martedì 9 dicembre 2014

La burocrazia? Sta bene, grazie

burocrazia-Sergio Calzone- Qualcuno potrebbe dire che sparare sullaburocrazia sia come sparare sulla Croce Rossa; si può persino sostenere che la burocrazia, in fondo, garantisce posti di lavoroin un’epoca in cui ci sono già fin troppi disoccupati; altri non mentirebbero, dicendo che, in un Paese tendenzialmente anarchico come il nostro, c’è bisogno di qualcuno o qualcosa che mettano regole e disciplinino i bisogni, spesso contradditori, di cittadini che non hanno il senso dello Stato.
Tuttavia, sono argomentazioni che, pur avendo un fondo (molto fondo) di verità, cozzano contro l’esperienza pratica di qualunque italiano maggiorenne che sia entrato in contatto più volte con il burocratese, con le straordinarie circonvoluzioni con cui un qualunque ente frappone moduli, istanze, circolari, procedure, tutto quel mondo parallelo che, indifferente a tutto, financo al tempo e ai tempi, scorre a fianco del mondo reale, quello fenomenico, quello fattuale.
A titolo puramente esemplificativo, racconterò, come emblematico, un rito che si consuma in continuazione nella Scuola italiana e che sembra portarci ad anni lontani, quando nell’unico canale televisivo di allora godeva di grande successo una serie di telefilm dal titolo generale Ai confini della realtà.
È facilmente immaginabile come una struttura autoreferenziale come la Scuola, dopo aver sfogato una “normale” quantità di burocrazia nei confronti degli utenti, arroti poi i denti e li affondi senza limiti nei quarti posteriori dei propri dipendenti.
Mai termine fu più appropriato: “dipendenti”, “coloro che dipendono”. Dipendono dai più inverosimili quesiti che possano essere loro posti in qualsiasi momento e per qualsiasi motivo.
Il più importante, e dirimente, consiste in una domanda che pare degna di un Diogene: CHI SEI?
Sembra ragionevole che un insegnante che abbia la fortuna di ricevere ogni mese il proprio stipendio, magari da venti e più anni, e che veda correttamente riportato sul relativo cedolino il proprio nome, cognome, domicilio fiscale, data di nascita, codice fiscale, numero identificativo, inquadramento, livello, fascia, istituto di appartenenza, indirizzo e-mail, tipo di liquidazione, sia stato descritto, da un punto di vista burocratico, in modo più preciso, definitivo e durevole di quanto non potrebbe fare la sua stessa madre.
Errore! Inqualificabile, patetico, totale errore! L’UCAS (Ufficio Complicazioni Affari Semplici) non va mai in ferie: esso produce indefessamente, è vero, per l’intero zoo del comparto pubblico e privato italiano, ma credo abbia le sue punte di eccellenza nella produzione della modulistica scolastica.
Se, dopo venticinque anni di servizio e, quindi, 300 cedolini su cui è riportato quanto sopra, un insegnante deve rivolgere una qualsiasi domanda non al Ministro dell’Istruzione in persona ma soltanto alla propria segreteria (che ha nei suoi schedari l’intera vita lavorativa del soggetto); se deve, dunque, rivolgerle una domanda scritta, dovrà specificare nome, cognome, data di nascita, inquadramento, classe di concorso, istituto di appartenenza! Ciò, si badi bene, non per particolare sadismo delle segretarie che sono, invece, del tutto innocenti, ma “perché si fa così”: spiegazione, come ognuno può intendere, totalmente priva di fondamento, non dico giuridico, ma di elementare buon senso. Quella scuola che si accorge dopo non più di cinque minuti se sei in ritardo sul tuo orario; quella scuola che fal’appello nei collegi docenti per accertarsi che tu non abbia “tagliato” come uno scolaretto; quella scuola che vuole essere avvertita il giorno prima se tu, il giorno dopo, avessi un malore (ho sentito anche questo); quella stessa scuola che, come dicevo, ha nei suoi archivi tutta la tua vita lavorativa, NON TI CONOSCE se riporti soltanto nome e cognome su una domanda o sulle infinite relazioni, autovalutazioni, verbali, progetti che vengono richiesti. Devi, per Bacco!, ricordarle in che giorno mese e anno sei nato, che sei un insegnante, che insegni quella certa materia e, soprattutto, che la insegni in quell’istituto, e non in un altro!
