblica sicurezza.
Nella stessa giornata del 10 gennaio, in via Rovani, militanti di sinistra sparano su tre giovani fermi dinanzi ad una sezione del Msi-Dn uccidendo Stefano Cecchetti e ferendo Maurizio Battaglia e Alessandro Donatoni.
È la risposta dell’attacco a “Radio Città futura” e al ferimento delle cinque ragazze al suo interno, come spiega la rivendicazione firmata dai “Compagni organizzati per il comunismo”: “abbiamo colpito fisicamente. Contro l’arroganza fascista sul territorio”.
Due giorni di sangue, due giovanissimi morti, feriti, caos.
Non sappiamo, purtroppo, se Gianfranco Fini, Adolfo Urso, Michele Marchio e Bartolo Gallitto abbiano deciso di far manifestare i giovani missini a Centocelle prima o subito dopo l’assalto a “Radio Città futura” da parte dei due infami fratelli Fioravanti, ma seppure non si può affermare che le due azioni siano state coordinate prima, appare certo che i dirigenti missini abbiano deciso di sfruttare la situazione dopo, provocando incidenti di piazza in un quartiere ostile al partito.
Morti due giovani, uno missino l’altro no, che dovrebbero pesare sulla coscienza dei protagonisti della sanguinosa provocazione, iniziata con l’assalto a “Radio Città futura” e proseguita con la manifestazione a Centocelle, ma che viceversa è stata cancellata dalla memoria e dalla ricostruzione storica degli avvenimenti come se il collegamento fra i fatti non apparisse evidente anche al più superficiale degli storici.
Molti anni più tardi, ad avvalorare il sospetto che Gianfranco Fini ed i suoi amici abbiano avuto, non solo negli eventi del 9-10 gennaio 1979, un rapporto diretto con i presunti “spontaneisti”, c’è la difesa ad oltranza fatta dai dirigenti missini romani della coppia Fioravanti-Mambro per la cui libertà i neo-convertiti ai valori dell’antifascismo si sono battuti con impegno e zelo, spronati anche dall’avvertimento minaccioso della Mambro che riferendosi a loro, ai “nuovi partigiani”, dichiarerà ai giornalisti: ”loro al governo e noi in galera”.
In galera sì, ma non abbandonati dai loro capi visto che sarà proprio Adolfo Urso, uno dei promotori della manifestazione a Centocelle del 10 gennaio 1979, a mettere la propria rivista a disposizione della Mambro perché possa scrivere, a pagamento, articoli che non leggerà nessuno.
Nell’esame dei comportamenti della destra missina abbiamo rilevato, fino a questo momento, non la prova di una “lotta armata” contro lo Stato condotta da giovani romantici “spontaneisti” protesi a riscattare le collusioni con il sistema democratico dei loro padri, ma la ripresa della “strategia della tensione” con i metodi abituali dell’infiltrazione nei gruppi avversari, con gli attentati con finalità stragista rivendicati a sinistra, con la sistematica provocazione allo scopo di innalzare il livello di scontro ed accrescere il disordine nel Paese.
Cambiano i nomi dei manovali per un ovvio ricambio generazionale, non quelli degli strateghi.
Contro la favola dello “spontaneismo armato”, contro la strumentale leggenda dei “ragazzini dei Nar”, si sommano i fatti citati fino ad orma ma ce ne sono altri che dimostrano i legami strettissimi che intercorrevano fra i burattini e i burattinai dell’estrema destra a Roma come in Veneto.
E proprio in Veneto, gli “spontaneisti” dei Nar installano una loro base operativa perché quella romana, dopo gli omicidi dell’appuntato di Ps Evangelista e del giudice Mario Amato, è ormai “bruciata”.
Nel Veneto, i “ragazzini dei Nar” non si limitano a stare nascosti, a cuccia, per evitare un possibile arresto, viceversa agiscono e progettano.
Pianificano, ad esempio, l’omicidio di Giancarlo Stiz, il giudice che a Treviso per primo imboccò la “pista nera” per la strage di piazza Fontana incriminando Fanco Freda e Giovanni Ventura.
Per quale ragione, gli “spontaneisti” dovevano vendicare due “vecchi fascisti stragisti e golpisti” come Franco Freda e Giovanni Ventura?
Non dovevano essere costoro annoverati fra i “cattivi maestri” che i loro “ragazzini” avevano ripudiato e condannato?
Volevano organizzare la fuga di Pierluigi Concutelli, che certo non era uno “spontaneista” ma solo un gregario al quale faceva piacere sparare ed ammazzare. Tutti sappiamo che costui ha eseguito l’omicidio di Vittorio Occorsio per ordine di “stragisti e golpisti” accreditati presso i comandi dell’Arma dei carabinieri.
Il 9 ottobre 1979, a Rovigo, muore un certo Roberto Cavallaro, a causa di un incidente stradale che, singolarmente viene rivendicato presso il quotidiano “Il mattino di Padova” come propria azione dai Nar.
A parte il fatto che gli omicidi a mezzo di incidenti stradali appartengono alla metodologia sei servizi segreti e non a quella dei militanti politici, la rivendicazione dei Nar è frutto di un equivoco, i un caso di omonimia perché Roberto cavallaro è il nome del personaggio che, nel 1974, con le sue dichiarazioni mise nei guai Amos Spiazzi ed i suoi colleghi della “Rosa dei venti”, organizzazione clandestina dell’Alleanza atlantica.
Avremmo dovuto riscontrare le azioni e le pianificazioni di operazioni contro lo Stato, il sistema democratico, viceversa nella ricostruzione delle attività e dei progetti degli “spontaneisti” abbiamo trovato nel periodo della loro permanenza in Veneto la preparazione dell’omicidio di Giancarlo Stiz,  il “nemico giudiziario di Franco Freda e Giovanni Ventura tanto cari al Sid e alla divisione Affari riservati del ministero degli Interni; il piano per la fuga di Pierluigi Concutelli, presente nel cuore di Paolo Signorelli i cui rapporti con i carabinieri sono agli atti del processo per la strage di Brescia del 28 maggio 1974; la rivendicazione dell’omicidio, vero o presunto, di Roberto cavallaro che così male ha fatto al “camerata” Amos Spiazzi e ad i suoi amici delle Forze armate e della Nato; l’assalto al distretto militare di Padova rivendicato a nome delle Brigate Rosse.
Nulla di nuovo rispetto al passato “golpista e stragista” dei padri politici di Valerio Fioravanti, Francesca Mambro ed amici.
Del resto, la base operativa della banda è Padova.
Al quotidiano “Il Mattino di Padova” inviano la rivendicazione per l’omicidio, vero o presunto, di Roberto cavallaro; a Padova, l’8 gennaio 1980, sparano contro una sezione del Pci; a Padova, il 30 marzo 1980, assaltano il distretto militare; a Padova, compiono un attentato, il 25 luglio 1980, contro la sede della libreria “Feltrinelli”; a Padova, sono presenti la mattina del 2 agosto 1980; a Padova, infine, viene arrestato Valerio Fioravanti dopo che, insieme ai suoi colleghi, ha ucciso due carabinieri, il 5 febbraio 1981.
E proprio a Padova, si verifica una falla nel sistema di sicurezza che protegge i “ragazzini” dei Nar, come dimostrano le informazioni fornite da Luigi Vettore Presilio, detenuto nel carcere padovano, al magistrato di sorveglianza nel mese di luglio del 1980.
Padova dista 30 chilometri da Mestre-Venezia.
Il 1° marzo 1984, Sergio calore, braccio destro di Paolo Signorelli, racconta ai giudici di Bologna che il 16 marzo 1979 si era recato a Padova insieme a Paolo Signorelli dove, dice “incontrai Fachini, Raho, Cavallini e Melioli”.
Dalla dichiarazione di Sergio Calore si ricava che Gilberto Cavallini conosceva Paolo Signorelli di Roma, Massimiliano Fachini di Padova, Roberto Raho di Treviso, Giovanni Melioli di Rovigno.
Non è credibile che li conoscesse solo lui e non Valerio Fioravanti e Francesca mambro.
È accertato con assoluta certezza che dietro “Costruiamo l’azione” e il “Movimento rivoluzionario popolare” c’erano, fra gli altri, Paolo Signorelli e Massimiliano Fachini.
Le dichiarazioni rese dal Walter Sordi, il 7 maggio 1983, confermano i rapporti di dipendenza dei presunti “spontaneisti” da Paolo Signorelli e dei suoi complici.
“Io sapevo che Valerio Fioravanti – dice Sordi – aveva rapporti personali e politici con personaggi del M.R.P. come ad esempio Signorelli e Calore”.
“Cavallini mi rivelò – prosegue Sordi – che egli stesso era stato in contatto con il gruppo di Signorelli e Calore e tutti gli altri che agivano con la sigla M.R.P. Ma che si era dissociato da tale formazione, unitamente ad altri, dopo l’attentato al Consiglio superiore della magistratura (20 maggio 1979 – ndr), attentato che si era rivelato un tentativo di strage…Alla mia domanda di ulteriori spiegazioni mi disse che l’ordine di fare una strage poteva pervenire solo dal De Felice Fabio. Infatti egli era al vertice dell’M.R.P. da cui prendevano ordini Calore, Signorelli e tutti gli altri”.
Signorelli, Fachini, De Felice…siamo nel cuore del “neofascismo di servizio segreto”, fra i “vecchi fascisti golpisti e stragisti” con i quali gli “spontaneisti” dei Nar si trovano a loro agio, anzi ai loro ordini.
Chiedersi per quali ragioni la banda Fioravanti-Mambro abbia deciso di spostare da Roma al Veneto la propria base logistica ed operativa è, a questo punto, retorico.
Dopo Roma, è proprio in Veneto che i Fioravanti e colleghi possono trovare protezione e rifugio sotto le ali protettrici di quel gruppo ordinovista che ha ottimi rapporti con i rappresentanti delle forze di polizia e di sicurezza.
I “ragazzini del Nar” si muovono lungo l’asse stragista: Roma, Padova, Venezia.
In Veneto, conoscono Massimiliano Fachini, Roberto Raho, Giovanni Melioli, Carlo Digiglio, il “tecnico delle stragi”, il “sub” ovvero un sommozzatore adibito al recupero di armi ed esplosivi abbandonati dai tedeschi in ritirata nei laghi e nei fiumi della regione, di cui aveva già parlato Paolo Aleandri.
A Rovigo, dove abita Giovanni Melioli, i Nar affermano di aver ucciso Roberto Cavallaro.
A Padova, l’assalto al distretto militare è reso possibile da un basista che conosce bene l’ubicazione dell’armeria, il numero dei militari presenti, gli orari in cui effettuare l’azione.