Si dirà, a questo punto: “Il solito insegnante, pigro al punto dal non voler compilare nemmeno un misero modulo”. Lasciamolo dire e passiamo ad altro.
Esiste, nella nostra Repubblica, anche il certificato di esistenza in vita. Ebbene, sì: noi, sempliciotti, potremmo pensare che, non essendo morti, si sia vivi. Oppure che, presentando la carta d’identità e assomigliando la fotografia ivi inchiodata alla versione triste del nostro viso, ciò dovrebbe dimostrare che siamo ancora nel mondo dei consumatori, non forse con la stessa intensità testimoniata da un certificato di sana e robusta costituzione, ma, insomma, magari acciaccati, ma vivi, per Giove!
No. Il sito moduli.it dà (pur senza averne colpa, in quanto non fa altro che citare un’apposita circolare), con la serietà che all’argomento è dovuta, una definizione di tale documento che ci trasporta un’altra volta Ai confini della realtà: “È il documento attestante che l'intestatario è vivente alla data del rilascio del certificato medesimo. Ilcertificato di esistenza in vita viene consegnato, a vista, al diretto interessato. È sufficiente rivolgersi allo sportello dell'ufficio anagrafe del comune di residenza munito di un documento di identità valido”.
Fantastico! È l’ufficio anagrafe che dichiara a me che sono vivo! Non viceversa! Mi piacerebbe davvero, a questo punto, che l’ufficiale dell’anagrafe, nel consegnarmelo, mi dicesse almeno: “Congratulazioni!” Ma, forse, la routine ha ormai logorato ogni senso dell’umorismo in quest’uomo o questa donna che non hanno altro incarico che confermare a chi sta davanti a loro che, sì, effettivamente non è morto…
Il colmo dell’umorismo, lo si raggiunge però in seguito: quando si scopre che tale rassicurante certificato vale soltanto per sei mesi. L’anagrafe, cioè, mette le mani avanti: oggi ci siamo; domani, chissà. Mi immagino il fortunato possessore di tale attestato nell’ultima quindicina del sesto mese: che cosa avverrà alla scadenza? Sarà meglio trincerarsi in casa, per timore di finire sotto un TIR, oppureavventurarsi per le vie abbastanza per poter fare esami del sangue, radiografie, TAC, coronografie, elettroencefalogrammi, tanto per capire se la scadenza colpirà il cuore, il cervello o l’alluce sinistro?
Ma che cosa fa, a questo punto, l’amministrazione? Sollecita del bene pubblico, permette che questo fondamentale documento possa anche essere prodotto perautocertificazione. Posso dunque gonfiare il petto e dichiarare che, sì, visto che dichiaro di non essere ancora morto, sono vivo! Dichiaro, ergo sum.
Un’appendice mi sembra necessaria. Non garantisco per gli altri Paesi OCSE, ma l’Italia (e, come vedremo, non soltanto lei) si abbandona volentieri e con fanciullesco entusiasmo a mutare dicitura ai cartellini che etichettano i suoi figli. Così, non esistono più i bidelli/e, nelle scuole italiane, ma gli operatori/trici scolastici; non esistono più gli spazzini/e nelle strade, ma soltanto gli operatori/trici ecologici; in Francia, del resto, non troverete più un éclusier, il custode della chiusa di un canale navigabile, ma esclusivamente degli agents d’exploitation, agenti di servizio.
Non sono forse spariti i sordi e i ciechi, sostituiti dagli audiolesi e dai non vedenti? Presto, a furia di ipocrisia e di negazione del nostro destino comune, uscirà dal dizionario anche il termine “"morto”: siamo già arrivati a “deceduto”, ma, con minimo sforzo e sulla scorta del predetto certificato, si potrebbe fare di meglio, come, ad esempio, “non permanente in vita”, fino ad arrivare magari, in un trionfo buro-semantico, che so?, a “biologicamente esitato”.

http://www.articolotre.com/2014/12/la-burocrazia-sta-bene-grazie/

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