A Padova, c’è qualcuno che riferisce a Luigi Vettore Presilio in carcere alcuni dei progetti degli “spontaneisti”, come la preparazione dell’omicidio del giudice Giancarlo Stiz e un “attentato di eccezionale gravità”, di cui il delatore parla al giudice di sorveglianza il 10 luglio 1980.
La volontà di uccidere Stiz è stata confermata dallo stesso Valerio Fioravanti, quindi la notizia di cui era entrato in possesso Luigi Vettore Presilio era esatta.
Per quanto riguarda l’ “attentato di eccezionale gravità”, Massimiliano Fachini sarà imputato nel processo per la strage di Bologna anche per aver telefonato nelle prime ore del 2 agosto 1980 a Jeanni Cogolli, compagna dello “spirito libero” Fabrizio Zani, consigliandole di abbandonare subito la città, cosa che la donna fa insieme a tale Naldi addirittura in autostop.
Milano è stata la città italiana in cui si sono verificate due stragi, quella del 12 dicembre 1969 e del 17 maggio 1973, entrambe attribuite all’ambiente veneto di Ordine nuovo; in cui è stata progettata una strage, fallita per caso fortuito, sul treno Torino-Roma, il 7 aprile 1973, per la quale è stato condannato quel Giancarlo Rognoni in ottimi rapporti con Carlo Maria Maggi; in cui, infine, è fallita per un soffio la strage dinanzi al palazzo del Comune il 30 luglio 1980.
Se, per quest’ultima, il rapporto con ambienti veneti non è stato accertato sul piano giudiziario, lo è stato con l’ambiente romano che gravita attorno a Paolo Signorelli e, se la memoria no ci inganna, è stato chiamato in causa anche l’ “infiltrato” Egidio Giuliani.
Come a dire, se la strage non è attribuibile al lato veneto del triangolo stragista, lo è a quello romano, e i nomi che vi ricorrono sono quelli di sempre, dei padri dei “ragazzini dei Nar”.
Rimane il dubbio circa il riferimento fatto da Luigi Presilio Vettore sull’ “attentato di eccezionale gravità”, da intendere come preambolo alla strage, poi fallita, a Milano o a quella di Bologna del 2 agosto 1980.
Vi è, difatti, da considerare che mentre l’attentato stragista di Milano, del 30 luglio 1980, ha richiesto una programmazione, una verifica degli orari, l’attesa di una seduta del Consiglio comunale a Palazzo Marino, quella attuata alla stazione ferroviaria di Bologna non ne ha richiesta alcuna.
Non è, pertanto, da escludere che la strage di Bologna sia stata decisa ed attuata a causa del fallimento di quella di Milano.
Il precedente, gli stragisti l’avevano: il 28 agosto 1970, difatti, ignoti avevano deposto una valigia contenente un ordigno esplosivo in una sala passeggeri della stazione ferroviaria di Verona, che era stata notata da un sottufficiale della Polfer e portata in un luogo isolato dove esploderà un’ora più tardi.
Verona è sempre in veneto, ed è la città dove viveva ed operava Marcello Soffiati, il più stretto collaboratore di Carlo Maria Maggi, nonché confidente dei servizi segreti militari americani e, in seguito, anche del Sisde con il criptonimo di “Eolo”.
Non è un’accusa, ma una constatazione che abbiamo il dovere di fare.
Perché Milano e, poi, Bologna? Perché una strage?
La risposta può venire dall’esame degli eventi relativi all’abbattimento di un Dc-9 Itavia sul cielo di Ustica il 27 giugno 1980, causato da un missile sparato da un aereo militare penetrato all’interno dello spazio aereo italiano di nazionalità ufficialmente sconosciuta ma che, con oltre venti anni di ritardo, l’informato ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga ha indicato come francese.
Se aerei militari italiani di un paese amico ed alleato dell’Italia penetrano nel nostro spazio aereo per compiere una missione militare, lo fanno con la preventiva autorizzazione dei vertici politici e militari italiani.
Lo prova, a nostro avviso, il fatto che nessuno, a quanto ci è dato da conoscere, ha segnalato in atti giudiziari o ricostruzioni giornalistiche l’intervento nell’area dei nostri caccia intercettori.
Questi si alzano in volo quando i radar segnalano l’ingresso nello spazio aereo di un velivolo sconosciuto, per raggiungerlo, obbligarlo ad identificarsi e, se necessario, costringerlo ad atterrare.
L’azione dei caccia intercettori non è sottoposta alla preventiva autorizzazione dello Stato maggiore dell’Aeronautica, così che se gli aerei che dovevano difendere lo spazio aereo italiano non si sono levati in volo è perché c’era l’ordine di non intervenire in quell’area del Tirreno dove dovevano agire i caccia militari del Paese amico ed alleato.
La prova esiste: alle ore 20.24 del 27 giugno 1980, un F-104 G biposto del 4° stormo, con a bordo i piloti Mario Naldini ed Ivo Nutarelli, all’altezza di Firenze-Peretola lancia il segnale di allarme generale della Difesa aerea, codice 73, ripetendolo per tre volte.
Non accade nulla.
Il Dc-9 Itavia ha un ultimo contatto radio con il controllore procedurale di “Roma controllo” alle ore 20.58, poco dopo viene colpito da un missile e precipita.
Gli aerei militari italiani che dovevano proteggerlo non c’erano, anche se l’allarme era stato lanciato da oltre mezz’ora, un tempo ampiamente sufficiente per fare intervenire i caccia intercettori che, invece, sono rimasti lontani per ordini ricevuti.
Dopo la strage scatta la necessità del depistaggio, necessario non solo per coprire le responsabilità di una nazione amica ed alleata ma quelle dei vertici politici e militari italiani.
Quale potrebbe essere la connessione tra la strage di Ustica, il depistaggio che ne segue e l’ambiente stragista romano-veneto?
Il suo coinvolgimento nel depistaggio delle indagini. Difatti, il 28 giugno 1980, alle 14.10, alla reazione milanese del “Corriere della sera” giunge una telefonata:
“Qui Nar. Informiamo che nell’aereo caduto sulla rotta Bologna-Palermo si trovava un nostro camerata, Marco Affatigato. Era sotto falso nome e doveva compiere un’azione a Palermo. Il suo corpo è riconoscibile dall’orologio Baume & Mercier che aveva al polso. Interrompiamo la comunicazione, grazie”.
Non è l’iniziativa di un mitomane.
Il 17 ottobre 1990, il prefetto Vincenzo Parisi, capo della polizia, nel corso della sua audizione dinanzi alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo e le stragi, dichiara:
“Quella telefonata porta la firma dell’intelligence che ha manovrato l’operazione di Ustica”.
Il 7 agosto 1984, a Bologna, verbalizzo i nomi di alcuni presunti “neofascisti” in rapporti con i servizi segreti italiani, fra i quali quello di Marcello Soffiati.
Qualche tempo dopo, Marco Affatigato, ordinovista e confidente della polizia nonché dei servizi segreti americani conferma la qualifica di informatore di Marcello Soffiati ed aggiunge che solo lui era a conoscenza del particolare riferito nella telefonata al “Corriere della sera” del 28 giugno 1980 dell’orologio Baume & Mercier che egli effettivamente portava al polso perché, qualche settimana prima della strage di Ustica, lo aveva incontrato a Nizza e proprio Soffiati glielo aveva chiesto in regalo ottenendone un rifiuto.
È stato valorizzato sul piano giudiziario questo dettaglio che porta al cuore dell’ambiente stragista veneto?
Crediamo di no, perché risulta che per quella telefonata è stato indiziato di reato il colonnello Federigo Mannucci Benincasa, capo centro del Sismi di Firenze, poi evidentemente prosciolto perché il suo nome non figura fra quelli degli imputati rinviati a giudizio, ma la connessione con il gruppo veneto di Ordine nuovo non appare.
Peccato, perché il Veneto torna nelle affermazioni di un notabile democristiano di primissimo piano, Antonio Bisaglia, proprio in relazione al rapporto fra la strage di Ustica e quella di Bologna.
Il 5 agosto 1980, nel corso della riunione del Comitato interministeriale per le informazioni e la sicurezza il collegamento fra le due stragi è fatto dal direttore del Sismi, generale Giuseppe Santovito, e dal ministro degli Esteri, Emilio Colombo, che privilegiano una “pista libica”, mentre Antonio Bisaglia, veneto, afferma che il massacro alla stazione ferroviaria di Bologna era da riconnettersi alla strage di Ustica con intenti di depistaggio.
Aveva raccolto informazioni negli ambienti veneti, Antonio Bisaglia?
Non si saprà mai perché morirà annegato nei pressi di Rapallo il 26 giugno 1984.
Otto anni più tardi, il 17 agosto 1992 verrà rinvenuto nel lago di Domegge in Cadore, il cadavere del fratello Mario Bisaglia, sacerdote, che mai si era rassegnato a considerare la morte del congiunto una fatalità.
Si dirà che Mario Bisaglia si è suicidato gettandosi nel lago e morendovi per annegamento, come annegato era morto Antonio Bisaglia.
È sufficiente scorrere la lunga lista delle morti sospette nella vicenda di Ustica per alimentare il dubbio che i due fratelli siano stati, viceversa, messi a tacere.
L’asse stragista, Roma-Veneto, compare sullo sfondo dei depistaggi seguiti alla strage di Ustica nei quali va inserita anche la strage di Bologna del 2 agosto 1980, che l’ineffabile direttore del Sismi, generale Giuseppe Santovito, attribuisce ai libici.
Due sono state le menzogne che hanno retto più tempo sulle stragi del 27 giugno e del 2 agosto 1980: quella della bomba esplosa all’interno del Dc-9 Itavia, proposta con la telefonata del 28 giugno 1980; e quella suggerita di Giuseppe Santovito in concorso con Emilio Colombo, della “pista libica” che da diversi anni, con i necessari aggiustamenti, è divenuta la “pista mediorientale” che dovrebbe portare ai “terroristi” palestinesi ed ai loro compagni europei.
Tutte e due le piste sono state suggerite da uomini del servizio segreto militare che mai ha portato un solo elemento, sia pure indiziario, a suffragio delle proprie tesi, sia di quella della bomba ormai definitivamente accantonata sia di quella mediorientale sulla quale sono ancora in corso indagini che, a distanza di 32 anni dall’eccidio, hanno come unico e solo obiettivo quello di “provare” l’innocenza di Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini, i primi due dei quali non languono in un’orrida cella ma hanno addirittura finito di scontare la pena, mentre il terzo si gode il beneficio della semi-libertà in attesa di tornare, anch’egli, totalmente libero.
L’ “ansia” di verità e di giustizia che anima i politici e i giornalisti al loro servizio, lautamente retribuito, non scaturisce quindi dal desiderio di restituire alla libertà tre “innocenti”, ma dal timore che la verità possa un giorno affermarsi con conseguenze imprevedibili per l’intera classe politica italiana.
Non sprechiamo il nostro tempo per confutare le tesi innocentiste sulla strage di Bologna, perché i tre infami sono stati condannati per le loro contraddizioni, le loro reticenze, le loro menzogne e l’incapacità di fornire un alibi per il 2 agosto 1980 che avesse almeno il riscontro di una persona esterna al gruppo.
La coppi ah affermato che, quel mattino, a Padova, Gilberto Cavallini doveva incontrare Carlo Digiglio, il “tecnico delle stragi”, più furbescamente quest’ultimo ha dichiarato che doveva vedere il “sub”, ma nessuno dei tre si è preoccupato di chiamare a testimoniare a loro favore l’ignoto personaggio, fosse Digilio o il “sub”.
Dinanzi ad un’accusa gravissimi e ad una condanna all’ergastolo, sia la coppia che Cavallini avrebbero chiamato a testimoniare l’ignoto interlocutore padovano se mai fosse esistito o se non fosse stato loro complice nella strage.
In una Paese in cui i cittadini finiscono anche all’ergastolo per il libero convincimento dei giudici, la pretesa che i tre stragisti dovevano essere creduti sulla parola è grottesca.
Quindi, passiamo oltre.
Abbiamo visto che nell’attività politica di Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e compari non c’è traccia di “spontaneismo” e di rottura con il passato golpista, stragista, bombarolo del neofascismo di servizio segreto.
Viceversa, la banda è sempre stata contigua a personaggi come Paolo Signorelli, legato all’Arma dei carabinieri e al servizio segreto militare, a Massimiliano Fachini, anch’egli in ottimi rapporti con il servizio segreto militare; che ha partecipato ad azioni stragiste e di provocazione coincidenti con quelle organizzate da Gianfranco Fini e Adolfo Urso il 9-10 gennaio 1979; che hanno avuto come basi operative Roma e, dopo, gli omicidi Arnesano, Evangelista e Amato, il Veneto, in particolare Padova.
Abbiamo citato la testimonianza di Walter Sordi sui rapporti fra Valerio Fioravanti e Paolo Signorelli, Massimiliano Fachini e Fabio De Felice, registriamo anche quella resa il 28 dicembre 1984 ai giudici di Bologna da Mauro Ansaldi, secondo il quale lo “spontaneista” “operava in una doppia posizione da una parte all’interno dei Nar, dall’altra, usando come paravento la sua militanza nei Nar, aveva stretti rapporti con Signorelli e attraverso di lui con Licio Gelli, Semerari e la P2”.
I cosiddetti Nar annoverano anche delinquenti comuni, come Gilberto Cavallini e Mauro Addis, persone che si facevano gli affari propri dietro lo schermo della politica che, in realtà era un susseguirsi di rapine e traffico di stupefacenti.
A suggerire rapporti stabili con la malavita, secondo Paolo Aleandri sono stati i soliti:
“L’istituzione di collegamenti tra gruppi eversivi della estrema destra romana – afferma Aleandri l’8 agosto 1990 – e la malavita organizzata romana rientrava in un disegno strategico comune al prof. Aldo Semerari e al prof. Fabio De Felice”.
Tutti testimoni inattendibili? Valerio Fioravanti non avrebbe mai avuto rapporti con i Signorelli, i Fachini, i De Felice, i Semerari, Gelli?
Però, Licio Gelli è stato condannato per aver partecipato ai depistaggi delle indagini sulla strage di Bologna del 2 agosto 1980, a favore di Valerio Fioravanti.
Una coincidenza anche quest’ultima?
Fino al 2 agosto 1980 nei contatti di Valerio Fioravanti e dei suoi compari c’è tutto il mondo spionistico e “neofascista” romano e veneto, e dall’attività della banda nulla di nuovo emerge rispetto al passato né come punti di riferimento politico (Freda, Fachini, Signorelli), né come metodi (attentati, anche stragisti), né come obiettivi (“rossi”) da colpire con le armi e facendo ricadere su di essi la responsabilità delle azioni più riprovevoli come gli attentati stragisti a Roma del maggio 1979, e l’assalto al distretto militare di Padova del 30 marzo 1980.
Dopo la strage di Bologna, però, si verifica un terremoto giudiziario che porta in carcere e, per la prima volta, nel mirino della magistratura, il 28 agosto 1980, Paolo Signorelli, Fabio De Felice, Aldo Semerari, Massimiliano Fachini, fra glia altri.
La banda Fioravanti-Mambro perde in questo modo i propri punti di riferimento, i capi in grado di fare progetti, fornire aiuto logistico, indicare obiettivi.
Dopo questa data non c’è più traccia di attività politica, anche in senso lato, da parte della banda Fioravanti-Mambro che, dimenticati i piani per uccidere il giudice Giancarlo Stiz e liberare Pierluigi Concutelli, si preoccupa solo di sopravvivere in libertà.
Dall’analisi delle su attività fino alla data del 5 marzo 1982, quando Francesca Mambro viene arrestata dopo essere rimasta ferita nel corso di una rapina dove, insieme ai complici, ha ucciso il diciassettenne Alessandro Caravillani, vediamo che la banda uccide il 9 settembre 1980 Francesco Mangiameli; il 30 ottobre 1980, ammazzano per questioni di droga non pagata Maria Paxiu e Cosimo Todaro, a Milano; il 26 novembre 1980, a Milano, per evitare di essere arrestati, Gilberto Cavallini e Stefano Soderini uccidono il brigadiere dei carabinieri Ezio Lucarelli che li aveva riconosciuti; il 5 febbraio 1981, per sfuggire all’arresto uccidono i carabinieri Enea Codotto e Luigi Maronesi che fanno in tempo a ferire Valerio Fioravanti che viene poi arrestato; seguono, quindi le eliminazioni fisiche di tre “camerati”: Luca Perucci il 6 gennaio 1981, Giuseppe De Luca, il 30 luglio 1981 e Marco Pizzari, il 30 settembre 1981, quest’ultimo accusato falsamente di aver provocato l’arresto di Nazareno De Angelis e Luigi Ciavardini nel mese di ottobre del 1980 che, invece, era scaturito da un’intercettazione telefonica e non dalla delazione del ragazzo.
In definitiva, la banda uccide quattro “camerati”, due persone accusate di non aver pagato la droga che gli era stata fornita; un ragazzo nel corso di una rapina, e tre carabinieri per evitare di essere arrestati.
E questa sarebbe un’attività politica contro lo Stato?
In realtà, un’azione che potrebbe suggerire un movente politico la banda lo compie il 21 ottobre 1981 quando uccide il capitano di Ps Francesco Straullo e il suo autista, l’agente di Ps Ciriaco Da Roma.
Ma, a muovere Francesca Mambro e colleghi non è la volontà di attaccare i rappresentanti dello Stato, bensì la volontà di vendetta nei confronti di un ufficiale di Ps conosciuto per i metodi poco ortodossi impiegati nel corso degli interrogatori con i quali avrebbe “convinto” Cristiano Fioravanti a pentirsi.
Sette cittadini ammazzati, e tre carabinieri per sfuggire alla cattura, un capitano ed un agente di Ps per vendetta.
Uccidono per rapina, per droga, per soldi non si sa se effettivamente sottratti alle loro tasche, per vendetta, mai per politica, mai per una ragione ideale.
Una qualsiasi banda di malavitosi di borgata avrebbe agito allo stesso identico modo, con le medesime motivazioni.
Se Valerio Fioravanti ha svolto funzioni di cerniera fra gli esponenti del “neofascismo di servizio segreto” (Signorelli, De Felice, Fachini) e dei “poteri occulti” (Gelli) ed i “ragazzini dei Nar”, non poteva essere abbandonato alla sua sorte insieme a Francesca Mambro e Luigi Ciavardini, Gilberto Cavallini ed altri ancora.
Difatti, non lo è stato.
Il controllo pressoché totale, come si conviene in uno Stato totalitario, dei mezzi d’informazione controllati dai poteri forti della finanza e da quelli occulti degli apparati di sicurezza, ha permesso la “ripulitura” accuratissima, fin nei dettagli, dell’immagine di Valerio Fioravanti che, nella realtà dei suoi comportamenti, appare francamente sudicia.
È lui, Valerio, a fare i nomi dei “camerati” che stavano con lui a Padova, il 5 febbraio 1981, omettendo solo quello del fratello Cristiano, così che candida all’ergastolo gli amici compresa la “amatissima” Francesca Mambro.
È sempre lui, Valerio Fioravanti, a mandare all’ergastolo Gilberto Cavallini e Stefano Soderini raccontando ai giudici che i due, rientrando da Milano, gli avevano confidato di aver fatto “13 in carrozzeria”. All’interno di una carrozzeria, difatti, avevano ucciso il brigadiere dei carabinieri Ezio Lucarelli.
È ancora Valerio Fioravanti, con maggiore incisività del fratello ufficialmente “pentito” Cristiano, a proporsi come testimone d’accusa nei confronti dei militanti di “Terza Posizione” che, dice, lo volevano come capo militare per guidare la loro struttura clandestina.
La figura del delatore per rancore nei confronti dei suoi “camerati” è stata debitamente cancellata, e sostituita con quella del “ragazzino dei Nar” che si è dissociato dal passato confessando le sue colpe.
Fioravanti, quando si presenta al processo di “Terza posizione”, è salvato dai carabinieri che lo sottraggono alla gragnuola di pugni e calci con i quali i coimputati lo accolgono al suo ingresso nella gabbia.
Fioravanti, perché infame, viene obbligato ad assumersi la responsabilità dell’omicidio di Maria Paxiu e Cosimo Todaro, ma mentre depone è colto da una crisi isterica e si mette a piangere, così che la corte non gli crede e condanna, fra gli altri, Mauro Addis.
È ancora lui, Fioravanti, a concordare nel carcere di Ascoli Piceno, il “pentimento” di Angelo Izzo e Sergio Calore salvo tirarsi indietro pur dichiarando di condividere la scelta dei due.
E come mai dietro questa manovra appare il gruppo editoriale “L’Espresso-Repubblica” che pubblicizzava il pentimento di Sergio Calore e Angelo Izzo presentati come due “bravi ragazzi” che vogliono “fare chiarezza” sulle stragi e pubblica la lettera dello stesso Fioravanti che ne condivide l’azione delatoria?
Una domanda che nessuno si è posto, ma che meriterebbe una risposta.
È in questo modo che nasce la leggenda dei due teneri “ragazzini dei Nar”, Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, cancellando la loro immagine di delatori, di esecutori d’ordini di Signorelli, Fachini, De Felice, di stragisti con la presenza a Roma, nel maggio del 1979, prima ancora che a Bologna il 2 agosto 1980, di “vendicatori” del confidente del Sid Franco Freda.
Per l’ingannata opinione pubblica italiana, Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, devono essere i due “ragazzini” innamorati che un giorno presero le armi, emulando i compagni delle Brigate rosse, per non ripercorrere le orme dei “vecchi fascisti golpisti e stragisti”.
I due si prestano con entusiasmo alla recita ma il loro interesse, quello che essi pretendono è il ritorno in libertà: ci mancherebbe alto che mentre Fini, Gasparri, Storace ed amici vari stanno al governo, Signorelli; De Felice, Gelli sono in libertà, loro due si facciano un ergastolo.
Anche nei tempi bui e barbari in cui viviamo sarebbe necessario salvaguardare almeno le apparenze, fingere di avere una dignità anche se di essa, i due stagionati “ragazzini” non hanno mai avuto sentore che esistesse.
Viceversa, con un’operazione con la quale traspare la presenza dei poteri forti ed occulti dello Stato, non solo quelli della politica e della stampa, abbiamo visto Valerio Fioravanti Francesca Mambro affermare la loro innocenza e, contestualmente, confessare la loro partecipazione alla strage di Bologna del 2 agosto 1980 chiedendo il perdono dei familiari delle vittime.
Perdono che è stato loro concesso da un cugino di una delle 85 vittime con una lettera pubblicizzata perfino da “Il Corriere della sera”.
È un caso unico al mondo, quello di vedere due “innocenti” chiedere il perdono di due familiari di coloro che negano di avere ucciso.
Parimenti, è un caso senza precedenti che un Tribunale di sorveglianza creda al loro “sicuro ravvedimento”, basato sulle pietose richieste di perdono, fingendo di non sapere che i due hanno asfissiato l’Italia con le loro dichiarazioni di innocenza, avallate da Emma Bonino, pur di rimetterli in libertà.
I telegiornali e i quotidiani hanno scritto che Valerio Fioravanti e Francesca Mambro hanno ottenuto la libertà condizionale dopo aver scontato 26 anni di carcere, come previsto dalla legge.
È una menzogna.
I due hanno atteso la conclusione dell’iter processuale che è stato definito dalla Corte di cassazione il 23 novembre 1995.
Fino alla sentenza definitiva, i condannati non possono usufruire dei benefici della legge penitenziaria.
Francesca Mambro ha ottenuto il primo permesso premio nel maggio del 1997, un anno e mezzo dopo il passaggio in giudicato della condanna all’ergastolo per la strage di Bologna; nel 1998 era già ammessa al lavoro esterno, nel 2000 era una donna libera perché posta in detenzione domiciliare speciale per partorire e poi allevare la figlia avuta con Valerio Fioravanti.
Non farà mai più rientro in carcere, così che la detenzione effettivamente scontata fa Francesca Mambro per gli 85 morti di Bologna ed altri 10 omicidi confessati, è stata di 18 anni.
Un record mondiale, da Guinnes dei primati, seguito dal marito Valerio Fioravanti che di anni ne ha scontati per un numero di delitti quasi pari (ne ha ammazzato uno in meno della cara moglie perché finito in galera un anno prima di lei), soltanto 20 ed ha finito totalmente l’espiazione della pena.
Perché dai ventisei anni ufficialmente scontati dai due ci sono da togliere quelli ottenuti per buona condotta a titolo di “liberazione anticipata”, almeno quattro; poi quelli passati in semi-libertà, che si traduce in una detenzione notturna di 9 ore dalle ore 22.00 alle ore 07.00, e quelli passati in permesso premio.
Insomma, l’allegro carcere di Francesca Mambro e Valerio Fioravanti è durato quanto quello che sconta chi ammazza un marito o una moglie.
Nessuno ha mai visto in televisione uno solo dei familiari delle vittime della coppia, per evitare di turbare l’iter necessario per farli tornare in libertà.
Viceversa, perfino Arturo Parisi dovette chiedere di “porre un freno alle apparizioni televisive” della coppia.
Non si può continuare a fingere che i politici italiani di tutti gli schieramenti o quasi, si siano mossi a favore della coppia Fioravanti-Mambro per senso di giustizia.
Per mancanza di intelligenza, lo riconoscerà lo stesso Gianfranco Fini dichiarando che non conosce gli atti processuali, avallando in questo modo il sospetto che la proclamazione d’innocenza della coppia da lui asserita ad ogni occasione scaturisca da necessità inconfessabili che affondano le loro radici nei tempi in cui il “fascista del 2000” e i due individui militavano insieme nel Movimento sociale italiano.
Ci sono cittadini italiani che hanno impiegato venti anni più o meno per ottenere un processo di revisione, restando chiusi nelle celle, soli per non aver ottenuto sostegno né da politici né da giornalisti.
Alla fine hanno vinto la loro battaglia processuale e sono stati rimessi in libertà perché innocenti.
Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini pur avendo alle spalle la classe politica, il potere mediatico, perfino magistrati, non hanno prodotto un solo elemento nuovo per far riaprire il processo a loro carico.
Sarebbe giunto il momento di cancellare la scritta “fascista” dalla lapide apposta alla stazione ferroviaria di Bologna, così come in quelle che ricordano i morti delle altre stragi italiani e sostituirla con quella di “strage di Stato”, ammettendo la verità storica che vuole che il “neofascismo” post-bellico non si stato altra cosa che il braccio armato e clandestino di questo Stato che lo ha usato per combattere il comuismo.
Un neo-fascismo che, crollato l’impero sovietico, si è dissolto mentre i suoi dirigenti hanno aderito ai valori dell’antifascismo non avendo più altra giustificazione per sopravvivere politicamente.
Nella strage di Ustica del 27 giugno 1980 non c’è traccia di “terrorismo nero”, così come nn c’è in quella di Bologna del 2 agosto 1980.
Per evitare che si conoscesse la verità sull’eccidio di Ustica hanno inventato prima la tesi della “bomba” esplosa a bordo dell’aereo e trasportata da un “terrorista nero” che, nella realtà, era un confidente di Questura: poi, quella del cedimento strutturale del Dc-9 che ha comportato il fallimento della società Itavia che ne era proprietaria, e tutto questo lo hanno fatto perché il presidente del Consiglio, il ministro della Difesa, lo Stato maggiore dell’Aeronautica non potevano giustificare dinanzi all’opinione pubblica l’abbattimento di un aereo passeggeri all’interno del nostro spazio aereo da parte di caccia militare in forza all’Aeronautica di un Paese amico ed alleato che ha potuto agire sui nostri cieli solo con il preventivo consenso dei responsabili politici e militari italiani.
La ragione è una sola: la forza elettorale del Pci, in quell’estate del 1980, aveva subito solo una lieve flessione nelle elezioni politiche del giugno 1979; i dirigenti comunisti italiani erano, tuttavia, alle corde per l’invasione sovietica dell’Afghanistan del dicembre 1979 e si affannavano a penderne le distanze procedendo ad uno “strappo” con il Partito padre, il Partito comunista sovietico.
Se la strage di Ustica fosse stata ricondotta ad un’operazione militare dell’Alleanza atlantica, i vantaggi politici conseguiti dall’anticomunismo sarebbero stati annullati con le intuibili conseguenze sul piano politico interno ed internazionale.
Bisognava evitarlo, ad ogni costo.
La ripresa del “terrorismo fascista” poteva rappresentare un ulteriore depistaggio.
La telefonata fatta al “Corriere della sera” segnalava che a bordo del Dc-9 Itavia era esplosa una bomba portata da un “terrorista nero”, la mancata strage del 30 luglio 1980, a Milano, confermava la volontà dello “stragismo fascista” di riprendere l’uso delle bombe, la strage di Bologna del 2 agosto 1980 ne rappresentava la tragica conferma.
In questo modo hanno guadagnato tempo, distolto l’attenzione dell’opinione pubblica dal “nemico esterno”, che aveva abbattuto un aereo italiano con 81 persone a bordo, per concentrarla sul “nemico interno” identificato con lo “stragismo fascista”.
Riuscivano a sovrapporre ad un evento tragico riconducibile ad un’operazione militare congiunta fra Paesi dell’Alleanza atlantica che, se emerso, avrebbe provocato una frattura all’interno delle forze politiche e nel paese, con conseguenze imprevedibili per l’equilibrio politico interno considerata la forza elettorale del Partito comunista e il divampare del “terrorismo nero”, un secondo evento, ancora più tragico e sanguinoso, capace di unire le forze politiche tutte de il Paese intero nella condanna senza appello dello “stragismo fascista”.
Un piano raffinato che consentiva, inoltre, di calamitare l’attenzione generale sulle indagini condotte dalla magistratura di Bologna sull’orrendo eccidio del 2 agosto, lasciando i magistrati romani, titolari dell’inchiesta sulla strage di Ustica del 27 giugno, liberi di iniziare la tattica temporeggiatrice che gli avrebbe consentito dopo anni di giungere ad una verità parziale, subito cancellata dai rituali proscioglimenti per prescrizione di reato.
La matrice “fascista” della strage è subito rivendicata con una telefonata alla redazione del “Il resto del Carlino” a nome dei Nar, che richiama alla memoria la telefonata fatta al quotidiano “Il Corriere della sera” il 28 giugno 1980 per attribuire ad una bomba dei Nar la causa della caduta del Dc-9 Itavia ad Ustica.
La bomba che, secondo l’ignoto telefonista, avrebbe dovuta essere deposta a Palermo da Marco Affatigato che viaggiava su un aereo che era partito da Bologna, è seguita da una seconda che fa strage proprio a Bologna e segue quella di Milano del 30 luglio 1980, così che nessuno può dubitare che, per oscuri motivi, lo “stragismo fascista” abbia ripreso la sua funesta attività.
Un piano perfetto, ideato da menti intelligenti non certo da Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini sulla cui responsabilità non hanno dubbi i militanti di “Terza posizione” di Palermo che accostano a quella strage l’omicidio di Francesco Mangiameli compiuto da Fioravanti e compari.
Un piano, è giusto dire, quasi perfetto perché lentamente, passo dopo passo, superando ogni interessata resistenza, la verità si va imponendo ed è sempre maggiore il numero di quanti giustamente riconoscono nel “nemico interno” non lo “stragismo fascista” ma lo Stato e la classe dirigente italiana, individuando nel secondo l’esecutore e nei primi i mandanti.
Ci vorrà tempo, certamente, perché questa verità si consolidi nelle menti e nelle coscienze di tutti gli italiani ma quel giorno, vicino o lontano che esso sia, tutti coloro che sono stati sacrificati per gli interessi di una classe politica protesa solo al mantenimento del proprio potere, avranno finalmente pace e giustizia.
E quel giorno giungerà.
Vincenzo Vinciguerra

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